Meta ha raggiunto un accordo di patteggiamento storico da circa 16,7 miliardi di dollari (che possono salire fino a 18 miliardi totali includendo i fondi per la California) per chiudere il maxiprocesso negli Stati Uniti che accusava l’azienda di Mark Zuckerberg di aver progettato Facebook e Instagram per creare deliberatamente dipendenza nei minori. L’intesa, annunciata il 26 agosto 2026, chiude le controversie legali avviate dai procuratori generali di 29 Stati americani.
Fin qui, il problema dei minori. Anche se in passato si è mossa l’Anti Defamation League, per lo più, soprattutto in Italia, passa sotto silenzio lo scandalo Facebook.
Questo social media è una caldaia in ebollizione dove i contenuti antisemiti superano qualsiasi ipotesi in tema di follia. Si tratta di contenuti per lo più fuori controllo. Facebook, per sua comodità, ha affidato ai suoi utenti l’onere di segnalarne i contenuti inappropriati. Non vale la pena mettersi a dibattere sulle diverse modalità di controllo, se debbano essere affidate all’azienda oppure se debba essere il cliente/utente a lavorare gratis per FB.
Nella mia somma ingenuità, mi domando come mai tanta parte del congegno di Zuckerberg sia diventato e si produca in un’orgia di follie, priva di qualsiasi limite, senza che vi sia alcuna reazione, sotto forma di articoli di giornale oppure di dibattiti televisivi o radiofonici.
Ad esempio, Hitler viene lodato in continuazione, senza però chiamarlo per nome, onde evitare denunce; diventa “l’imbianchino”, “baffino”, “l’austriaco” “il tedesco” (sbagliando), a anteponendogli sempre che “aveva ragione”. Può una testata dare le testate alla normalità? Nessuno se ne accorge? Non è un problema? Tutto questo, invariabilmente, nel contesto di commenti su Israele. La quale Israele, secondo troppe voci, dovrebbe essere distrutta.
Non resta che pensare che la mancanza di una qualsivoglia reazione sia dovuta al fatto che le follie su ebrei e Israele riflettono un pensiero, altrettanto folle, ma mainstream e condiviso in tanta parte della società.
Un gruppo di studiosi ha svolto un lavoro certosino di revisione del pregiudizio antiisraeliano e antisemita dei testi scolastici, ma non ha le risorse per pubblicarlo. D’altronde, nemmeno la preziosa ricerca condotta da Sergio Della Pergola sul bias nei media ha visto la luce. Che succeda la stessa cosa con i social media?