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BUONI ALLIEVI E CATTIVI MAESTRI

BUONI ALLIEVI E CATTIVI MAESTRI

Il 9 ottobre è andata in scena un’altra tragedia europea, avente come cassa di risonanza l’assegnazione del premio Nobel per la pace all’avv. Navanethem “Navi” Pillay, sudafricana di 85 anni, di professione antisemita, facente parte della Corte Penale Internazionale dell’Aia, che ha contribuito a formulare l’accusa di genocidio nei confronti di Israele.

Un’altra premiazione alla militanza antiebraica, come quella di Venezia dove sono stati tributati 25 minuti di applausi al docu-film Naza, avente la pretesa di trasformare una situazione di guerra urbana in “pietas” per le vittime palestinesi.

I due avvenimenti hanno in comune varie cose, ma soprattutto il “brodo di cultura” di un virus letale che credevamo estinto: l’avversione per tutto ciò che è di provenienza ebraica.

Occorre tenere presente due cose: la prima è che i virus non muoiono mai, perché hanno la capacità di vivere al minimo dell’energia necessaria, tanto da sfiorare lo stato di “minerali”; la seconda è che questo virus è stato tenuto in freezer nei cervelli di chi ha tributato questi immeritati riconoscimenti, questi premi alla cattiva coscienza.

In entrambi i casi, poi, l’accusato non ha avuto la minima possibilità di difesa: condannato  già prima di entrare in scena. È stato detto che i 25 minuti di gloria sono stati un tributo alla “verità”, ma questo è un marchiano, ulteriore motivo di mala fede.

La lunghezza del tributo è stata un lavacro collettivo, un atteggiamento da branco, uno scaldarsi le mani a vicenda per non sentire il gelo delle coscienze morte: un macabro spettacolo nello spettacolo.

Il 9 ottobre, in Italia, ricorreva il 44° anno della morte del piccolo Stefano Gay Taché, ucciso nell’attentato al Tempio Maggiore di Roma, operato da terroristi islamici, avvenimento per cui doveva essere proclamato il lutto nazionale, trasformato, invece, nei prodromi al grande evento del giorno dopo: in 50 città italiane si sono avute altrettante “sfilate propal” inneggianti al 7 ottobre e alla fine del sionismo, auspicata come fine del genocidio.

Per i motivi che abbiamo spiegato più volte, questa equazione si ritorcerà presto contro questa menzogna, ma, prima di tutto, verso i cervelli atrofici che partecipano a queste insensate chiamate alle armi. È la falsità dell’accusa che si incaricherà di farlo.

Abbiamo visto che alla base c’è l’avversione per tutto ciò che è di provenienza ebraica e, per prima la Chiesa Cattolica si accorgerà che il dialogo con chi vuole annientarti non è così facile.

Il Cristianesimo è la prima pietra pura di un trascendente che invece scende verso l’uomo ed è chiaramente di “provenienza ebraica”, a meno che non si voglia dire che per duemila anni si è predicato invano.

Cancellare la religione forse si può, ma abbattere centinaia di colonne “storiografiche” o altrettanti archi di trionfo romani appare un po’ più difficile.

La famiglia Flavia che ha conquistato Gerusalemme ha lasciato dappertutto tracce indelebili che testimoniano la presenza ebraica nelle tre province di Galilea, Giudea e Samaria.

Anzi, a questo proposito c’è una storia che è utile per individuare il simbolo dell’ebraismo, che non è il Maghen Davìd, scudo di Davide, altrimenti detto “stella ebraica”, ma la “Menorà”, il grande candelabro a sette bracci che si stagliava davanti all’altare fatto costruire dal Re Salomone.

Nei libri di Mosè c’è la descrizione precisa di questo candelabro che però lasciava un dubbio, perché con le sole misure indicate si potevano ricavare due tipologie dei bracci, una con gli stessi bracci rettilinei ed una con bracci ricurvi.

Il primo tipo è descritto solo nelle cosiddette “narrazioni orali”, mentre l’altra è stampata in un bassorilievo dell’Arco di Tito, che si trova al Foro Romano.

Questa versione, infatti, è la più accreditata, poiché i Romani, come si sa erano molto precisi e con le storie di conquista non scherzavano.

Ci sono, poi, altre cose molto serie di cui la Chiesa sembra non volere tener conto e cioè che già nei secoli trascorsi l’acquiescenza all’Islam non solo non ha portato vantaggi, ma si è rivolta contro i cristiani.

Vediamo quali erano le terre popolate da questi ultimi e cosa sono diventate oggi: il Marocco (san Marcello di Tangeri), la Tunisia (san Cipriano di Cartagine, sant’Agostino), la Libia (Simone di Cirene), il Libano (san Marone, che creò i maroniti), la Siria (san Paolo, fulminato sulla via di Damasco).

Oggi i cristiani in questi luoghi sono quasi scomparsi, perché, per salvarsi, vanno a rifugiarsi in Israele, come gli omosessuali che da noi vanno in piazza inneggiando ad Hamas.

Potrebbero andare a Gaza a fare la stessa cosa, sventolando la bandiera palestinese. Questi decerebrati pensano che vedendo sventolare questa bandiera i buoni samaritani di Hamas li accoglierebbero a braccia aperte.

Comunque le piazze stanno chiedendo di isolare Israele, di boicottare i suoi  prodotti e i suoi sistemi di difesa, i suoi farmaci contro le malattie neurovegetative; non capiscono che il danno arrecato è un boomerang.

Facciamo due esempi che hanno coinvolto l’Italia e che hanno visto i sindacati muti: quello della SodaStream e quello della Teva.

Il primo è stato costretto a chiudere lo stabilimento in Cisgiordania e il secondo uno in Italia; la SodaStream aveva in Italia una buona rete di distribuzione che dava lavoro ad un numero consistente di operai; il secondo aveva un grande stabilimento, ma fu costretto a licenziare più di mille operai: bel modo di fare la pace.

I manifestanti propal che chiedono che in Palestina ci sia un solo stato devono sapere che c’è già e non si chiama Palestina.

Lo stanno ignorando ed avranno una bella delusione: hanno rifiutato la pace troppe volte e la pace in certi frangenti è come la fortuna: non si ferma mai due volte alla stessa stazione.