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FRATELLI COLTELLI

Il 15 maggio 1948, subito dopo la proclamazione dello Stato, Israele fu attaccato da una coalizione araba, formata da Egitto, Transgiordania (l’odierna Giordania, che mise in campo la famosa Legione Araba), Siria, Libano e Iraq, cui si aggiunsero Arabia Saudita e Yemen con contingenti ridotti.

Questi Stati si adoperarono per accogliere tutti gli arabi che non volevano rimanere in Israele in appositi campi profughi (tuttora in piedi)  allestiti nei loro territori.

Va tenuto presente che nessuno stato arabo fece nulla per integrare questi “profughi volontari” neanche dopo aver perso questa prima guerra; preferirono, infatti, affidarsi alla promessa di una riconquista più o meno lontana nel tempo. Il numero degli “esuli” si aggirava intorno alle 700.000 unità.

Le motivazioni della mancata integrazione sono date dal fatto che nessuno si è mai fidato di questa entità che pur avendo il territorio a disposizione non ha mai fatto nulla per edificare uno stato e, men che mai, ha espresso una classe politica all’altezza di queste incombenze.

A vedere le immagini di oggi sembra che il tempo non sia passato velocemente come altrove: nei territori della Cisgiordania, per la gran parte, è rimasta, infatti, una società di pastori e quella poca agricoltura che c’è è ancora ad uno stadio quasi ancestrale; non c’è una fabbrica, un’azienda. Alcune città, come Ramallah, Nablus ed Hebron fanno eccezione perché offrono uno scorcio su una realtà urbanisticamente riconoscibile ed hanno inoltre un’economia basata su edilizia e infrastrutture.

Il contesto mette in evidenza rivalità politiche interne al mondo arabo che hanno avuto come esito dei veri e propri massacri. Esaminiamo i principali.

Settembre Nero (Giordania, 1970-71). Il re Hussein di Giordania lanciò un’offensiva militare contro l’OLP e i combattenti palestinesi, che avevano di fatto creato uno stato nello stato nel paese, con azioni che sembravano preludere ad un “golpe”.

Gli scontri causarono migliaia di morti, come sarà meglio specificato più avanti e portarono all’espulsione dell’OLP verso il Libano.

Tel al-Zaatar (Libano, 1976). Durante la guerra civile libanese, il campo profughi palestinese di Tel al-Zaatar (situato nella periferia nord-orientale di Beirut) fu assediato per mesi da milizie cristiano-maronite (con appoggio logistico siriano). La caduta del campo causò centinaia o migliaia di morti tra i civili.

Sabra e Shatila (Libano, 1982). Milizie cristiano-libanesi (le Falangi) massacrarono centinaia di civili palestinesi (e libanesi sciiti) nei campi profughi di Sabra e Shatila a Beirut, durante l’invasione israeliana del Libano.

Guerra civile siriana e campo di Yarmouk. A partire dal 2012-2013, il campo profughi palestinese di Yarmouk a Damasco fu assediato dalle forze del regime di Assad e successivamente conteso tra vari attori (tra cui l’ISIS), causando morti per fame, bombardamenti e violenze.

Espulsione dal Kuwait (1991). In questo caso non ci furono massacri, ma i governanti del Kuwait avevano buoni motivi per ritenere fondati i sospetti di collaborazione con Saddam Hussein, che aveva attaccato pesantemente il Kuwait stesso.

Furono espulsi dai duecento ai quattrocentomila palestinesi, con il fondato motivo di vicinanza all’OLP, che stava attivamente collaborando con gli iracheni.

Per comprendere meglio il meccanismo di questo rifiuto di fondo provato dai fratelli nei confronti dei palestinesi, esaminiamo più da vicino gli avvenimenti giordani del 1970.

Dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), centinaia di migliaia di profughi palestinesi si stabilirono in Giordania, dove i “profughi” organizzarono basi operative contro Israele.

Nel corso del 1970 questi gruppi arrivarono a controllare intere aree della Giordania creando di fatto uno “stato dentro lo stato”, che riscuoteva anche tributi con la forza e sfidava apertamente l’autorità del re Hussein.

Tra giugno e settembre 1970 ci furono anche tentativi di assassinio del re da parte del FPLP (Fronte per la Liberazione della Palestina), oltre a dirottamenti aerei frequenti e tali da coinvolgere l’intero occidente.

Il numero di vittime di questo scontro viene stimato in decine di migliaia; entrambe le parti furono coinvolte nell’uccisione volontaria di civili. Le stime variano molto a seconda della fonte: alcune riportano tra i 3.000 e i 5.000 palestinesi uccisi nei primi dieci giorni di guerra, la maggior parte civili (questo perché i combattenti palestinesi non portavano uniformi, il che è necessariamente paragonabile con l’attuale guerra di Gaza, dove Hamas sfoggia uniformi nuove fiammanti solo nelle feste comandate), mentre altre indicano una cifra complessiva intorno ai 4.000 morti. Il conflitto proseguì fino al luglio 1971, quando l’esercito giordano riprese il controllo della situazione.

Questo stato di cose prosegue ancora oggi, perché il senso delle guerre di Gaza e del Libano è quello di far si che questi “profughi” riconoscano che a Gaza può nascere uno Stato, mentre il Libano va lasciato ai libanesi che vedono in Hezbollah un nemico giurato, che di “libanese” non ha proprio niente.

Marco Del Monte