L’attuale guerra che coinvolge ormai tutti i Paesi del Medio Oriente, è iniziata il 7 ottobre del 2023; un antisraeliano e antisemita come il Segretario Generale dell’ONU (Antonio Guterres) dice che si deve tener conto del “contesto” e parte dal 1947, anno in cui l’ONU assunse la cervellotica decisione di tracciare con un pennarello verde i confini di due stati su una cartina ammuffita che raffigurava un lembo di terra infinitesimo, rispetto ai paesi circostanti.
Era appena finita la seconda guerra mondiale e molti non sapevano dell’esistenza dei campi di sterminio nazisti; altri pensavano che fossero tutti come Terezin (il campo costruito per la C.R.I. senza forni crematori e senza camere a gas). La Croce Rossa Internazionale scrisse infatti una bellissima relazione sul campo in questione, mantenendo il punto anche dopo.
Piccola parentesi, la C.R.I. con gli ebrei è sempre stata come la strega di Biancaneve, nonostante che qualche banchiere ebreo francese (Rotschild) o inglese (Goldsmith) le avessero elargito cospicui finanziamenti.
Nel 1948 gli ebrei gridarono al mondo che avevano uno stato; contemporaneamente scoppiò la prima guerra di indipendenza con l’uscita “temporanea dai confini di Israele” degli arabi in attesa che i fratelli musulmani ributtassero a mare gli “intrusi”.
Dopo quasi ottant’anni qualcuno ha scoperto che nessuno degli stati che attaccarono Israele lo aveva fatto per amore fraterno, ma perché tutti, indiscriminatamente, non volevano sul proprio territorio né ebrei, né “palestinesi”.
Da notare che nessuno parlava di Gaza né prima, né dopo, né durante e questo è un punto vitale di cui si deve tenere conto.
Prima di addentrarci nelle differenza tra i fatti di allora e quelli di oggi vediamo le analogie: nel 1967 il raìs d’Egitto Gamal Abdel Nasser bloccò lo Stretto di Tiran, che dà accesso al Golfo di Aqaba e, quindi di fatto, al Mar Rosso (come stanno facendo gli Houti ora con Bab el Mandeb) tutti i paesi circostanti entrarono in guerra; Israele pareva dover scomparire sul nascere.
Nella guerra odierna il “7 ottobre” Israele ha subito un colpo pesantissimo. Dallo scenario attuale la Siria è quasi assente perché è in disfacimento dopo dieci anni di guerra civile; il numero dei morti varia da trecentomila (stima ONU) a più di seicentomila secondo altre fonti attendibili (il “genocidio” di Gaza è fermo a settantamila, ovvero circa il 10%).
Nonostante oggi i fronti avversi siano sette, Israele è considerato il “Golia” e gli assalitori il “Davide” (nel 1967 era il contrario).
In quell’anno tutti gli stati belligeranti misero in mostra la loro forza, per cui (Egitto in testa), schierarono sul campo una potente flotta aerea e un’immensità di blindati a terra: sembrava la fine.
Israele, che secondo l’ONU doveva aspettare il primo colpo per reagire, sferrò invece un attacco preventivo che fece sì che la guerra durasse sei giorni. In realtà l’Egitto e la Giordania capitolarono nei primi due-tre giorni, mentre il resto del tempo servì per espugnare Gerusalemme Est, ma soprattutto per strappare le alture del Golan alla Siria.
Questa guerra lampo scoprì le carte di tutti: Israele era una superpotenza aerea e le armate arabe burro fuso.
Tutto questo fece si che Israele si dedicasse tutto alla tecnologia (se non sbaglio il primo drone impiegato sistematicamente in azioni di guerra è israeliano, così come le chiavette USB); il raggio laser, già usato da altri eserciti, dal 2024 integra il sistema di difesa “Iron dome”.
Perfino i servizi segreti affidarono all’elettronica la spina dorsale della propria attività e fu impiegato sempre meno personale sul campo.
Al contrario i simpatici vicini studiavano le guerre della Corea e del Vietnam, sperimentando le tecniche di guerriglia urbana e la prima guerra mondiale in cui l’Italia e l’Austria ingaggiarono una guerra di logoramento rinchiusi entrambi sottoterra (tunnel e bunker); inoltre perfezionavano le armi leggere efficaci nell’affrontare un esercito potente, ma vincolato da regole internazionali cui i terroristi sfuggono.
Aumentarono gli attentati e gli attacchi ai civili, mentre Israele continuava il suo “arricchimento culturale” sulle guerre spaziali.
A dirla così sembra un’esagerazione e invece è la realtà; ancora immersi nell’invincibilità dimostrata nel 1967 è arrivato il sette ottobre e la storia è andata in pezzi.
Nessuno si ricorda più che Gaza è sempre stata un’entità autonoma che poteva diventare uno stato già nel 2005, quando Ariel Sharon, eroe della guerra del 1973, la abbandonò.
Cosa hanno imparato i gazawi dagli eventi del 1967? a nascondersi nelle viscere della terra, dopo aver riesumato, come detto, le tecniche della guerra italo-austriaca del 1915-18: lunghe trincee sotterranee, stanze di comando a 80 metri di profondità, costruite usando le migliori tecniche e i migliori materiali sul mercato.
Per colpire questi luoghi occorrono mezzi e doti che Israele ha in minima parte, mentre ormai Gaza continua ad essere considerata il “contesto”, cioè una prigione a cielo aperto, dove (però) sono transitati un’infinità di camion ed imbarcazioni per far entrare i materiali necessari alla costruzione della città sotterranea.
Quanti bambini sono stati impiegati e sono morti per costruire i tre piani sotto terra né l’ONU, né la C.R.I. né Medici senza frontiere lo dicono, secondo stime attendibili, ma non ufficiali, i minori morti in questa attività superano largamente le diecimila vittime.
Basta un soffio di vento a buttare giù edifici in cartongesso e amianto, il più delle volte senza fondazioni profonde, perché il terreno è intasato dalle strutture dei tunnel, che, tra gli effetti collaterali, hanno danneggiato pesantemente anche le falde acquifere..
E Israele che ha fatto in tutti questi anni? Ha costruito confini controllati tecnologicamente, ma che a fronte delle difese passive messe in opera dai gazawi, sembrano reti da pollaio, mentre l’ONU piange ancora per il muro che separa Israele dai suoi vicini: allucinante…
Un’altra cosa non da poco: i detenuti islamici in Israele studiano, imparano l’ebraico, entrano nella nostra mente prima che nei nostri kibbutzìm. C’è chi sfrutta il tempo a proprio favore e chi lo butta a vantaggio degli altri e, dulcis in fundo, per troppi anni abbiamo parlato della Shoà come se fosse una cosa che ha riguardato solo noi, escludendo di fatto la partecipazione emotiva degli altri gruppi colpiti e questo pure pesa oggi nel “contesto” generale.
Marco Del Monte