IN THE SHADOWS OF THE CAESARS 6. Normali e diversi
Abbiamo affrontato, nelle scorse puntate di questa ricognizione sulla condizione ebraica nel mondo romano (sollecitata dalla lettura del pregevole volume di Samuele Rocca, The Jewish Life in Roman Italy), il problema della nascita dell’idea della cosiddetta ‘diversità’ ebraica, che avrebbe segnato il popolo ebraico, nel bene e nel male, per tutta l’era volgare.
Va precisato, al riguardo, cosa si voglia intendere col termine ‘diversità’. Una tale parola potrebbe apparire senza senso, nel momento che la si intenda semplicemente come caratterizzazione specifica di un popolo o una religione. È ovvio, infatti, che tutto ciò che esiste, tanto nella realtà quanto nella fantasia, è dotato di una sua propria specificità, atta a distinguerlo da tutto ciò che è altro da esso. Le gocce d’acqua si dice che siano tutte uguali (non è vero, naturalmente, ma vengono comunque viste così), ma è ovvio che ogni individuo, ogni comunità, ogni pensiero è diverso da tutti gli altri. Dire, pertanto, che gli ebrei siano portatori di una loro specifica diversità sarebbe soltanto una completa banalità.
Il discorso è diverso, però, se è dato di registrare che lo sguardo e il pensiero degli ‘altri’, ogni qual volta si posi su un determinato soggetto, o insieme di soggetti, cambi sempre, o quasi sempre, e si connetta automaticamente (magari anche inconsapevolmente) con l’idea di fondo che quel soggetto, o quel gruppo di soggetti, siano, appunto, ‘diversi’, e meritino pertanto di essere visti in una luce particolare, inseriti in una cornice specifica e peculiare, creata per loro, e solo per loro. I ragazzi protagonisti di Cuore sono tutti diversi gli uni dagli altri: poveri e benestanti, generosi e meschini, timidi ed estroversi, ma il narratore li pone tutti sullo stesso piano, raccontandone le vicende vissute in quel contesto narrativo. Il lettore si attende di sapere cosa farà quel determinato ragazzo, nutrendo per lui simpatia o antipatia. Essi sono tutti, da questo punto di vista, ‘normali’. Tutti, tranne uno, perché ce n’è uno che è, senza dubbio, diverso, e che, proprio con la sua irrimediabile ‘diversità’ fa risaltare la ‘normalità’ di tutti gli altri. Franti è diverso, e a quel tempo non c’erano i BES. Se ci fossero stati, De Amicis avrebbe scritto un altro romanzo. I maestri e i compagni guardano a lui come a un ‘diverso’, e lui, inevitabilmente, si sente tale. Non potrebbe essere altrimenti.
Nel mondo antico, esattamente come in quello contemporaneo, gli uomini hanno sempre dovuto affrontare conflitti, contrasti, lotte per difendere la propria esistenza e affermare la propria individualità. Questi conflitti si svolgono su più paini. Possono svolgersi all’interno di un dato gruppo, o possono essere minacce provenienti dall’esterno. Una nazione può essere in guerra con un’altra, e allora ad emergere è questo generale scontro tra popoli o eserciti. Ma, ovviamente, ciascun popolo, ciascun esercito – così come ogni casa, ogni famiglia – è attraversato da spaccature, lotte intestine, contrasti.
La storia degli ebrei, nel mondo antico, è la storia di un popolo tra tanti, segnata, come quella di tutti gli altri popoli, da momenti di pace e di guerra, di benessere e di miseria, di fortuna e di disgrazia. Avevano con le altre nazioni rapporti buoni e cattivi, amavano e odiavano, erano amati e odiati esattamente come tutti gli altri. È molto facile trovare, nei loro confronti, tra le fonti antiche, parole di disprezzo e di denigrazione, ma se ne trovano anche, non poche, di ammirazione, di simpatia. Ed è facile, soprattutto, riscontare, verso di loro, atteggiamenti di indifferenza. Gli ebrei esistono, lo sappiamo. E che ce ne importa? Non sono, non erano Franti.
Questa idea di ‘normalità’ segna anche, fino all’affermazione del cristianesimo, la percezione della religione ebraica. È una tra le tante, niente di più e niente di meno. Un po’ strana, forse, ma tutte le religioni, in fondo, lo sono.
Ma come abbiamo detto, le cose cambiano con la presa d’atto, nelle comunità giudaico-cristiane di Efeso e di altre località dell’Asia Minore, circa trenta o quarant’anni dopo la morte di Paolo, del mancato ritorno del Messia. È in quel preciso momento storico che quella “santa radice” – non più destinata a scomparire, come ogni altra cosa, con la fine del mondo – viene vista come qualcosa di ‘strano’, di ‘diverso’. Non è più un’“altra” religione, un “altro” popolo. Non è più qualcosa che sta “fuori”, o “prima”, ma “dentro”. Non fa piacere che ci sia, ma c’è, non la si può eliminare, e bisogna farci i conti.
È merito di Rocca quello di avere ricordato, nel suo libro, un momento particolarmente significativo della nascita di questo ambiguo, contorto mutamento di percezione, ossia la diatriba, al tempo di Costantino, tra papa Silvestro e Zambres.
Ne parleremo nella prossima puntata.
Francesco Lucrezi, storico