Nel memorabile racconto di Ephraim Kishon, Zakoof Readhim è l’autore israeliano di almeno tredici opere ed è quasi un dettaglio che nessuno le abbia lette. Un poco difficile, peraltro, che qualcuno le avesse lette, visto che nessuno le aveva comperate e che appassivano mestamente in un angolino degli sterminati magazzini di quel masochista dell’editore. Talvolta riusciva a convincere qualche testata a recensire i suoi libri; talvolta il critico letterario, preso per stanchezza, lo invitava a recensirsi da solo e, per quanto egli scrivesse che le sue opere sovrastavano quegli elfi di Shakespeare, Dante e Re David, continuava a non vendere. Intanto scrisse “La mietitura”, dove narrava le prodezze di un soldato in congedo che si appropriava dei fondi di un kibbutz. Niente da fare: anche questo libro si copriva di ragnatele. Innervosito, rispose malissimo ad un Tizio che, sull’autobus, gli chiese di cedere il posto alla di lui anziana consorte. Non si sa come, nello sproloquio col quale si rifiutava di cedere il posto, a Readhim scappò detto che il suo romanzo “La mietitura” non vendeva. Non poteva sapere che la vittima della sua ira non era un quisque de populo bensì un eminente critico letterario, che colse l’occasione per recensire il libro stroncandolo sia dal punto di vista morale che autoriale. Z.R. vergò d’immediato una lunghissima lettera di scuse per il critico e, mentre correva verso la buca delle lettere, fu fermato dal suo libraio, che gli disse che “La mietitura” iniziava – timidamente – a vendersi. Ne seguì un’ulteriore velenosissima stroncatura, che gli valse la vendita di qualche ulteriore copia. Invitato ad un convegno, rincarò la dose, spiegando che l’occasione rende il soldato ladro. Ormai nessuno lo avrebbe più fermato: di nascosto, si auto – stroncò, accusandosi di nascosto di tutte le nefandezze possibili. Così, Ephraim Kishon, L’affermazione di Zakoof Readhim, in: Mosè e il petrolio, Traduzione di Maria Pia Fazzalari Medugno, Rusconi, Milano, 1978, p. 216.
Ephraim Kishon, autore del racconto (ma pure di commedie, non si fece mancare nulla: il suo film “Sallah” (1964) ricevette una candidatura all’Oscar al miglior film straniero) nato in Ungheria nel 1924 e morto in Svizzera nel 2005) fu rinchiuso in diversi lager, dove sopravvisse per puro miracolo, e riuscì a scappare da Sobibor. Dopo la guerra fece alià e imparò l’ebraico così bene da diventare un grandissimo autore, ed è un peccato che in Italia sia sostanzialmente sconosciuto. Risulterebbe che la sua decisione, nel 1981, di andare a vivere in Svizzera fosse dovuta a quel che sentì come una mancanza del dovuto apprezzamento in Israele per il suo lavoro assieme ad uno scarso feeling con l’intellighenzia di sinistra (“a right wing satirist”, secondo Amir Goldstein, The Creation of the Likud and the Struggle for the Identity of the Alternative Party, Israel Studies Review, vol. 33, no. 3, 2018, p.71 e anche secondo Dino Colombo, La Rassegna Mensile Di Israel, vol. 44, no. 5/6, 1978, p. 433 ). Rimase un grande sionista, e non mancano le foto dei suoi incontri con i leader israeliani. E’ un genio dell’umorismo che andrebbe letto e le sue commedie andrebbero rappresentate. Evviva Molière e Goldoni, ma ormai in Italia sono diventati obbligatori, come i noiosissimi dessert italiani (la panna cotta, il tiramisù e la torta della Nonna). Possiamo, per favore, vedere qualche volta i contemporanei, anziché assistere in continuazione a L’Avaro e La Locandiera? Lo scopo del teatro è forse quello di far imparare a memoria le commedie? Il citato Colombo scriveva che “I lettori della Rassegna non hanno bisogno di essere edotti su Ephraim Kishon, massimo umorista israeliano e di fama mondiale“; ebbene, 45 anni dopo (ma purtroppo anche prima) l’Italia lo ignora bellamente, ed è un peccato.