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IL COCKTAIL

IL COCKTAIL

da HaKol 11/10/2026

 

Era assolutamente certo che l’assegnazione del premio Nobel per la Pace sarebbe servita per promuovere e fare da megafono alla furibonda tempesta antisemita che sconquassa il mondo. Ed era anche assolutamente certo che questo scopo sarebbe stato raggiunto in un modo indiretto, ossia non premiando direttamente qualche terrorista distintosi per avere stuprato e sgozzato qualche ragazza ebrea, oppure la nuova Guida Suprema dell’Iran, o il capo degli Houti, o magari qualche discendente segreto di Hitler, fedele alla memoria dell’illustre avo. Certamente a quei pagliacci che siedono nell’Accademia di Stoccolma una soluzione del genere sarebbe piaciuta, ma avrebbe sortito certamente minore effetto. E non perché ci sarebbero state, nel mondo, particolari proteste, ma semplicemente perché, così facendo, sarebbe venuto meno il macabro gioco, che impazza da almeno un quarto di secolo, di rivestire il Male degli abiti del Bene.

È dagli inizi del nuovo millennio, infatti, che l’antisemitismo ha cambiato radicalmente strategia comunicativa. Se prima le sue armi erano, principalmente, i vecchi arnesi del millenario armamentario clericale (deicidio, farisei ecc.), o le più recenti blaterazioni della propaganda comunista (difesa del Terzo mondo, dei poveri, degli oppressi contro i ricchi banchieri ebrei e l’immenso impero israeliano), negli ultimi anni sono stati scoperti e usati metodi nuovi, efficacissimi, che permettono di mescolare il veleno antisemita in bevande fresche, gustose e colorate.  Shakerate col veleno, diventano ancora più buone, dei cocktail deliziosi, esattamente come alla bandiera nera col teschio è stata sostituita con successo la multicolore bandiera rosso-verde-gialla-azzurra, magari accompagnata da tanti bei palloncini rossi a forma di cuore.

Ed ecco così tutti i “buoni” del mondo, tutti coloro che combattono per la promozione della pace, del futuro del pianeta, del benessere degli animali, dei diritti civili, della tutela delle minoranze, della giustizia, avanzare, tutti insieme, in una marcia potente, maestosa, come quella del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Niente potrà mai arrestarli, perché vanno nella stessa direzione in cui muove la Storia. Tutti. Animalisti, femministe, ambientalisti, Partigiani, paladini dei diritti dei neri, delle Comunità LGBTQ+, degli immigrati, dei migranti, dei popoli oppressi. Tutti coloro che vogliono fare giustamente scontare all’Occidente le sue secolari colpe, e che quindi marciano contro il simbolo per eccellenza dell’Occidente bianco, capitalista, razzista, colonialista. L’Occidente dell’Occidente. Questo “Occidente al cubo”, in realtà, fu quasi completamente sterminato, proprio in Occidente, dall’Occidente, nel secolo scorso. Ma ciò non può certo smuovere le granitiche certezze del Quarto Stato. Esso si inchina dinanzi alle vittime di questa piccola contraddizione della storia, e cerca di fare giustizia. Nei confronti dell’Occidente “generale”, ma soprattutto nei confronti di questo suo “cuore” ripugnante, che il resto del corpo cercò, invano, di strapparsi dal petto.

Nel meraviglioso e tremendo romanzo Vita e destino, di Wassily Grossman, un ufficiale nazista si intrattiene in lunghe conversazioni con un suo prigioniero russo ebreo, che chiama con sussiego “Maestro”. “È inutile che vi affanniate a vincere la guerra – gli dice -, perché, anche se la perderemo, noi avremo comunque vinto”.   Ed è precisamente ciò che è accaduto.

Intendiamoci, il Male travestito da Bene non è certo nato nel terzo millennio. I nazisti erano animalisti fanatici, i convogli diretti ad Auschwitz si fermavano se vedevano un uccellino posato sui binari, e Goebbels pensò ad una legge che obbligasse ogni cittadino tedesco a spazzare con una scopa la terra su cui stava per poggiare i piedi, per evitare che potesse schiacciare qualche insetto di passaggio. Ma una serie di travestimenti così varia, multicolore, sgargiante, brillante, questo no, non si era ancora visto.

Elisha Wiesel, figlia del grande Elie (paradossalmente, anche egli insignito, nel 1986, di quella che era allora una prestigiosa onorificenza), ha scritto, in una sua straordinaria lettera, grondante rabbia e dolore, che il conferimento del premio a questa Signora, di cui non voglio fare il nome, segna la morte del Premio Nobel per la Pace. Io la penso diversamente: questo Premio è ben vivo e vitale, e ben esprime cosa sia diventato il mondo di oggi. Ad essere morto non è il Premio, ma quelle che sono state le parole fondanti della civiltà umana: Pace, Etica, Giustizia. Sono morte, per sempre.

Ma non fa niente, il mondo andrà tranquillamente avanti senza di loro, bevendo il gustoso cocktail preparato dai baristi svedesi.

 

Francesco Lucrezi, storico