LA STRATEGIA NAZIONALE USA DI CONTRASTO ALL’ANTISEMITISMO – MAGGIO 2023 (The U.S. National strategy to counter antisemitism – may 2023)
Le scaturigini del piano americano di contrasto all’antisemitismo sono rilevanti al fine di identificare e qualificare sia la sua ratio che le sue connotazioni. Potrebbe essere stimolante un raffronto col rapporto finale sulla Strategia nazionale italiana di lotta all’antisemitismo. Quest’ultima informa che “il Governo ha accolto l’intero documento IHRA sull’antisemitismo, compresi gli esempi, facendo riferimento ad esso per avviare un percorso di ricognizione delle espressioni e delle condotte di antisemitismo, al fine di giungere a un’adozione e della definizione in diversi contesti sociali e istituzionali. A tale scopo è stato costituito con Decreto della Presidenza del Consiglio del 16 giugno 2020 il Gruppo tecnico di lavoro per la ricognizione sulla definizione di antisemitismo approvata dall’IHRA, cui partecipano rappresentanti delle istituzioni, di vari Ministeri e di organismi del mondo ebraico, nonché esperti, presieduto dalla Coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo (in allegato n.1 la composizione del Gruppo). Dopo aver svolto 14 audizioni oltre agli incontri riservati ai membri, il Gruppo ha consegnato la Relazione finale nel gennaio 2021”. Quanto alle fonti di tale Rapporto si rileva che “La Strategia presentata in questo Rapporto si colloca all’interno della EU Strategy on combating antisemitism and fostering Jewish life (2021-2030), utilizzando anche l’ Handbook on the practical use of the IHRA definition of antisemitism. Inoltre, scaturisce dalle esperienze, acquisizioni e azioni svolte in questi anni in Italia sulla memoria della Shoah (Olocausto), come documentato nel Country Report sull’Italia presentato dalla Delegazione italiana presso l’IHRA nel dicembre 2020. Infine, si colloca all’interno del nuovo EU Action Plan on Integration and Inclusion 2021-2027”.
Dal canto suo, il piano USA rileva che “Esistono diverse definizioni di antisemitismo, che fungono da strumenti preziosi per aumentare la consapevolezza e aumentare la comprensione dell’antisemitismo. La più importante è la “definizione operativa” non legalmente vincolante di antisemitismo adottata nel 2016 dai 31 stati membri dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che gli Stati Uniti hanno abbracciato. Inoltre, l’Amministrazione accoglie con favore e apprezza il Documento Nexus e prende atto di altri sforzi simili”. Essendo in presenza di qualcosa di non molto distante da un ossimoro, si potrebbe ipotizzare che esso, specularmente, rifletta le contraddizioni non immaginifiche ma reali, dell’amministrazione Biden. La dottrina internazionalista si era fermata, in modo ineccepibile, al concetto di autodeterminazione dei popoli. Non è facile accantonare i commenti sul pur ottimo ex vicepresidente americano: su ogni questione possono esserci due opinioni: Hubert Humphrey è d’accordo con tutte e due: forse l’altrettanto ottimo Biden si inserisce sul suo solco? Miscelare/accostare IHRA e Nexus Task Force (minoritaria come la Jerusalem definition of antisemitism, sulla quale vedi Emanuele Calò, Definire l’antisemitismo è una faccenda che divide gli stessi ebrei, Il Foglio, 3 aprile 2021) sembra un’azione equipollente a piantare su una no man’s land il seme del contenzioso: non se ne sente il bisogno. Da noi, quando nel 2014 sull’inferriata antistante una sinagoga si è appeso uno striscione contro Israele, ponendo in essere una fattispecie bandita dalla definizione IHRA, l’esito non è stato diversissimo. Come rilevato da autorevole dottrina “L’esistenza di Israele ha influenzato in modo significativo le identità, i comportamenti e le esperienze ebraiche. Per una serie di ragioni demografiche, sociali e culturali, è diventato sempre più difficile districare praticamente e analiticamente lo sviluppo e il destino della diaspora ebraica da quello dello Stato di Israele. La preoccupazione per Israele divenne un nuovo aspetto nel paradigma a grappolo della percezione dell’identificazione ebraica, ma Israele divenne anche un nuovo bersaglio dell’ostilità antiebraica, in parte correlata ad altre forme preesistenti di pregiudizio” (Sergio Della Pergola, Jewish Perceptions of Antisemitism in the European Union, 2018: A New Structural Look. Analysis of current Trends in Antisemitism. Berlin: De Gruyter, and Jerusalem: SICSA, ACTA, 40, 2, 2020). Se tutti sono contenti, nessuno è contento, e non sorprende che Jeremy Ben-Ami, a capo di J Street, commenti: “Siamo contenti che la Casa Bianca abbia riconosciuto che codificare una qualsiasi definizione specifica e ampia di antisemitismo come unico standard da utilizzare per far rispettare la legge e la politica interna potrebbe fare più male che bene“.
Però, non è un caso che Ira N. Forman avesse commentato due anni prima: “Non più tardi del 2014, il lancio di bombe contro una sinagoga tedesca è stato caratterizzato dai tribunali tedeschi come una protesta contro Israele e non una manifestazione di antisemitismo. Oggi, data l’ampia accettazione della definizione IHRA nell’Europa occidentale, sarebbe difficile immaginare una sentenza del genere”. (We Should Not Replace the Working Definition of Anti-Semitism, Moment, 2 aprile 2021).
Sennonché, la Strategy asserisce che “studenti ed educatori ebrei sono oggetto di derisione ed esclusione nei campus universitari, spesso a causa delle loro opinioni reali o presunte sullo Stato di Israele. Quando gli ebrei vengono presi di mira a causa delle loro convinzioni o della loro identità, quando Israele viene preso di mira a causa dell’odio antiebraico, questo è antisemitismo. E questo è inaccettabile”, e questo è pura IHRA definition.
Nella “Strategy” si apprende che “Le segnalazioni di incidenti antisemiti sono aumentate drasticamente in molti contesti educativi negli ultimi anni. Questo è inaccettabile. Secondo uno studio del 2021, quasi un terzo degli studenti ebrei riferisce di aver sperimentato personalmente l’antisemitismo diretto contro di loro nel campus di un istituto di istruzione superiore o da un membro della comunità universitaria. Un sondaggio del 2022 ha rilevato che oltre il 50% degli studenti ebrei temono che le persone esprimano giudizi ingiusti su di loro perché sono ebrei e che oltre il 50% degli studenti ebrei senta di pagare un costo sociale se sostiene l’esistenza di Israele come stato ebraico. Svastiche e altri graffiti antisemiti sono stati riportati su numerosi campus universitari”. Ancora: “Nei campus universitari, studenti, educatori e amministratori ebrei sono stati derisi, ostracizzati e talvolta discriminati a causa delle loro opinioni reali o percepite su Israele. Tutti gli studenti, gli educatori e gli amministratori dovrebbero sentirsi al sicuro e liberi da violenza, molestie e intimidazioni nei loro campus. Troppi non hanno questo senso di sicurezza a causa delle loro opinioni reali o percepite su Israele. Ad esempio, un assistente didattico presso l’Università del Vermont avrebbe postato sui social media per non aver concesso crediti di partecipazione al corso agli studenti ebrei; punti sottratti per gli studenti ebrei, anche perché “odio la tua atmosfera in generale”; ha aggiunto la parola “Kristallnacht” sopra l’immagine di un negozio danneggiato con testo ebraico di accompagnamento; e ha celebrato il furto di una bandiera israeliana dalla residenza di uno studente ebreo”. Sarebbe quindi da domandarsi, stante queste constatazioni, perché non trarne le debite conclusioni al momento di scendere nell’area delle conclusioni, se non altro perché fatti e teorie possano felicemente coincidere. Agli USA, come del resto al resto delle giurisdizioni di common law, è estranea la tendenza del mondo di civil law, di attribuire soverchia rilevanza ai c.d. reati d’opinione; per questa ragione ha suscitato allarme quella parte della strategy in parola, laddove chiede al Congresso “di ritenere le piattaforme dei social media responsabili della diffusione della violenza alimentata dall’odio, compreso l’antisemitismo. Il presidente ha chiesto a lungo riforme fondamentali alla sezione 230 del Communications Decency Act e il Congresso dovrebbe rimuovere l’immunità speciale per le piattaforme online. Ciò dovrebbe includere la rimozione dell’immunità se una piattaforma online utilizza un algoritmo o un altro processo computazionale per amplificare o raccomandare contenuti a un utente che promuovono la violenza o è direttamente pertinente a un reclamo che comporta un’interferenza con i diritti civili o trascuratezza per prevenire l’interferenza con i diritti civili”.
Ciò posto, negli USA sembrerebbe esservi un allarme antisemitismo di un’entità assente in Italia. Il Presidente Biden dice di essersi deciso a correre per la Presidenza quando dei neonazisti marciarono su Charlottesville, Virginia, scandendo lo slogan “Gli ebrei non ci sostituiranno” benché siano meno del 2%, mentre torce in mano scaricavano la stessa bile e lo stesso odio dell’Europa degli anni trenta. Certo, la strategy qui menzionata sorvola sugli aspetti teorici dell’odio di sinistra, in particolar modo sul versante, diciamo, razziale. Sennonché, nelle sue ponderose sessanta pagine, tale strategy promuove una notevole quantità di azioni concrete, forse impensabili in Europa, dove non sembrerebbe che i suprematisti bianchi abbiano il riscontro di cui sembrerebbero godere negli USA. È notevole lo spazio attribuito all’educazione sull’apporto degli ebrei americani. In Italia non sembra che sia così. Nella mia opera “La questione ebraica nella società postmoderna”, Esi Napoli, 2023, ho lasciato parecchio spazio all’argomento, focalizzandolo sull’Italia e sull’Austria, considerati esempi degni di nota, così come ho lasciato spazio al giudaismo dei Gesù.
Il cennato rapporto italiano prevedeva di “Attuare un vasto piano di formazione degli insegnanti e degli educatori sulla base della definizione IHRA e degli esempi/indicatori, in connessione con le iniziative già attive sulla memoria della Shoah (Olocausto), fornendo strumenti per affrontare la banalizzazione e la distorsione della Shoah (Olocausto). Integrare la formazione degli insegnanti e degli educatori con le conoscenze teorico-pratiche intorno ai pregiudizi e agli stereotipi, specie impliciti, e alla tendenza al complottismo. Modificare e integrare le Indicazioni nazionali valorizzando la storia, la cultura e la presenza ebraica nel nostro Paese e il contributo dato allo sviluppo della società. Potenziare la conoscenza della cultura, della storia, dell’identità ebraica e della religione ebraica nei curricoli scolastici. Intraprendere, in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori, una revisione dei libri di testo per valorizzare le tematiche della cultura e della storia ebraica ,dare spazio alla storia della Shoah (Olocausto), eliminare ogni tipo di stereotipo e pregiudizio anche in relazione ai luoghi comuni sul conflitto mediorientale”.
In conclusione, il rapporto italiano appariva ed appare ricco di spunti, a fronte dei quali non basta qualche accenno sporadico per ritenere che le sue previsioni e indicazioni siano state attuate. La quale attuazione, invece, non sembrerebbe far difetto nella Strategy americana, perché ricca anche di indicazioni di natura pratica, per ragioni che esulano dall’economia dei presenti appunti. Il problema con la Strategy riguarda, semmai, il ricorso obbligato all’ermeneutica, ricorso che nel Rapporto italiano (che flirta col brocardo “in claris non fit interpretatio”) non c’è. È vero che le problematiche da affrontare, negli USA e in Italia, nemmeno si somigliano, ma ciò non impedisce di ipotizzare che il Governo italiano abbia lavorato un po’ meglio di quello americano, e finanche che abbia vinto la tenzone, sia pure ai punti.