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SCAFFALE 52 VIBRAZIONI

SCAFFALE 52 VIBRAZIONI

da Moked. Pagine Ebraiche 8/7/26

“Nel 1926, Gershom Scholem scrive una lettera a Franz Rosenzweig, in occasione del suo compleanno, sul tema della rinascita dell’ebraico come lingua parlata. La lettera sarà pubblicata e commentata per la prima volta da Stéphane Moses nel 1985. Essa stimolerà anche un intervento di Jacques Derrida, Les jeux de la langue, un commento alle parole di Scholem e in particolare a due sue metafore telluriche: la lingua come ‘abisso’ e come ‘vulcano’”.

Con queste parole si apre un’“avvertenza”, scritta dallo stesso autore, posta in apertura a un libro di grande suggestione, scritto da Haim Ben-Abraham, rinomato studioso di Midrashìm: Cercando l’aria. Voce, discorso, midrash (Firenze, Giuntina, pp. 258, euro 20).

“Il testo di Scholem – continua l’autore – è tormentato e inquietante. Egli teme che un fatto linguistico – la rinascita della lingua ebraica come idioma corrente, vivo  nella strada, parlato da tutti, dopo duemila anni in cui la lingua cosiddetta santa era stata relegata ai confini ristretti della scrittura e della preghiera – si possa trasformare in un evento politico dirompente, fautore di cambiamenti sociali radicali, rivoluzionari, potenzialmente distruttivi, addirittura che possa scatenare un’apocalisse:  ‘Se trasmettiamo ai nostri figli l’ebraico parlato e resuscitiamo per loro la lingua degli antichi libri,… Dio stesso non resterà muto”.

La lingua, nel testo di Scholem, non è solo un mezzo di comunicazione: è una presenza viva, un soggetto della storia che agisce sui parlanti, a loro insaputa, quando i caratteri stampati si risvegliano e ridiventano voce, suono. L’ebraico parlato dell’yishuv, il protostato che sarà poi Israele, incautamente considerato un semplice strumento, una techné nelle mani dell’uomo onnipossente, comincerà ad agire inesorabilmente su di noi, non si sa con quali conseguenze”.

Il libro, di grande forza evocativa – sul piano storico, filologico, religioso, poetico, semantico -, è dedicato al complesso, ambiguo e sfuggente rapporto tra parole e cose, tra significanti e significati. Ma, mi rendo conto, già parlare di “rapporto tra parole e cose” è un’espressione che può apparire fuorviante, dal momento che dà l’idea che si tratti di due fenomeni ben distinti, e il primo termine serva unicamente a ‘rappresentare’, a rendere ‘pensabile’, ‘dicibile’ qualcosa che esisterebbe indipendentemente da esso.

In realtà, non è così, ed è impossibile pensare a qualcosa che non abbia un nome. Non a caso, in ebraico il termine davàr vuol significare tanto “parola” quanto “cosa”, e il Signore chiese ad Adamo, nel Gan Eden, di dare un nome a tutte le creature viventi. Senza un nome, quelle creature, in pratica, non sarebbero esistite.  Ma lo stesso libro della Genesi racconta poi, nell’episodio di Babele, come le parole e le lingue diventino elemento di confusione e di discordia, il segno di una maledizione divina. Comunque, sia nel bene che nel male, è certo che è alla comunicazione, ossia alla parola, che è affidata la peculiare posizione dell’uomo nel creato. Egli è fatto “a immagine e somiglianza di D-o” non certo in quanto gli somigli fisicamente (D-o non ha un aspetto fisico), ma in quanto entrambi sono soggetti atti a comunicare. E si può comunicare in tanti modi, attraverso l’oralità come attraverso la scrittura. Ma è evidente che la seconda, la scrittura, nasce, storicamente, molte decine di migliaia dopo la nascita del linguaggio, ossia della parola parlata.

“L’udito, più che la vista – scrive Ben-Abraham -, è senso corporeo, fisico e sociale. L’apparato fonico del parlante deve produrre vibrazioni che si muovono nello spazio attraverso una materia che oppone resistenza, l’aria, per esempio, fino a raggiungere l’orecchio di un altro da noi, più specificamente fino a farne vibrare la membrana timpanica. Le vibrazioni sonore, nel loro percorso tra due parlanti, anche incontrano e interagiscono con miriadi di superfici nello spazio in cui si diffondono, ossia arrivano a disposizione, alla membrana timpanica dell’interlocutore, solo dopo essersi caricate di una profonda conoscenza sul loro intorno”.

La parola ha bisogno dell’aria (l’elemento che dà il titolo al libro), e non solo come mezzo di trasmissione, ma anche per essere essa stessa fatta di aria, per la sua intrinseca volatilità, leggerezza, mutevolezza. Ogni suono, venendo trasmesso, si trasforma, e lo stesso vale anche per ogni significato. È difficile che una parola significhi la stessa cosa per due persone diverse, e anche per la stessa persona, quando è pronunciata o ascoltata in due momenti diversi, anche a distanza di poco tempo. “Se la rosa non si chiamasse così – chiede Giulietta -, non avrebbe forse lo stesso profumo?”. Certo, avrebbe lo stesso profumo, ma non sarebbe una rosa. “Stat rosa pristina nomine – sono le ultime parole del celebre romanzo di Umberto Eco -, nomina nuda tenemus”.

Perciò la parola ha un bisogno continuo di interpretazione, di risignificazione, di correzione. Lo stesso Signore, secondo un Midràsh, commentato da Ben-Abraham, si sarebbe accorto di avere commesso un errore, nell’avere creato Adamo unico, e, creando la donna, si sarebbe auto-corretto. “Non è bene che l’uomo sia solo”, perché chi è solo non può parlare, e non può ascoltare.

 

Francesco Lucrezi, storico