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A proposito di diritto e letteratura

A proposito di diritto e letteratura

 Diritto e letteratura sono affratellate dalla retorica, che nei casi migliori le serve entrambe, mentre nei peggiori se ne serve per scopi indegni. Come non pensare a Francesco Petrarca, ed in particolare all’ultima epistola delle Senili, intitolata Posteritati (lettera alla posterità), abbozzata tra il 1367 e il 1371 e mai portata a termine? «Adolescentia me fefellit, iuventa corripuit, senecta autem correxit», scrive il poeta: l’adolescenza mi ha illuso, la giovinezza mi ha corrotto; per fortuna è arrivata vecchiezza, che mi ha salvato dal peccato! Lo scritto è prezioso per chi ragiona sulle relazioni tra la giustizia e le arti. Ai tempi dell’autore del Canzoniere, l’”adolescentia” non si compie prima del 25° anno; per desiderio del padre Petracco, il futuro poeta ha speso lunghi anni negli studi del diritto, gli ultimi tre a Bologna. Lì, scrive, «totum iuris civilis corpus audivi» (appresi l’intero corpo del diritto civile); ma non appena la tutela familiare si allenta, Francesco lascia il diritto per dedicarsi agli studi letterari. Ha in uggia la giurisprudenza? Niente affatto; e ci spiega che l’autorità della legge gli è cara, in particolare perché «romane antiquitatis plena», traboccante di antichità romana. Il diritto lo porta infatti  nel cuore del mondo classico, «al cui culto egli attribuisce la ragione del suo personale radicarsi nel passato per essere inteso nel futuro», come scrive lo storico della letteratura Marziano Guglielminetti (Torino, 1937-2006) nel saggio Memoria e scrittura. L’autobiografia da Dante a Cellini (Einaudi 1977, pag.153). Petrarca, pertanto, contraddice l’amico Giovanni Boccaccio, che nella biografia a lui dedicata sostiene che «per il poeta fosse impossibile conciliare la conoscenza e la pratica del diritto con l’esercizio della letteratura, e presenta l’abbandono degli studi giuridici da parte del suo eroe come un’evasione dalla terra al cielo della poesia» (ancora Guglielminetti, pag.152).

La Posteritati certifica che Petrarca non ha in uggia gli “iura”, ma i tempi corrotti che gli tocca di vivere. La “nequitia” dei suoi contemporanei scava un solco tra conoscenza e prassi del diritto: una buona ragione per darsi alle lettere e dirsi uomo antico, e non del presente.

Eugenio Lucrezi, medico e pubblicista

          (Articolo pubblicato, con titolo diverso, su “Repubblica Napoli”, il 24 giugno 2023)