IN THE SHADOWS OF THE CAESARS 4. Roma e Gerusalemme
Abbiamo scritto, nella scorsa puntata di questa riflessione sulla condizione degli ebrei nell’Italia romana (sollecitata dalla lettura del libro di Samuele Rocca “In the Shadows of the Caesars. Jewish Life in Roman Italy”), che il popolo ebraico, da parte dell’opinione pubblica dominante (ovviamente, altamente polifonica e articolata), per tutta l’età pagana, non fu oggetto di una considerazione decisamente peculiare, tale da raffigurarlo come qualcosa di “altro” rispetto all’affollato mosaico delle nazioni che si affacciavano sul Mar Mediterraneo. È vero che alcune peculiarità dei costumi giudaici (quali la kasherùt e il rispetto dello shabbàt) suscitavano curiosità e stupore, ma ciò non portava automaticamente a diffidenza o antipatia. Spesso la cosa era vista con indifferenza, gli ebrei non erano certo gli unici ad avere delle caratteristiche particolari. Neanche il monoteismo doveva apparire come qualcosa di particolarmente strano, anche la religione egizia (molto conosciuta e apprezzata a Roma), ruotante intorno alla “triade” Osiride-Iside-Horus, era considerata, in pratica, vicina al monoteismo (sia pure in forma “triplice”), e molti non coglievano la differenza tra il cd. “enoteismo” greco/romano (con la figura dominante di Zeus/Iuppiter) e il Dio unico di Israele.
Probabilmente a insospettire era soprattutto l’usanza di liberare i servi al settimo anno, e il divieto di poterli sopprimere, principi che potevano scuotere le fondamenta della società schiavista; ma neanche questo, in fin dei conti, era visto come un grande problema. Gli ebrei, insomma, come abbiamo detto, non erano che un popolo tra i tanti, senza che qualcosa li distinguesse nettamente, nel bene o nel male, dalle altre genti.
La famosa ‘diversità’ ebraica comincia con il cristianesimo, in due momenti storici – abbiamo precisato – distinti, ad opera di due diversi ‘padri’, che sono Paolo e Costantino.
Prima di parlare di Paolo e Costantino, però, è opportuno ricordare che la storia del rapporto tra Roma e gli ebrei conosce un momento di netta cesura con la guerra del 66-70 E.V. e la distruzione del Secondo Tempio. Prima di quella data funesta (il 9 di ‘Av, rimasta, nel calendario ebraico, come eterno ricordo di lutto e sciagura), quando si parlava di Giudei, tanto in età repubblicana quanto nel primo secolo di principato, si faceva riferimento soprattutto agli abitanti della Giudea, la Terra d’Israele. Certo, la diaspora già esisteva, almeno dagli inizi del II secolo a.C., ed è attestata la presenza di comunità ebraiche, a partire da quel tempo, per esempio, nell’area flegrea, in Iberia e, com’è noto, nella città di Roma. Probabilmente non erano comunità molto numerose, ma è certo che molti schiavi ebrei tradotti nella capitale come prigionieri, dopo la caduta di Gerusalemme, furono affrancati da loro correligionari romani, che, evidentemente, risiedevano già là.
Ma questi ebrei, prima della guerra giudaica, erano riconosciuti come tali soprattutto per il perdurante legame con il Tempio e gli abitanti della Giudea. Era difficile essere ebreo, ed essere considerato tale, senza nessun legame con la Città Santa ed Erez Israel.
Nei secoli dal II a.C. al I a. C. i rapporti tra Roma e Gerusalemme furono mutevoli e controversi. Furono di oggettiva alleanza contro i greci e i Seleucidi, agli inizi del II sec. a.C., peggiorarono bruscamente al tempo di Pompeo (che, nel 63 a.C., profanò il Tempio), rimasero cattivi quando Antonio nominò re di Giudea il crudele e sadico idumeo Erode, migliorarono nettamente con Cesare (grande amico degli ebrei, apparentemente sincero), rimasero buoni con Augusto, tornarono cattivi con i rapaci governatori della provincia, precipitarono con la guerra del 66. Comunque, non c’è dubbio che fu soprattutto il rapporto politico l’autorità romana e la nazione giudaica a segnare di sé quello, più generale, tra Roma e gli ebrei.
Dopo l’incendio del Tempio, le cose cambiarono nettamente, dal momento che la diaspora divenne la principale ‘casa’ del popolo ebraico. Gerusalemme continuò a restare, come sarebbe rimasta per sempre, un richiamo, un simbolo, un epicentro religioso, identitario, spirituale. Ma la “vera vita” degli ebrei si sarebbe svolta altrove, in luoghi quali Alessandria, Efeso, Smirne, Corinto, Atene, Bacoli, Roma, con diversi idiomi (abbiamo coniato, in altra occasione, l’espressione “havdalà [divisione] delle lingue”) e diversi costumi.
Il fatto di essere un popolo disperso e sconfitto fece forse degli ebrei un ‘unicum’, un popolo diverso da tutti gli altri? Certamente no. Non furono certo il primo caso. Se mai, a essere strano fu il fatto che quel popolo senza patria (o meglio, una parte di esso) volesse continuare a restare unito, eleggendo la Torah a propria “patria ambulante”.
Ma ciò non sarebbe bastato ancora, da solo, a rendere gli ebrei qualcosa di ‘diverso’. I germi della ‘diversità’ erano stati seminati prima, a livello ideologico, da Paolo di Tarso.
Ne parleremo la prossima puntata.
(continua)
Francesco Lucrezi, storico