IN THE SHADOW OF THE CAESARS 10. Quel che ha detto Mosè
Abbiamo affrontato, nel corso della nostra riflessione intorno al libro di Samuele Rocca In the Shadow of the Caesars. Jewish Life in Roman Italy, la questione della cosiddetta Collatio legum Mosaicarum et Romanarum, il singolare testo, di ignoto autore e incerta datazione, in cui viene fatto un raffronto, alquanto confuso e approssimativo, tra alcuni precetti mosaici, responsi di giuristi romani e leggi imperiali, riguardanti argomenti apparentemente simili.
Abbiamo annunciato che avremmo fatto qualche considerazione su due annotazioni di Rocca che mi paiono degne di commento, ma che, prima di farlo, avremmo detto ancora qualcosa sulla curiosità che l’opera ha sollevato tra gli studiosi, offrendo ad essa uno spazio, sul piano dottrinale, che sembrerebbe non meritare, in ragione della scadente qualità del testo (dovuta, probabilmente, soprattutto al suo essere stato lasciato in forma incompleta) e anche della scarsità di informazioni che da esso si possono desumere.
L’interesse per l’opera può collegarsi, certamente, alla stranezza della sua struttura, dal momento che non si conoscono altri testi che offrano un assemblaggio di materiale testuale appartenente a generi letterari così diversi. Ci sono, certamente, nella letteratura giuridica romana, delle raccolte – anche se non molte – in cui alcuni iura (ossia i responsi dei giureconsulti) sono trascritti accanto a delle leges (costituzioni emanate dagli imperatori), ma in nessun luogo questi brani compaiono affianco a precetti mosaici, ricavati dalla Bibbia. Diritto e religione non sono certo mondi separati, ma i giureconsulti citati nella Collatio, così come i principi, sono tutti pagani (con l’unica eccezione di una legge di Teodosio I, del 390), e non hanno niente a che fare con la Bibbia. L’autore della silloge li ha voluti accostare per una sua particolare, strana operazione ideologica, e ciò può avere legittimamente incuriosito gli studiosi, che si sono chiesti quali fossero i suoi obiettivi.
Ciò non basta, tuttavia, a spiegare il persistente interesse da parte della dottrina, che dovrebbe venir logicamente meno in considerazione della pochezza dello scritto e, soprattutto, del suo essere rimasto incompiuto. Perché perdere tempo a interrogarsi su un lavoro che, forse, era stato (o sarebbe stato) cestinato, o del quale non è dato sapere come sarebbe stato sviluppato e portato a compimento, se ciò fosse accaduto?
Io credo che una delle ragioni della curiosità suscitata dalla Lex Dei risieda proprio nella particolare scansione letteraria che contrassegna i vari capitoli che la compongono, che iniziano quasi sempre (con due sole parziali eccezioni) con le stesse parole: “Moyses dicit”, oppure “Moyses dixit”: “Mosè dice”, “Mosè ha detto”.
Dopo queste quattro sillabe, compaiono poche righe (in genere quattro-cinque, o poco più), nelle quali è scritto, in latino “ciò che ha detto Mosè”. Anzi, “ciò che avrebbe detto Mosè”, perché queste parole spesso non corrispondono a quanto è scritto nella Bibbia. Ma non si può affatto dire, come ho avuto modo di osservare, che il collazionatore sbagli, in quanto egli non dice mai di riportare quanto è scritto nella Bibbia. E chi può dire cosa ha “veramente” detto Mosè? L’autore afferma di conoscere quelle parole di Mosè, diverse da quelle del Pentateuco, e non obbliga nessuno a credergli.
Dopo le due sillabe e le quattro-cinque righe, ci sono i passi di diritto romano. Non si tratta di molto materiale (in genere, due o tre pagine per capitolo), ma esso, posto a confronto con la estrema concisione delle parole mosaiche riportate e, soprattutto, con le due sillabe di incipit dei vari capitoli, appare molto abbondante. L’impressione istintiva che ricava il lettore è che tanti giuristi e imperatori hanno scritto, tutti insieme, molte parole, mentre Mosè, da solo, ne ha pronunciate poche. E non c’è dubbio che, nell’eterogeneo miscuglio letterario che compone il testo, a spiccare siano proprio quelle poche parole iniziali, e le due sillabe che le precedono. Come se, in una massa di persone vestite di nero, ce ne sia una, una sola, vestita di bianco. Chiunque guarderebbe innanzitutto lei, e si chiederebbe perché è vestita in un modo diverso dalle altre.
Uno dei motivi per cui la Collatio attira il lettore, secondo me, è il suo stile oracolare, profetico. Appare come una preghiera, una specie di rosario, nella quale vengono ripetute sempre le stesse parole: Moyses dicit, Moyses dicit… Come Ave Maria, Ave Maria… Il lettore non ricorderà cosa hanno detto i giuristi e gli imperatori, con le loro tante parole, ma ricorderà che, prima di loro, Mosè ha detto qualcosa. E che quel qualcosa è importante, e chiede di essere ascoltato.
Francesco Lucrezi, storico