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LA QUESTIONE EBRAICA 85 A CASA

LA QUESTIONE EBRAICA 85 A CASA

Nel suo grande libro su La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò riferisce alcune considerazioni, di grande interesse, del grande storico Benny Morris, riguardo al rapporto tra l’idea del sionismo concepita da Theodor Herzl, e la sua successiva, effettiva concretizzazione pratica.

“Se Herzl fosse vissuto fino al 2004 non sarebbe stato in grado di colloquiare con quasi nessun israeliano. Soltanto un’esigua minoranza di loro, infatti, conosce il tedesco o il francese, le lingue parlate da Herzl. Non parlava l’ebraico (o lo Yiddish), non avrebbe mai immaginato che l’ebraico sarebbe resuscitato come lingua e sarebbe stato comunemente parlato, e che la cultura israeliana, con tutta la sua profusione di scrittori, artisti, scienziati e studiosi, sarebbe stata una cultura ebraica. Da liberale illuminato e non credente, egli si era augurato di escludere la religione dal regno della politica: questo suo progetto si è realizzato. Malgrado l’invadenza dei partiti religiosi, dice Morris, Israele non è una teocrazia: era e rimane una rigogliosa democrazia di più fazioni, con una pletora di partiti laici dominanti. Forse, per quanto sbalordito, Herzl ciò non di meno si sarebbe sentito a casa sua”.

Possiamo dire che sia verosimile, o, almeno, possibile? Si sarebbe sentito davvero “a casa sua”?

L’ipotesi fantastica di Morris richiama un moderno midràsh, raccontato, tra gli altri, da Elie Wiesel, nel suo libro Anime in fiamme. Ritratti e leggende dei maestri chassidici.

Mosè viene rimandato sulla terra dei giorni nostri, in una città moderna. Cammina per strade affollate, non conosce nessuno, nessuno lo riconosce, nessuno sa chi sia. Si sente spaesato, solo e inutile. Poi passa davanti a un cheder, una scuola ebraica, e sente dei bambini che leggono ad alta voce il verso della Torah: “Vayikra el Moshe”, “E Dio chiamò Mosè”. E il profeta, a sentire quelle parole, si rallegra: il mondo è cambiato, e lui non lo capisce più, ma il suo nome viene ancora ricordato. La sua vita non è stata inutile.

È vero che Herzl, nell’Israele di oggi, si sentirebbe “a casa sua”?

Va ricordato, al riguardo, che la frase di Morris è tratta da un articolo da lui scritto nel 2004, nel centenario della morte del giornalista ungherese. E io penso che, già allora, l’asserzione dello storico, oltre che un omaggio alla forza creatrice del padre del sionismo moderno, volesse essere un elogio, un attestato di fiducia verso il moderno Israele, che non avrebbe tradito gli ideali originali del sionismo. Forse, quella di Morris era non tanto una constatazione, quanto un augurio, un auspicio.

Ma, da allora, sono passati ventidue anni, che, considerato il ritmo straordinariamente intenso e accelerato della storia d’Israele, vanno moltiplicati per dieci, o per cento.

Vale ancora, l’ipotesi fantastica di Morris? È vero che Herzl, nell’Israele di oggi, si sentirebbe “a casa sua”?

Innanzitutto, bisogna intendersi si cosa voglia significare davvero “sentirsi a casa”. Tante volte, com’è noto, purtroppo, le mura domestiche sono pervase ma fitte coltri di incomunicabilità, freddezza, ostilità, solitudine. Lo sanno bene gli adolescenti che non comunicano con i genitori, le coppie in crisi, gli anziani soli. E spesso, inoltre, anche coloro che hanno la fortuna di vivere in una famiglia serena non ne apprezzano il significato.  Pochi dicono, al momento del rientro, “che bello essere a casa”. La frase viene pronunciata più spesso quando ci si reca lontano, e si viene accolti con calore e amicizia. È soprattutto allora che si dice la frase “mi sento a casa”, proprio perché la vera casa è lontana.

Io credo che il progetto di Herzl, e la sua realizzazione, vadano interpretato soprattutto attraverso la categoria del viaggio. Egli sollecitò il suo popolo a fare un viaggio, un movimento. E ci sono due tipi di viaggi: quello di Ulisse e quello di Enea.

Ulisse torna alla sua antica dimora, la cui fissità è rappresentata dalle profonde radici della secolare quercia su cui è costruito il talamo nuziale. Nulla lo potrà mai spostare, non ci potrà mai essere una casa diversa. Enea, invece, non ha più una patria, una casa, perché sono state distrutte. La sua missione è quindi quella di costruirne di nuove.

Il viaggio indicato da Herzl fonde insieme entrambe le cose, come indicato nel titolo del suo romanzo Altneuland, “Terra antica e nuova”. Gli ebrei hanno trovato nuove case, ma si sono rivelate precarie, illusorie. Sono quindi invitati a fare un viaggio di “ritorno” verso la loro antica, unica casa, che deve però essere ricostruita.

La loro sarà una nuova risposta all’invito rivolto dal Signore ad Abramo: “Lech Lechah”, “vai verso te stesso”.

Forse, se Herzl tornasse oggi nell’Altneuland, e la giudicasse per la sua aderenza al sogno che aveva immaginato, sarebbe un po’ deluso.

Ma, guardando il resto del mondo, la sua certezza di fondo non avrebbe potuto incrinarsi: non esiste, per il suo popolo, nessun’altra “casa”.

 

Francesco Lucrezi, storico