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Il dialogo è una scelta teologica

Il dialogo è una scelta teologica. Tra memoria protestante, responsabilità teologica e il rischio di nuove esclusioni

Per decenni, le nostre si sono dette chiese del dialogo. Non era un vanto. Era vero, ed è costato.

È costato perché il dialogo con l’ebraismo non è stata una migliore opinione sugli ebrei. È stato rivedere la predicazione parola per parola, e ammettere che la teologia della sostituzione – l’idea che la Chiesa sia subentrata a Israele,

ereditandone le promesse e lasciandogli il castigo – non era un incidente ma una struttura. 

Chi ha fatto quel lavoro sa quanto è stato lento. Si toccava un commento, si toccava un inno, si toccava una frase detta per abitudine la domenica mattina. 

In Italia lo hanno fatto anche i protestanti, e lo hanno fatto quando non conveniva.

Oggi ci viene chiesto di smontarlo.

La richiesta è scritta. 

Kairos Palestina II domanda alle chiese di distinguere il dialogo con gli ebrei dal dialogo con il sionismo, di boicottare il secondo e di dare voce invece alle voci profetiche ebraiche. 

Poiché per la grande maggioranza degli ebrei viventi un legame con Israele – critico, tormentato, ma reale – fa parte dell’identità, quella distinzione non seleziona un’ideologia, seleziona delle persone.

Vediamo che cosa significa qui da noi. 

Significa che un ebreo italiano dovrebbe dichiararsi su uno Stato estero perché una chiesa italiana accetti di parlargli. Non è una posizione sul conflitto: è una importazione del conflitto a cittadini che non lo conducono.

 E fra battisti italiani ed ebrei italiani non c’è nulla da normalizzare.

Non siamo parti in causa, siamo vicini di casa.

Non lo abbiamo mai chiesto a nessuno.

 Non chiediamo ai nostri interlocutori musulmani di certificarsi sull’Iran o su Hamas. Non lo abbiamo chiesto agli ortodossi mentre il Patriarcato di Mosca benediceva una guerra. Non lo chiediamo ai cattolici sulla politica estera della Santa Sede. 

Un criterio che vale per un solo gruppo non è un criterio: è una condizione posta a quel gruppo. Le intenzioni non cambiano la struttura, e la struttura è ciò che vede chi la subisce.

C’è poi una ragione che dovrebbe bloccarci più di ogni altra, e viene dalla nostra storia. I protestanti italiani sono stati per secoli ammessi alla conversazione soltanto a condizione: riconosciuti quando conveniva, tollerati quando serviva.

 Sappiamo per esperienza che cosa vuol dire dover superare un esame per essere ascoltati. Una minoranza che introduce il lasciapassare lo introduce contro sé stessa. 

Un criterio simile non resta dove lo si mette, una volta ammesso che l’ascolto possa essere subordinato   a un esame politico, la domanda non è più se qualcuno lo somministrerà anche a noi, ma quando ciò accadrà, e su quale dossier. 

Chi ha meno potere non scrive mai le domande; l’esame lo sostiene.

Ma il punto vero è teologico, e va detto con precisione. La conquista del dialogo ha un nome preciso: la fine del diritto della Chiesa

di stabilire chi sia l’ebreo legittimo. Abbiamo smesso di parlare degli ebrei e abbiamo cominciato a parlare con loro, lasciando che si definissero da sé. Quella richiesta ci restituisce quel diritto. 

Cambia il criterio – politico anziché teologico – ma conserva la struttura.

La figura dell’ebreo “ammesso” a parlare purché condanni i suoi non è nuova nella retorica cristiana. Ha una storia lunga, e chi la conosce la riconosce subito.

Le strutture ricrescono quando cessa ciò che le correggeva. Il dialogo non era gentilezza: era

igiene. Interrompiamolo, e in due generazioni il riflesso tornerà da solo. Nessuno se ne accorgerà, perché sarà tornato in forma progressista.

Chiedo allora la cosa che nessuno vuole mettere

per iscritto. Chi va escluso? L’Unione delle comunità ebraiche? Le comunità locali? I singoli rabbini che non passano il test? Chi somministra l’esame, chi valuta le risposte, e con quale mandato una chiesa cristiana stabilisce quale ebreo sia degno di parola? 

Finché resta astratto sembra rigore. Messo su carta – chi esclude chi, e in base a quale risposta – è razzismo, quali che siano le intenzioni di chi lo scrive.

E il conto, come sempre, lo pagano gli assenti.

Rompere il dialogo italiano non produce alcun effetto in Palestina, ma ogni effetto in Italia.

Non tocca gli accusati. Tocca trentamila persone che non c’entrano, e per le quali quel rapporto è uno dei pochi luoghi dove sono trattate da vicini e non da questione di politica estera.

Resta una cosa vera nella critica che ci è rivolta, e non voglio scansarla. 

Il dialogo può diventare l’alibi per non dire mai nulla sull’occupazione. Se abbiamo taciuto per non incrinare un rapporto, il rimprovero è giusto, e la risposta non è rivendicare il dialogo: è usarlo. 

Un rapporto che si rompe perché diciamo ciò che pensiamo di Gaza era già finito. E se qualcuno ci chiedesse di approvare un governo israeliano per restare in dialogo, rifiuteremmo con le stesse identiche parole.

La formula onesta è una sola: restare, e dire.

Non restare, e tacere.

Il dialogo non è un premio per la condotta politica dell’interlocutore. È il modo in cui una chiesa riconosce di non essere sola al mondo. 

Chi lo condiziona non lo purifica: lo sostituisce con la

propria voce, e chiama il risultato profezia.

Italo Benedetti, pastore battista, Socio Fondatore dell’Associazione Amicizia Ebraico-Cristiana di Napoli