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UN’ANIMA PURA

UN’ANIMA PURA
da Moked 5/8/2026
Com’è noto, domenica 4 giugno del 1944, le prime avanguardie della V Armata americana del Generale Mark Wayne Clark entrarono a Roma, da cui i tedeschi erano appena fuggiti. Si concludeva così il periodo dell’occupazione nazista della capitale, che era iniziata il 10 settembre 1943, due giorni dopo che fu reso pubblico l’armistizio di Cassibile (segretamente firmato il 3 settembre). Un periodo, durato 271 giorni, tra i più tragici della storia del Paese, il cui picco di atrocità fu raggiunto dalla spaventosa retata del 16 ottobre 1943.
La resistenza dei Partigiani durò fino all’ultimo giorno, così come la spietata repressione tedesca. 1l 28 maggio 1944 Eugenio Colorni, noto intellettuale ebreo antifascista, venne fermato da due uomini della Banda Koch, mentre portava con sé volantini e documenti clandestini. Cercò la fuga, ma venne colpito mortalmente alle spalle, e morì, per la ferita riportata, due giorni dopo, ormai alla vigilia della liberazione della città.
Alla figura di questo grande protagonista della storia civile e culturale del nostro Paese è stata ora dedicata una importante e accurata biografia, che ne analizza la complessa personalità da molteplici punti di vista, scritta da Massimiliano Coccia: Eugenio Colorni. Per un’Europa libera e unita, con prefazione di Liliana Segre, Giuntina, 2026, pp. 190, euro 18.
“Colorni – scrive la Segre – fu un fine studioso, uno dei più importanti filosofi del Novecento, precursore di un nuovo modo di intendere il lavoro culturale, fu il primo intellettuale integralmente europeo, capace di intuizioni profonde e di connessioni essenziali in tutte le sue materie di studio. Un sapere che ha fatto progredire in modo importante la cultura europea, ispirando generazioni di studiosi”. “Un’anima pura e inquieta – aggiunge Coccia -, che faceva dell’amore il motore principale della propria azione, cercandolo senza mai risparmiarsi in ogni ambito della vita pubblica e privata”.
Arrestato nel 1938, si trovò a condividere con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi l’esperienza del confino a Ventotene, dove fu tra i protagonisti di quel fervido laboratorio culturale che sfociò nel cd. Manifesto di Ventotene, in cui si sono volute scorgere le prime fondamenta dell’Unione Europea.
È un grande merito del libro di Coccia quello di contribuire, con la sua ricostruzione, a conoscere cosa si sia veramente pensato, detto e scritto in quell’isola, dove alcuni uomini coraggiosi riuscirono ad avere la forza di guardare al di là dei quei tempi bui, e di immaginare per l’Italia e l’Europa un futuro diverso, fondato sulla libertà, l’uguaglianza e la solidarietà, tanto tra gli individui quanto tra le nazioni. Così come è suo merito quello di avere indagato non solo sulla “grande” storia delle idee e delle azioni che hanno cambiato il mondo, ma anche sulla “piccola” storia privata, non meno significativa, del vissuto personale di uno dei protagonisti di quegli anni e di chi gli è stato sodale: “Raccontare Colorni – scrive l’autore – significa raccontare un modo di stare al mondo, in cui l’amore, l’amicizia, la militanza, lo studio e il rischio personale sono parte di un unico movimento”.
Sul famoso Manifesto redatto dai confinati di Ventotene molto si è scritto, soprattutto con l’avanzamento della concretizzazione del grande progetto dell’Unione Europea. E credo che, come sempre, l’interpretazione di un programma maturato in anni passati imponga, ovviamente, come prima cosa, la sua contestualizzazione storica. Ho trovato meschino “fare le pulci” al testo, come è stato recentemente fatto “ex cathedra”, a fini di polemica politica interna, leggendolo come se fosse stato scritto ai giorni d’oggi. Così come è sbagliato fare del Manifesto una sorta di monumento e di Vangelo, e soprattutto ascriverlo a patrimonio di una sola parte politica.
Intendiamoci, certamente gli uomini di Ventotene non erano super partes, né, in quei tempi, sarebbe stato possibile esserlo. E operarono in un contesto in cui la lotta per la democrazia coincideva con l’antifascismo. Gli anni successivi hanno dimostrato ampiamente come questa equiparazione sia tragicamente illusoria e inadeguata.
Le pagine di Colorni riportate nel libro ci mettono di fronte a un’importante storia di coraggio e di speranze. E, più di ottant’anni dopo, ci permettono di meglio comprendere le illusioni di quel programma, e le successive, inevitabili delusioni. Nella prefazione al Manifesto, da lui scritta nel gennaio 1944, Colorni elogia il carattere pluralistico del laboratorio di Ventotene: “Lasciamo che nel seno del nostro Movimento tutte le tendenze politiche, da quella comunista a quella liberale, siano presso di noi rappresentate”. Era in assoluta buona fede, e credeva che il comune denominatore antifascista avrebbe permesso agevolmente di superare le differenze ideologiche, in vista del comune obiettivo di un’Europa libera e unita. Così come, quando indicava nell’internazionalismo il primo obiettivo da perseguire, pensava a un’unione di democrazie, non di dittature. Ma altri, com’è noto, avevano, per il Vecchio Continente, progetti del tutto diversi. Il comunismo non avrebbe mai potuto coniugarsi col liberalismo, così come l’acqua con l’olio, e la parola “internazionalismo”, com’è noto, era da molti usata, da quasi trent’anni, al servizio di un’altra cupa tirannide.
Quanto all’antifascismo, chi sa cosa avrebbe detto Colorni se avesse ascoltato, pochi mesi dopo avere scritto le sue nobili e visionarie parole, quanto il Generale Clark avrebbe detto a Curzio Malaparte: “in Italia ci sono 40 milioni di fascisti e 40 milioni di antifascisti”. E cosa avrebbe detto, da Partigiano ebreo, morto per un’Italia libera dalla dittatura e dal razzismo, nel vedere, nei cortei del 25 aprile, insultare la memoria dei suoi compagni di lotta e di sacrificio, da parte delle avanguardie militanti del rumoroso esercito dei “40 + 40”.
Francesco Lucrezi, storico