“Tikkun è un termine che si applica a rendere qualcosa ancora una volta sano, intero e santo. Che si tratti della riparazione dell’anima, della parola o del mondo, tikkun in generale comporta la rettifica delle barriere che ci impediscono di ascoltare la Voce di D-o. Nel XX secolo, tuttavia, si verifica una rottura nel pensiero e nella tradizione che fondamentalmente occlude il nostro udito e altera la nozione di tikkun. Prima di quella violazione conosciuta come la Shoah, la riparazione del mondo rientrava nelle categorie di significato in quali relazioni tra gli esseri umani erano legate a una relazione superiore tra l’umano e il divino. Ma con la Shoah un antimondo si inserisce nel mondo a lanciare un attacco contro ogni forma di significato, verità e santità che contraddistingue essere umano e divino. Emil Fackenheim osserva: “Nel corso dei secoli pii ebrei sono morti dicendo lo Shema Yisrael: ‘Ascolta, o Israele, il Signore nostro D-o, il Signore è Uno’ (Deut. 6:4). La macchina omicida nazista è stata sistematicamente progettata per soffocare tutto questo Shema Yisrael sulle labbra degli ebrei prima che uccidesse gli stessi ebrei».1 Soffocando «Ascolta, O Israele”, l’antimondo minaccia l’udito più essenziale per il tikkun. Il post Holocaust tikkun, quindi, cerca di riparare non una parola o una preghiera o un’anima o un mondo finito male; ciò che si cerca, invece, è il ripristino dell’Origine stessa della parola, della preghiera, anima e mondo. Il tikkun post-Olocausto cerca così un tikkun del tikkun stesso, a riparazione della nozione stessa di riparazione. Due moderni pensatori ebrei si distinguono nei loro sforzi per affrontare le implicazioni di questo problema”. (David Patterson, דוד פטרסון. “לוינס ופקנהיים ומושג ה”תיקון” לאחר השואה / Levinas, Fackenheim, and a Post-Holocaust ‘Tikkun. Proceedings of the World Congress of Jewish Studies / דברי הקונגרס העולמי למדעי היהדות, vol. יא, 1993, p. 85 ss.). Si tratta, per l’autore, di Emil Fackenheim ed Emanuele Levinas. Per Patterson, ciò che è in gioco in un tikkun post-Olocausto, è se gli ebrei debbano diventare complici di coloro che si prefiggono di annientarli. All’uopo bisognerebbe determinare la natura del tikkun dopo l’Olocausto che, per Fackenheim, è composto da tre elementi: un recupero della tradizione, un ritorno alle possibilità del Dasein [ebraico] che c’era una volta e la guarigione in un senso del tutto diverso della guarigione dalla malattia.
Si tratta di colmare la cesura, il vuoto, l’horror vacui, provocati dalla Shoah, si tratta di arrestare la degradazione voluta dai nazisti, e tutto questo era così necessario che ce lo saremmo dovuti aspettare (cfr. Emil L. Fackenheim, To Mend the World, Foundations of Future Jewish Thought, Schocken Books, New York, 1982, p. 262). Si asserisce che per Fackenheim, il tikkun sarebbe Israele stesso (Mark H. Ellis, O, Jerusalem!: The Contested Future of the Jewish Covenant, Fortress Press, Minneapolis, 1999, p. 81), ma in realtà Fackenheim ridimensiona questo accostamento (cit., pp. 312 e 320). Fackenheim discorre di tikkun filosofico (cit., p. 277). Tutto questo è filosofia – nobilissima, ma pur sempre filosofia. In prosieguo, il tikkun diventa vieppiù politico, viene posto al centro di un’agenda anch’essa politica (Emanuele Calò, La questione ebraica nella società postmoderna, Itinerari fra storia e microstoria, Prefazione di Ruth Dureghello, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2023, p. 179 ss.). E’ naturale e finanche scontato che si voglia farne una miscela, ma politica e filosofia non sono eguali perché altrimenti andrebbero rivoluzionate le scienze, rendendo tutt’uno i filosofi ed i politologi. Ma tutto questo sarebbe più vicino a un espediente che a un cambiamento di rotta dettato dal progresso negli studi.