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LA QUESTIONE EBRAICA 98 GENERALIZZAZIONI

LA QUESTIONE EBRAICA 98 GENERALIZZAZIONI

Nella scorsa puntata del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna abbiamo iniziato a trattare delle pagine che lo studioso dedica a quello che è certamente l’“evento cardine” della storia del popolo ebraico, ossia la Shoah. Un fatto di tale enormità, di tale incommensurabilità da esercitare una sorta di “fagocitazione” riguardo a tutto ciò che è avvenuto prima e dopo di esso. Anche episodi accaduti in tempi e luoghi lontanissimi dalla Shoah vengono fatalmente, in un modo o nell’altro, ad essa collegati o comparati, o considerati come delle forme di sua arcana premessa. E tutto, in confronto alla Shoah, appare piccolo, insignificante. Anche i pogrom più sanguinosi accaduti il Russia, Polonia, Lituania, Ucraina nel XIX e XX secolo, durante i quali decine di uomini, donne, vecchi, bambini vennero sgozzate dalla plebaglia fanatica, nella più totale indifferenza delle autorità locali, vengono sottovalutate nella loro bestialità, e derubricate a mere “anticipazioni” di quanto sarebbe accaduto dopo.

La Shoah proietta la sua lugubre onda nera su tutta la storia d’Israele, quella di prima e quella di dopo. E dal 7 ottobre, poi, emergono soprattutto due insegnamenti, che è assolutamente vietato far finta di non capire.

Il primo è che nessun retorico giuramento di “mai più” potrà mai porre il popolo ebraico al riparo da un ripresentarsi dell’abisso. Il 7 ottobre ha dimostrato che un nuovo Olocausto è possibile, e che molti lo desiderano. Non ho mai fatto facili paragoni col nazismo, ma gli aguzzini di Hamas hanno dimostrato un sadismo ancora maggiore di quello delle SS. Questi ultimi non si vantavano dei loro crimini, anzi, cercavano, per quanto possibile, di nasconderli. I mostri di tre anni fa, invece, esibivano davanti a tutto il mondo il loro bestiale tripudio. I loro pur potentissimi mezzi, per fortuna, non hanno ancora raggiunto la forza di quelli di Hitler, e gli ebrei non sono più inermi e indifesi. Ma le famose parole di Primo Levi “è accaduto, quindi può accadere ancora” hanno mostrato, ove mai ce ne fosse stato bisogno, la più eloquente delle conferme.

Il secondo è che il mondo (anzi, una parte del mondo, e abbastanza minoritaria) ha solo fatto finta di commuoversi e solidarizzare con gli ebrei. In realtà, la Shoah piace a tutti: agli antisemiti espliciti, che godono della morte degli ebrei, e a quelli impliciti, che mostrano di dolersi per loro, a patto che facciano quello che devono fare, ossia le vittime. Come disse Jankelevitch, gli ebrei morti sono stupendi, meravigliosi. Ma quelli vivi tutt’altro. Come si permettono? Come si permettono gli ebrei di oggi di colpire quelli che li hanno colpiti, e si preparano a rifarlo? Assurdo.

“L’antisemitismo – scrive Calò – è una variante del razzismo soltanto per la parte che ha in comune: la generalizzazione. Anche se un così banale malvezzo dovrebbe essere relegato nelle latebre della storia del pensiero, capita ancora di leggere, anche nelle sedi che aspirano a un certo respiro culturale, “gli ebrei americani”, “i sionisti”, come se il bersaglio del razzista – in questo caso, gli ebrei – fosse una sorta di monolite indifferenziato”.

Naturalmente, gli ebrei non sono l’unico ragruppamento umano oggetto di generalizzazioni. Si sente spessissimo parlare di gruppi anche di enorme estensione numerica (i cinesi, gli arabi, i musulmani…) per esprimere giudizi sommari e sbrigativi, quasi sempre frutto di pregiudizio e malevolenza. Ma il pregiudizio (negativo, o anche apparentemente elogiativo, come, per esempio, quello che li vorrebbe tutti dotati di particolare intelligenza) nei confronti degli ebrei ha delle caratteristiche assolutamente peculiari, per due distinti motivi.

Il primo è l’estrema ricchezza, varietà e contraddittorietà dei suoi contenuti. Si è mai sentito dire, a proposito, per esempio, dei Rom, che, oltre a fare scarso uso dell’igiene e a rubare i bambini, sarebbero padroni delle banche, praticherebbero sacrifici rituali, sarebbero tutti orientati politicamente in un determinato modo, avrebbero ucciso questa o quella divinità? Nessuno pretende o desidera diventare esperto delle vere abitudini di chi è oggetto di queste generalizzazioni. Anzi, al contrario, per potere sentenziare con grande libertà, è proprio necessario non conoscere, non sapere. Si è ignoranti, si sa di esserlo, e si desidera restarlo.

Per gli ebrei vale esattamente il contrario. Degli ebrei in genere si sa pochissimo, eppure tutti pretendono di essere espertissimi in materia. Sanno perfettamente che sono mercanti di armi, che fanno i genocidi, che vincono i premi Nobel, che fanno le guerre, che sono così e cosà. L’ignoranza, nel loro caso, diventa scienza, una scienza più ricca di tutta quella contenuta nell’intera biblioteca di Alessandria, e, tuttavia, facilissima da apprendere e da divulgare, a portata di tutti, perché ognuno può dire quello che vuole. Non esiste, in tale scienza, l’errore.

Il secondo motivo è l’impressionante quantità di odio presente nel pregiudizio antiebraico. Per tutte le altre forme di generalizzazione (napoletani imbroglioni, genovesi avari, neri stupidi, siciliani mafiosi ecc.), quasi sempre non si va mai al di là di un generico atteggiamento di denigrazione, disprezzo o di diffidenza, spesso destinato a limitarsi a qualche greve e stupida battuta da bar. Nessuno dice di odiare i cinesi, gli africani, gli omosessuali ecc. C’è antipatia, malevolenza, sospetto, ma non odio. Forse perché non ce n’è più a disposizione, è tutto riservato agli ebrei, e solo a loro.

 

Francesco Lucrezi, storico