Da K Gli ebrei l’Europa il XXI Secolo 4 giugno 2026
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Dal 7 ottobre, Pedro Sánchez ha fatto dello scontro con Israele uno dei punti cardine della sua politica estera. Ma, secondo Alan Grabinsky, questa posizione non si spiega solo con l’opportunismo elettorale né con i riflessi abituali di una certa sinistra europea. Essa affonda le sue radici in una storia spagnola più profonda: l’espulsione degli ebrei, l’Inquisizione, il franchismo, l’antiamericanismo, la memoria coloniale e i miti persistenti sul potere ebraico. La Spagna, suggerisce, continua a proiettare su Israele una parte irrisolta della propria storia.
Cartello durante una manifestazione in Spagna: «L’esercito israeliano: barbari del XXI secolo, carnefici, sterminatori di un popolo indifeso e rinchiuso. No all’assedio di Gaza! Palestina libera»
Un calcolo elettorale
Il 10 marzo 2026, il Consiglio dei ministri spagnolo ha ufficialmente revocato l’incarico alla sua ambasciatrice in Israele, Ana María Salomón Pérez, sancendo una rottura diplomatica che era nell’aria da mesi. Pérez era stata richiamata il 9 settembre 2025, poche ore dopo che il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar aveva accusato il governo Sánchez di antisemitismo; non ha mai ripreso il suo incarico. Questo richiamo definitivo costituisce il culmine di un deterioramento progressivo iniziato il 7 ottobre 2023, durante il quale Sánchez ha riconosciuto lo Stato palestinese, imposto un embargo militare e vietato alle navi che trasportavano armi destinate a Israele di attraccare nei porti spagnoli. L’elemento scatenante più recente è stata la veemente opposizione della Spagna agli attacchi americano-israeliani contro l’Iran, che ha portato Israele a escludere la Spagna dal Centro di coordinamento civilo-militare di Kiryat Gat, incaricato di supervisionare il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Sánchez, dal canto suo, ha ulteriormente inasprito i toni. Durante un recente comizio in Andalusia – regione in cui il suo partito è in difficoltà –, ha dichiarato che spingerà l’Unione europea a rescindere i suoi legami commerciali con Israele: «Un governo che viola il diritto internazionale o i principi dell’UE non può esserne partner».
La posizione anti-israeliana di Sánchez non riguarda solo la politica estera. La sua origine è soprattutto interna. Mentre gli scandali per corruzione travolgono il suo partito, il suo indice di popolarità è crollato al 25,7 per cento, con il 69,6 per cento di disapprovazione. Questo inasprimento anti-israeliano sembra dare i suoi frutti sul piano politico, al di là delle divisioni partitiche: da novembre 2023, la simpatia degli spagnoli verso i palestinesi è aumentata di 16,5 punti; quasi il 57 per cento degli spagnoli ritiene che la guerra condotta a Gaza costituisca un genocidio; e un sondaggio Pew rivela che il 75 per cento di loro ha un’immagine sfavorevole di Israele.
Dal 7 ottobre 2023, Sánchez ha riconosciuto lo Stato palestinese, ha imposto un embargo militare e ha vietato alle navi che trasportano armi destinate a Israele di attraccare nei porti spagnoli.
Si potrebbe interpretare la posizione anti-israeliana di Sánchez come parte di una svolta più ampia della sinistra europea, volta a conquistare l’elettorato musulmano – una tendenza che si riscontra in partiti come La France insoumise e i suoi omologhi belgi e britannici. Questa spiegazione mi sembra riduttiva. Non si applica completamente alla Spagna. A differenza della Francia e del Regno Unito, dove gli elettori musulmani si contano a milioni, in Spagna solo circa 800 mila musulmani hanno diritto di voto, ovvero circa il 2 per cento dell’elettorato. L’immigrazione musulmana in Spagna è un fenomeno relativamente recente, che ha subito un’accelerazione alla fine degli anni Novanta e all’inizio degli anni 2000, ben dopo i programmi di immigrazione di manodopera del dopoguerra in Francia e nel Regno Unito, avvenuti mezzo secolo prima. La Spagna stessa è stata un paese di emigrazione per gran parte della seconda metà del XX secolo. Di conseguenza, più della metà dei musulmani in Spagna non ha ancora la cittadinanza spagnola. Sánchez ha certamente regolarizzato di recente mezzo milione di immigrati – ma questi non possono ancora votare, e la maggior parte proviene dall’America Latina, non da paesi a maggioranza musulmana.
Non c’è bisogno di invocare una pressione elettorale musulmana per spiegare l’ostilità verso Israele in Spagna: la linea di Sánchez si inserisce in una storia più antica, propriamente spagnola, in cui si mescolano antisemitismo, antiamericanismo e ostilità verso Israele.
L’eredità di Franco
Dopo la guerra civile e per tutti i quarant’anni della dittatura franchista, la storia della Spagna si è evoluta in modo diverso dal resto d’Europa. Sebbene Franco fosse vicino alla Germania nazista, la Spagna non ha vissuto la guerra sul proprio territorio né ha preso parte direttamente alla Seconda guerra mondiale. Paradossalmente, il paese è servito da via di transito sia per gli ebrei in fuga dal nazismo sia per i nazisti in fuga dai procedimenti giudiziari dopo la guerra. È anche per questo motivo che la Spagna, a differenza dell’Austria o della Germania, non ha mai dovuto fare i conti, né pubblicamente né istituzionalmente, con il proprio antisemitismo strutturale.
Ritratto di Franco. Wikimedia Commons
La Spagna è stata l’ultimo paese dell’Europa occidentale (insieme al Vaticano) a riconoscere formalmente Israele, solo nel 1986, per poter aderire alla Comunità economica europea – dopo decenni in cui Franco aveva promosso il mito di un complotto ebraico-massonico come minaccia esistenziale per la Spagna. Come per molte altre eredità del franchismo, il paese ha rapidamente voltato pagina; non c’è mai stata una messa in discussione storica dei quattro decenni di strumentalizzazione istituzionalizzata dell’antisemitismo. Questi atteggiamenti si sono rivelati tenaci: l’indagine Global 100 dell’ADL1 colloca la Spagna come il paese dell’Europa occidentale con il più alto livello di atteggiamenti antisemiti, al 26 per cento – davanti al Belgio (24 per cento), alla Francia (17 per cento), alla Germania (12 per cento) e al Regno Unito (10 per cento).
Un antisemitismo fantasmatico
Le persone con cui ho parlato qui descrivono l’antisemitismo spagnolo come «fantasmatico». Il motivo non è difficile da individuare: rispetto al resto d’Europa, la Spagna è stata, di fatto, Judenfrei – svuotata dei suoi ebrei – per cinquecento anni. Dopo le conversioni forzate e l’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492, e poi durante i tre secoli di dominio inquisitoriale, l’ossessione per l’«ebraizzante» è persistita, come documenta David Nirenberg nel suo libro Anti-Judaism2, anche in un’epoca in cui non restava praticamente più nessun ebreo nella penisola iberica. L’identità spagnola si è in gran parte costruita durante questo periodo come negazione attiva del passato musulmano ed ebraico del paese, un’ossessione che ha preso la forma particolare della limpieza de sangre, la purezza del sangue3. La dittatura cattolica di Franco si è appoggiata su questa tradizione, presentando letteralmente il proprio regime come una crociata contro i valori decadenti dell’Occidente. Anche se verso la fine del franchismo il regime aveva attenuato la propria posizione, i pochi ebrei sefarditi che erano fuggiti dal Marocco verso la Spagna durante la Guerra dei Sei Giorni si guardavano bene dal farsi notare.
Le ferite del regime franchista non si sono mai rimarginate e non c’è mai stata una resa dei conti pubblica, nemmeno riguardo all’influenza di quel regime nella narrazione di una Spagna come roccaforte cattolica contro le influenze musulmane ed ebraiche. L’ignoranza diffusa dello spagnolo medio riguardo alla storia ispano-ebraica ha finito per assumere un carattere quasi istituzionale. Persino importanti pensatori ebrei come Maimonide, nato a Cordova, non sono considerati pensatori spagnoli – mentre Seneca, nato anch’egli a Cordova ma romano, lo è. Molte persone con cui ho parlato non sanno nemmeno che esistono delle judeías, i quartieri ebraici medievali, nelle loro stesse città. Ciò ha conseguenze molto concrete: quando dico agli spagnoli che sono ebreo, ho la sensazione di finire in una zona d’ombra.
La Spagna, a differenza dell’Austria o della Germania, non ha mai dovuto fare i conti, né pubblicamente né istituzionalmente, con il proprio antisemitismo strutturale.
Certo, si osserva una recente ondata di immigrazione ebraica verso la Spagna, in particolare da quando il governo del Partido Popular (PP, centrodestra) ha adottato nel giugno 2015 una legge che concede ai discendenti degli ebrei sefarditi il diritto alla cittadinanza spagnola, un gesto presentato come riparatore in un contesto in cui si intensificava la pressione per affrontare l’eredità dell’espulsione del 1492. Sebbene la legge abbia ricevuto l’approvazione unanime del Parlamento, alcuni l’hanno vista meno come un gesto simbolico che come una reinterpretazione nostalgica del passato spagnolo. Inoltre, poiché la Spagna attraversava allora una fase di recessione, l’iniziativa è stata percepita anche come un tentativo di attrarre investimenti. Nel 2019 solo una piccola parte dei 132 mila ebrei che avevano presentato domanda aveva ottenuto un passaporto spagnolo.
A differenza dell’Austria, della Francia o della Germania, in Spagna non esiste una tradizione viva di personalità pubbliche o scrittori capaci di testimoniare dall’interno l’esperienza ebraica, e dunque nessuno che possa suonare l’allarme quando riemergono vecchi atteggiamenti. Mi sono trasferito qui due anni fa e sono rimasto sbalordito nel sentire discorsi complottisti sugli ebrei espressi pubblicamente, senza che questo suscitasse la minima protesta e apparentemente senza che nessuno si rendesse conto che fosse appena stata formulata un’affermazione problematica. Gli stereotipi sugli ebrei e sul potere sono all’ordine del giorno: l’esempio più recente è stata una conversazione, ascoltata per caso negli spogliatoi della mia piscina, sui crimini di Epstein e sulla presunta influenza del Mossad a Washington. Durante la Settimana Santa gli abitanti di León bevono succo di limone mescolato al vino, secondo una tradizione che si chiama ancora matar judíos, uccidere gli ebrei. Due miei amici originari di lì sono rimasti sconvolti quando hanno capito il significato di quelle parole. Alcune tradizioni religiose medievali sono state rivestite di ostilità rivolta contro Israele, come il recente rogo di un manichino che rappresentava il male – in questo caso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – durante la Settimana Santa a Málaga, o ancora un fantoccio con la bandiera israeliana impiccato durante un festival annuale nella vicina Andorra, a febbraio.
A differenza dell’Austria, della Francia o della Germania, in Spagna non esiste una tradizione viva di personalità pubbliche o scrittori capaci di testimoniare dall’interno l’esperienza ebraica – e dunque nessuno che possa suonare l’allarme quando riemergono vecchi atteggiamenti.
Poiché il mito del potere ebraico cospirativo è così profondamente radicato nella società, le accuse di antisemitismo sono spesso percepite come atteggiamento vittimistico. Il rifiuto di affrontare seriamente certe calunnie si manifesta nella controversia su una delle definizioni della parola judío nel dizionario della Real Academia Española (RAE)4, autorità ufficiale della lingua spagnola. Una lunga battaglia è stata condotta dagli ebrei dei paesi ispanofoni affinché la RAE eliminasse la quinta definizione di judío – usuraio, bugiardo – che l’istituzione aveva a lungo difeso come riflesso dell’uso corrente. Da allora è stata aggiunta una nota che segnala il carattere offensivo e discriminatorio del termine, ma solo dopo la pressione delle comunità ebraiche dell’intero mondo ispanofono.
Antiamericanismo e memoria coloniale
L’ostilità della Spagna verso Israele non si limita tuttavia ai suoi atteggiamenti storici verso gli ebrei. Affonda anche in un antico antiamericanismo particolarmente marcato a sinistra. L’ultima grande guerra internazionale della Spagna, durante la quale ha perso le sue ultime colonie nell’emisfero occidentale, fu combattuta contro gli Stati Uniti. Ciò costituì una profonda fonte di vergogna nazionale, che segnò la fine della potenza storica della Spagna. Persiste un malessere residuo nei confronti dei legami che Franco coltivò con Washington, che spesso vedeva in lui una risorsa utile, cosa che gli permise di aprire l’economia spagnola alle imprese americane.
Questo malessere si è protratto durante la Guerra fredda: la Spagna si è ufficialmente proclamata non allineata, pur ospitando basi americane sul proprio territorio. Da allora gli spagnoli si sono mostrati riluttanti a impegnarsi in guerre percepite come di interesse americano, il che spiega il referendum del 1986 sul mantenimento dell’adesione alla NATO, in cui il «Sì» prevalse di misura su una forte opposizione. Fu solo sotto il governo conservatore del Partido Popular di José María Aznar, nel 1999, che la Spagna entrò nella struttura militare integrata della NATO. La decisione di Aznar, nel 2003, di sostenere la guerra americana in Iraq incontrò un massiccio rifiuto dell’opinione pubblica5.
A ciò si aggiunge il senso di colpa derivante dal ritiro spagnolo dal Sahara occidentale che è diventato il prisma attraverso cui la sinistra spagnola interpreta la causa palestinese. Nel novembre 1975, mentre Franco era in fin di vita, la Spagna firmò gli Accordi di Madrid abbandonando la sua colonia del Sahara occidentale e trasferendone provvisoriamente l’amministrazione al Marocco e alla Mauritania6. Il 26 febbraio 1976, la Spagna aveva completato il ritiro, abbandonando il popolo saharawi – una popolazione con profondi legami culturali con la Spagna e aspirante all’autodeterminazione – a un destino incerto in un territorio conteso. La prima amministrazione Trump ha infine riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara occidentale nel dicembre 2020, nell’ambito degli Accordi di Abramo. La causa saharawi è diventata un riferimento della sinistra spagnola, fornendo un modello morale attraverso cui molti spagnoli interpretano la condizione palestinese: secondo questa narrazione, si tratta di due popoli abbandonati all’occupazione, nei confronti dei quali la Spagna avrebbe, in entrambi i casi, una responsabilità.
Catalogna: la solidarietà con la Palestina come elemento identitario
L’atteggiamento della sinistra spagnola verso i saharawi contrasta con un’altra causa di autodeterminazione, molto più vicina, in Catalogna. Qui lo schema si rovescia poiché la sinistra catalana si presenta come una nazione senza Stato che lotta contro uno Stato più potente che le nega l’indipendenza: la Spagna. I partiti indipendentisti di sinistra in Catalogna, come l’Esquerra Republicana de Catalunya e la Candidatura d’Unitat Popular, hanno fatto della solidarietà alla Palestina un pilastro della loro politica. È comune vedere bandiere catalane accanto a bandiere palestinesi sui balconi di Barcellona. Più preoccupante è il fatto che la Catalogna sia stata teatro di numerosi episodi antisemiti.
All’inizio di gennaio 2026, a seguito dell’indignazione pubblica e della mobilitazione della comunità ebraica, una mappa partecipativa chiamata «Barcelonaz» che indicava oltre 150 istituzioni e attività commerciali ebraiche, esponendole a molestie o violenze è stata rimossa dalla piattaforma GoGoCart. Il 24 gennaio, le istituzioni ebraiche e le sinagoghe hanno sospeso le loro attività dopo che il cimitero storico delle Corts è stato vandalizzato. Il 29 gennaio, durante un grande concerto filopalestinese al leggendario Palau Sant Jordi di Barcellona che ha riunito 12 mila persone con la partecipazione a sorpresa della star catalana Rosalía, migliaia di spettatori hanno intonato: «Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera», secondo il quotidiano catalano La Vanguardia.
Ritratto di Pedro Sanchez. Wikimedia Commons
Tuttavia, il movimento indipendentista catalano non è monolitico. Il partito di centrodestra Junts per Catalunya, ad esempio, si è mostrato filo-israeliano. Piuttosto che rivolgersi ai palestinesi, si è identificato con il sionismo come modello di lotta nazionale. Tuttavia il 7 ottobre 2025 i suoi membri hanno votato a favore dell’embargo contro Israele. Forse Junts ha sostenuto Sánchez nella speranza che questi mantenesse le promesse fatte nel 2023 durante la formazione del governo anche se, venti giorni dopo, Junts avrebbe ritirato tale sostegno, invocando il mancato rispetto degli impegni da parte di Sánchez. O forse ciò riflette semplicemente la profondità del sentimento anti-israeliano in Spagna, Catalogna inclusa. Si pensi ad Ada Colau7, ex sindaca di sinistra di Barcellona, che ha fatto ritorno sulla scena politica imbarcandosi nella Flottiglia della Libertà in partenza dal porto di Barcellona, un gesto ampiamente mediatizzato in tutta la Spagna. Pochi giorni prima del voto sull’embargo, Sánchez aveva annunciato che avrebbe inviato una nave da guerra spagnola per scortare la flottiglia.
La destra, Israele e le posizioni identitarie
Mentre la sinistra spagnola ha presentato questa mossa come una lotta eroica per rompere il blocco israeliano su Gaza, una parte della destra l’ha interpretata come una messinscena volta a distrarre dagli scandali per corruzione, e come il segno di un’alleanza con regimi dispotici come Venezuela, Iran, Russia o Cina. La voce politica più costante nella critica a Sánchez è quella di Isabel Díaz Ayuso, la carismatica presidente della Comunità di Madrid e membro del Partido Popular, ampiamente percepita come possibile futura leader del suo partito e, a lungo termine, del Paese. Anche lei si è espressa con forza a favore di Israele.
Come parte della destra europea, Ayuso presenta il suo sostegno a Israele come una lotta di civiltà per l’anima dell’Occidente. Israele è uno dei riferimenti – insieme al suo antifemminismo, alla sua ostilità verso il nazionalismo catalano e alla sua filoamericanità – che utilizza per distinguersi dalla linea nazionale più prudente del PP sotto Alberto Núñez Feijóo. Ciò le conferisce l’immagine di portavoce ideologicamente coerente della destra spagnola. Ma la sua forza elettorale deriva innanzitutto dal dinamismo economico di Madrid, dalla politica di bassa tassazione e dal rifiuto di Sánchez, più che dalle sue posizioni di politica estera.
Come parte della destra europea, Ayuso presenta il suo sostegno a Israele come una lotta di civiltà per l’anima dell’Occidente.
Da parte sua, l’opposizione di Sánchez alla campagna militare américano-israeliana contro l’Iran gli consente anche di contrapporsi ad Ayuso e agli altri avversari di destra. Nella sua dichiarazione contro la guerra con l’Iran, Sánchez ha esplicitamente evocato il sostegno di Aznar alla guerra in Iraq, sottolineando come «ventitré anni fa, un’altra amministrazione americana ci trascinò in una guerra in Medio Oriente […] e scatenò la più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia conosciuto dalla caduta del Muro di Berlino».
Ciò che tutto questo significa concretamente è che tutto ciò che riguarda Israele, gli ebrei e il Medio Oriente viene filtrato attraverso una lente marcatamente spagnola. In definitiva, le prese di posizione internazionali di Sánchez, pur essendo motivo di orgoglio per i progressisti di tutto il mondo, hanno in pratica scarso peso strategico, come egli stesso ha riconosciuto annunciando la sua serie di sanzioni contro Israele.
Gli spagnoli hanno comunque applaudito queste dimostrazioni di virtù.
Il titolo originale di questo testo, apparso su Tablet, «Spain’s Jewish Question», fa deliberatamente eco a una formulazione carica di storia, quella utilizzata da Marx e poi da Sartre. Questa scelta è esplicitamente dell’autore.
Foto di Alan Grabinsky
Alan Grabinsk