LA QUESTIONE EBRAICA 92 VITA O POESIA
Nella scorsa puntata del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nell’età postmoderna, abbiamo affrontato l’importante figura del critico letterario, linguista e scrittore ebreo George Steiner.
Calò ha ricordato come l’intellettuale abbia nutrito una forte avversione verso l’ideale del sionismo, sulla base dell’idea che una terra e uno stato non potessero racchiudere l’identità, l’essenza, l’anima e la cultura di un popolo e di una nazione, le quali andrebbero invece cercate nella memoria, nella cultura, nelle parole e nella lingua (o nelle lingue) nelle quali esse si esprimono. Un’ avversione che si intreccia, nel famoso linguista, in una generale critica all’idea stesso dello stato-nazione, chiamato, per sua stessa natura, a nascere, difendersi e perpetuarsi “sulla punta della spada”.
Ho formulato, commentando Calò, le mie critiche alla visione di Steiner, per due distinti motivi: in generale, per il suo confondere il livello dell’utopia con quella della realtà, e, per quanto riguarda specificamente il popolo ebraico, per la sua totale ignoranza della peculiarità della storia di questo piccolo popolo, che ha pagato un prezzo tremendo proprio per non avere potuto usare, nei secoli, nessuno tipo di spada contro i suoi innumerevoli nemici, che, invece, di spade ne avevano, eccome. Perseguitare gli ebrei, vessarli, umiliarli, picchiarli, ucciderli è stata sempre, fino a tempi molto recenti, la cosa più facile del mondo. Anzi, talmente facile che, spesso, le masse cristiane e islamiche non avevano nessun bisogno di usare le armi. Bastava andare a prendere gli ebrei dove stavano, magari sfondando le porte dietro le quali cercavano di nascondersi, e fare di loro quello che si voleva.
Intendiamoci. Senza le utopie la storia dell’umanità sarebbe infinitamente più triste e povera. Non sarebbero mai state scritte l’Odissea, il libro di Isaia, l’Eneide, la Divina Commedia. La vita, senza sogni, è triste e grigia. Chi mai ardirebbe criticare, in quanto irrealistica, Imagine di John Lennon, nel quale il grande poeta “immagina” un mondo senza confini e senza nazioni? O We are the World, nel quale i più grandi cantanti americani hanno annunciato, tutti insieme, che il mondo “will be as one”?
Steiner sembra immaginare che la civiltà umana potesse costruirsi senza armi, solo con la forza delle parole. Se lo ha pensato sul serio, andrebbe più ascritto alla categoria dei poeti e degli artisti, anziché a quella degli uomini di scienza, e non mi sembra che ciò sia avvenuto.
Ma il discorso cambia completamente nel caso ci si riferisca non all’umanità intera, ma solo al popolo ebraico. Perché criticare il fatto che questo popolo possa contare anche sul “filo della spada” non è poesia, ma crudele cinismo. Quando, il 29 novembre del 1947, le Nazioni Unite deliberarono la spartizione della Palestina, in pratica si trattava dell’annuncio di un’ecatombe. Gli ebrei locali erano solo 650.000, e non c’era nessuno, vicino o lontano, disposto ad aiutarli, gli arabi circostanti 100 volte tanti, gli islamici forse 200 o 300 volte di più. E l’Haganà poteva contare su poche migliaia di fucili, nessun aereo, nessun carro armato, poche mitragliatrici leggere. Gli arabi si preparavano a un massacro che sembrava un gioco da ragazzi. Molti Paesi europei vendevano nuove armi agli arabi, già fortemente armati, nessuno agli ebrei. Molti dirigenti dell’Yishùv suggerirono di arrendersi, perché non c’era scampo. Solo Ben Gurion insistette, perfino ingannando i compagni sugli effettivi armamenti a disposizione. O allora, o mai più.
Alla fine, miracolosamente, arrivarono un po’ di mitragliatrici dalla Cecoslovacchia. Gli ebrei lasciarono sul terreno 6000 uomini (come se oggi l’Italia, in una guerra, avesse oggi 600.000 morti!), ma vinsero. Senza quei fucili, senza quelle mitragliatrici, ci sarebbe stato un “piccolo” completamento della Shoah. Immagino che a Steiner quelle “spade” non siano piaciute. Io, senza retorica, mi inchino davanti a chi le ha costruite, comprate, vendute e usate. Tra vita e poesia, scelgo la seconda.
Ma non è finita. Ancora nel 2004, il linguista scrisse che “per sopravvivere, Israele deve ricorrere alla tortura e all’umiliazione sistematica dei suoi vicini e nemici”, e altre amenità del genere. Come si dice, al cuore non si comanda. Quando ama, così come quando odia.
Calò ricorda che, però, sul finire della sua vita, Steiner ebbe qualche timido accenno di resipiscenza: “Forse mi sono sbagliato? Avevo il diritto di criticare, comodamente seduto sul divano della mia bella casa a Cambridge? Sono stato arrogante quando, dall’esterno, ho cercato di spiegare a persone in pericolo di morte come avrebbero dovuto comportarsi?”.
Per fortuna non sono Dio (oltre a non crederci), e non devo quindi decidere se perdonarlo o no. Dico però che, quando si tratta di giudizi su Israele, conta molto il momento storico in cui vengono espressi. Steiner è morto nel 2020. Mi interesserebbe sapere cosa avrebbe detto, dopo il 7 ottobre. E credo proprio che non mi piacerebbe, come tutto quello che ha detto e scritto.
Francesco Lucrezi, storico