IN THE SHADOW OF THE CAESARS 3 Un popolo tra i popoli
Dall’ampio affresco, contenuto nel libro di Samuele Rocca (In the Shadow of the Caesars. Jewish Life in Roman Italy, Leiden, Brill, 2022), come già detto, emergono molteplici domande.
Chi erano, innanzitutto, gli “Jews” che conducevano, nella “Roman Italy”, la loro “Jewish Life”?
La domanda non è peregrina. Riteniamo di sapere, più o meno, cosa si possa intendere per “Roman Italy”: al di là della questione di quale sia l’accezione sotto cui si vogliano intendere l’aggettivo e il sostantivo che compongono tale espressione (geografica, storica, politica, nazionale, culturale), infatti, le parole ‘romano’ e la parola ‘Italia’ hanno, comunque, una loro ‘oggettività’. Ma la questione di chi sia “Jew” e cosa sia “Jewish”, com’è noto, è senz’altro più controversa, ieri come oggi.
Certamente, nello studio dell’identità ebraica del passato, più o meno remoto, ogni ricercatore non può non essere condizionato dalla sua percezione contemporanea di tale realtà nell’età contemporanea. La storia parte sempre dall’analisi del presente, perché ogni storico adopera strumenti culturali, significanti e significati del tempo e del luogo in cui vive. Cercare di distaccarsene sarebbe impresa vana e, in fin dei conti, inutile. A che servirebbe una storia pensata e scritta con “pensieri e parole” (per usare il titolo della famosa canzone) a noi estranei? Forse, un domani, ci potrà riuscire l’Intelligenza Artificiale, chi sa. Ma potrà mai un computer riuscire a ricostruire il modo di pensare, amare, soffrire, sperare di uomini morti da millenni, del cui passaggio su questa terra non resta, in pratica, quasi nessuna traccia? E riuscirà a dirci, oltre a “cosa facevano”, anche “chi erano”? È già così difficile dire chi siamo noi!
Nell’andare alla ricerca di questi ebrei e della loro “vita ebraica”, quindi, partiamo dalla nostra concezione contemporanea degli ebrei e dell’ebraismo. Dire quanto questi siano vicini o lontani da quelli dell’antica Roma, quanto ci sia di continuità e di comunanza e quanto, invece, di lontananza e di cesura è difficile, dipende da cosa si voglia usare come parametro di giudizio (le usanze, la religione, la lingua, le arti…), e il giudizio resterà sempre, comunque, certamente opinabile e soggettivo.
Credo che sia possibile, comunque, segnare qualche punto di partenza preliminare.
Il mondo romano, a partire dalla sua evoluzione in senso imperiale (maturata già dalla metà del secondo secolo a.C.), è stato un “mixtum compositum”, un grande crogiuolo di differenze, alterità, contrapposizioni. La forza di Roma consisté soprattutto nel riuscire a trovare un punto di equilibrio che permettesse a mille popoli, culture, lingue, religioni di convivere in un medesimo spazio geografico e politico, una sorta di grande e polifonica “casa comune”, spesso in condizioni relativamente pacifiche. Roma, come scrisse Elio Aristide, nel secondo secolo E.V., era il grande mare nel quale confluivano tutti i fiumi del mondo, dei quali raccoglieva tutte le acque.
Le differenze non erano certo annullate, e i tanti popoli provavano reciprocamente i sentimenti più diversi: amicizia, antipatia, disprezzo, odio. Ma, comunque, vivevano insieme, così come insieme vivevano i ricchi e i poveri, i cives Romani e i peregrini, i liberi e gli schiavi. E quelli che ne restavano fuori potevano considerare Roma amica o nemica, potevano ammirarla e desiderare di entrarvi o detestarla e combatterla. Ma non potevano, in nessun caso, guardarla con indifferenza o sufficienza, perché essa era, in ogni caso, rispettata e temuta in tutto il mondo.
In questo grande mosaico di diversità, gli ebrei non costituivano un’eccezione. Al di là delle loro note peculiarità, essi restavano, comunque, un popolo tra i tanti, che professava una delle tante religioni che affollavano il variopinto e multicolore pantheon imperiale.
Il loro culto non si mescolava con gli altri, è vero, ma ciò non era una particolarità esclusiva degli ebrei, e non risulta comunque che suscitasse un’attenzione particolarmente spiccata. Gli ebrei non erano tanti, non erano particolarmente ricchi o influenti, non occupavano posti di rilievo, di loro si parlava certamente di meno di quanto non avvenisse, per esempio, per i greci, i persiani, i parti, i punici, gli egizi, i celti.
Gli ebrei, soprattutto, erano considerati un popolo, non una religione. Uno tra i tanti, magari con qualche stranezza in più, ma non al punto da farli apparire degli alieni. E, come tutti gli altri popoli, erano divisi al loro interno, in modi anche molto marcati. Quelli di Alessandria d’Egitto, per esempio (che conosciamo attraverso gli scritti di Filone) avevano costumi molto differenti da quelli dei loro correligionari di Roma o Gerusalemme, parlavano greco, professavano un culto profondamente diverso (tanto da non potere neanche essere propriamente definiti correligionari).
Come tutti gli altri popoli, inoltre, anche gli ebrei conoscevano continue contaminazioni, abbandoni, acquisizioni. Nessuno saprà mai quanti furono gli israeliti che, in età ellenistica, abbandonarono le tradizioni avite, per scegliere altre lingue, altre terre, altri culti. Certamente non pochi.
E continuarono a essere un popolo tra i popoli anche dopo le catastrofi delle due guerre del 66-70 e del 133-135. Nello schiacciarli, Roma si comportò nell’identico modo riservato a ogni altro popolo ribelle: niente di più e niente di meno.
La famosa “diversità ebraica”, dal punto di vista storico (ossia prescindendo da ogni considerazione di tipo religioso), trova la sua origine col cristianesimo. Le “nascite”, anzi, sono due, una ideologica e una politica, come due sono i “padri”: Paolo di Tarso e Costantino.
Ne parleremo nelle prossime puntate.
Francesco Lucrezi, storico
(continua)