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Etica e Guerra

Michael Walzer, “È importante distinguere tra guerra preventiva e attacco preventivo in senso stretto, K Gli ebrei, l’Europa, il XXI secolo 19 febbraio 2026

A novant’anni Michael Walzer torna in Israele mentre la guerra mette alla prova le idee che lo hanno reso il più influente teorico dell’etica del conflitto. Nell’intervista fattagli da Gid’on Lev per Haaretz riconosce la legittimità della risposta al 7 ottobre ma critica il modo in cui è stata condotta, indicando nell’assedio di Gaza e nella mancanza di un obiettivo politico il punto in cui una guerra giusta è diventata ingiusta. Una presa di posizione, rara e scomoda, di un amico che chiede a Israele un esame di coscienza non contro di sé, ma per il proprio futuro.

Nella primavera del 1967 il giovane filosofo Michael Walzer attraversò gli Stati Uniti parlando con passione contro la guerra del Vietnam ovunque qualcuno fosse disposto ad ascoltarlo. Poi scoppiò la Guerra dei Sei Giorni ed egli, docente a Harvard, difese l’attacco di Israele con la stessa passione.

«Alcuni pensavano che fosse incoerente – ricorda – e io volevo spiegare che esistono guerre giuste e guerre ingiuste. Ma scoprii che sull’argomento c’era poca letteratura disponibile. Gli ultimi a occuparsene erano stati i filosofi cristiani medievali, e le loro teorie venivano insegnate solo nelle università cattoliche».

Walzer cominciò a lavorare a una versione laica che esaminasse quando le guerre sono giustificate e quando non lo sono. Questa decisione cambiò la sua vita e lo rese uno dei pensatori politici più influenti degli ultimi cinquant’anni e la principale autorità mondiale sull’etica della guerra.

«Ho lavorato sull’argomento per dieci anni», racconta a Haaretz in una conversazione fiume di tre ore durante una recente visita in Israele. Walzer dice di aver letto innumerevoli testi di filosofia cattolica e di storia militare e, per approfondire la propria comprensione, di aver parlato con molti soldati. «Mi sono avvicinato a questo campo anche se non ho mai prestato servizio nell’esercito», spiega con un tono a metà tra la giustificazione e le scuse, «Ero troppo giovane per la Corea e troppo vecchio per il Vietnam».

Il suo libro Just and Unjust Wars fu pubblicato nel 1977. «Ero un giovane di sinistra – dice – e con mia grande sorpresa nel giro di pochi mesi dalla pubblicazione il libro fu inserito nella lista delle letture obbligatorie all’Accademia militare degli Stati Uniti a West Point. Da allora mi ci hanno invitato molte volte».

Non è ovvio che un libro accademico di filosofia abbia un’influenza del genere.

«[Il filosofo Ludwig] Wittgenstein disse una volta che la filosofia non fa accadere nulla, e aveva ragione. Ma la mia argomentazione sulle guerre giuste è diventata parte delle regole internazionali, e influenza anche il modo in cui pensano i soldati. Ci sono ufficiali dell’esercito americano che mi hanno detto di aver portato il mio libro con sé in Iraq».

Può spiegare brevemente che cosa rende giusta una guerra?

«La cosa più importante è la difesa di sé. Questo è il principio di base che giustifica l’andare in guerra. A questo si può aggiungere l’intervento per fermare un massacro. Per esempio, quando i vietnamiti invasero la Cambogia per fermare i Khmer rossi – quello era giustificato. Una distinzione importante è tra guerra preventiva e guerra “pre-emptive”, un attacco preventivo in senso stretto. La prima è quando inizi una guerra perché pensi che un attacco potrebbe avvenire, quindi è più speculativa. La seconda è quando sai che un attacco sta per avvenire, non c’è alcun dubbio, e colpisci per primo. È quello che accadde nel 1967».

La guerra contro Hamas è stata giusta, secondo i suoi principi?

«Bisogna ricordare che la guerra era anche contro l’asse della resistenza dell’Iran. Per la maggior parte degli israeliani il fulcro della guerra era Gaza, ma era una guerra su più fronti, che comprendeva anche un attacco contro l’Iran. E questo era giustificato, perché l’Iran faceva parte dell’attacco congiunto contro Israele. Israele è stato fortunato che l’attacco non sia stato coordinato – forse perché Hamas temeva una fuga di notizie. Se fosse arrivato simultaneamente da tre direzioni, con le armi fornite dall’Iran, sarebbe stato molto pericoloso per Israele. Ed è importante ricordarlo».

Non sorprende che Walzer affermi senza equivoci che la guerra lanciata da Israele dopo l’attacco del 7 ottobre fosse completamente giusta.

«Ogni paese del mondo entrerebbe in guerra dopo un attacco del genere», dice». Ma col passare del tempo cominciarono a sorgere delle domande. «C’è una distinzione etica importante tra la giustificazione per andare in guerra – quello che in latino si chiama jus ad bellum – e la giustificazione morale del modo in cui la guerra viene condotta – jus in bello. Andare in guerra era giusto; dopo, le cose si sono complicate».

Walzer pesa con attenzione le parole. «Presumo che le Forze di difesa israeliane abbiano combattuto in modo corretto all’inizio della guerra – dice – Ma non è facile combattere contro una milizia che si nasconde dentro una popolazione e usa scudi umani. Le regole riconosciute dicono che, dopo aver identificato un obiettivo militare, la parte che attacca deve valutarne l’importanza e valutare il numero di persone non coinvolte che verrebbero colpite, e poi determinare se il valore dell’obiettivo giustifica l’uccisione di quel numero».

Esiste un rapporto accettato?

«No, perché il rapporto dipende dalla determinazione del valore dell’obiettivo. Perciò è molto problematico. Tuttavia gli eserciti tendono a creare regole su un rapporto giustificato di uccisioni. Nelle operazioni precedenti a Gaza era così e secondo notizie dei media, alti ufficiali israeliani hanno detto che nella guerra attuale Israele ha cambiato il rapporto per giustificare l’uccisione di più civili. È difficile per me dire qualcosa di preciso su questo vivendo a New York, ma nei bombardamenti nella fase avanzata della guerra sembrava che non venisse fatta alcuna valutazione. Quello che la gente vedeva alla televisione americana era, per esempio, un edificio di sei o sette piani che crollava completamente dopo un bombardamento. E poi appariva un portavoce dell’IDF e diceva che sul tetto c’era un’unità di osservazione di Hamas. Chiunque vedesse questo pensava: non giustifica la distruzione di 40 appartamenti. Gli attacchi sembravano sproporzionati, come se fossero destinati a rendere Gaza inabitabile».

Accanto alla sua critica della condotta di Israele, Walzer sottolinea che l’uso dei civili a Gaza da parte di Hamas è stato senza precedenti. Una delle questioni più importanti nell’etica della guerra riguarda il grado di rischio che i soldati devono accettare per ridurre al minimo i danni ai civili, spiega.

«Quando parli con i soldati, spesso ti raccontano di aver accettato un certo grado di rischio per ridurre le morti civili. Ma a Gaza c’è stato un doppio uso dei civili, cosa che non avevamo mai visto prima. Primo: Hamas ha integrato i suoi uomini dentro la popolazione civile – negli ospedali, nelle scuole, negli appartamenti di famiglia. Ma oltre a questo c’era anche la città sotterranea. So che li chiamavano “tunnel”, ma in realtà era una città. C’erano tre livelli, alcuni con ventilazione, che richiede pompe e corrente elettrica. E tutto questo era protetto dalla città sopra. Non ho trovato nulla di simile nella storia militare. Questa è una nuova forma di guerra, ed è difficile per me determinare quali siano le regole e quali rischi i soldati debbano assumersi».

In un caso del genere, coloro che portano la responsabilità maggiore a volte non sono i generali o i consulenti legali che approvano gli attacchi, ma le persone direttamente sul terreno.

«In eserciti diversi, in tempi diversi, molti soldati hanno cercato di combattere secondo principi morali, e i più importanti sono gli ufficiali sul campo – dice Walzer. – Alcune unità combattono bene e alcune combattono in modo barbaro, e molto dipende dall’ufficiale subalterno. Non solo dalla sua moralità, tra l’altro, ma anche dalla sua lucidità. In Vietnam, quando ci furono uccisioni di massa, di solito fu il risultato di ufficiali subalterni che andarono in panico. Ho parlato con un ufficiale israeliano la cui unità, in una precedente operazione a Gaza, cercava ingressi dei tunnel. Mi disse che questi ingressi includono sempre una specie di trappola, un’imboscata, e mi disse: “Se il comandante è equilibrato e calmo di solito può tirare fuori i suoi uomini dalla trappola senza l’assistenza dell’artiglieria o dell’aviazione – che porta all’uccisione di molti civili”».

Ma la trappola più grande in questa guerra non era per le unità sul campo, bensì per l’intero esercito, IDF, e per Israele nel suo complesso.

«Hamas ha essenzialmente pianificato un attacco a cui Israele non poteva rispondere senza uccidere civili, distruggere case e sfollare persone – dice Walzer. – Questa è una caratteristica comune delle guerre asimmetriche, guerre tra un esercito ad alta tecnologia e un’organizzazione a bassa tecnologia. L’organizzazione si nasconde tra i civili e l’esercito ne uccide molti. C’è stata una serie di guerre asimmetriche, a cominciare dai francesi in Algeria. Tutte sono state disastri».

Hamas è stato particolarmente efficace nell’insediarsi dentro la popolazione civile, e la morte e la distruzione facevano parte del suo piano. Israele non aveva scelta se non entrare in quella trappola, ma quando entri in una trappola devi pensare con attenzione a come uscirne.

«L’esercito fa la maggior parte delle uccisioni e perde la guerra a meno che non distrugga la popolazione, come hanno fatto i russi in Cecenia o gli srilankesi contro i tamil – prosegue. – Ma questo lo si può fare solo se a nessuno importa. I francesi, gli americani, gli israeliani – non possono agire in quel modo, perché il mondo sta guardando. Hamas è stato particolarmente efficace nell’insediarsi dentro la popolazione civile, e la morte e la distruzione facevano parte del suo piano. Israele non aveva scelta se non entrare in quella trappola, ma quando entri in una trappola devi pensare con attenzione a come uscirne. Puoi cambiare la trappola attraverso la politica e la diplomazia – come raccomandato da persone nell’IDF e nell’amministrazione americana – oppure puoi farti strada a colpi di esplosivo, che è quello che ha scelto di fare il governo israeliano».

È così che lei interpreta la scelta della leadership israeliana?

«Il trauma del 7 ottobre ha creato una risposta retorica folle, con richieste di vendetta e di uccisioni indiscriminate. Importanti politici israeliani hanno parlato di come non esistano civili innocenti, di come tutti debbano essere uccisi. Lo shock e il trauma dell’attacco hanno creato una retorica che verrà usata contro Israele in ogni discussione futura sul modo in cui la guerra è stata condotta e sulla questione se sia avvenuto un genocidio».

Queste reazioni sono filtrate anche sul terreno, dice Walzer. «Ha portato a problemi morali che avrebbero dovuto essere affrontati e non lo sono stati. Sui social media c’erano video terrificanti di soldati che si vantavano dei crimini di guerra commessi. Senza dubbio era una minoranza, ma mostrava una perdita di disciplina nell’esercito. Allo stesso tempo la violenza dei coloni è aumentata fino al punto di – esita – pogrom, con la polizia e l’esercito che guardavano dai margini. Ci sono state anche segnalazioni credibili di abusi sui detenuti. Il rifiuto di dare accesso alla Croce Rossa è stato sbagliato, anche se derivava dal desiderio di fare pressione su Hamas affinché permettesse le visite agli ostaggi».

Il problema etico più grave, sostiene, è stato l’assedio imposto a Gaza. Anche qui mantiene una posizione misurata ma tagliente.

«È stato un assedio parziale, con pause, ma è stato comunque una parte significativa dello sforzo militare israeliano, e potrebbe essere l’aspetto più critico nel dibattito sulla giustificazione della guerra – quale responsabilità avesse Israele per la situazione medica e nutrizionale degli abitanti di Gaza. Dopo l’attacco del 7 ottobre molti israeliani, e molti ebrei nel mondo, credevano che non esistesse una tale responsabilità, dati i festeggiamenti a Gaza per l’attacco. Ma è stato un errore».

Perché è un errore pensare così? Dopotutto Hamas dovrebbe portare la responsabilità per gli abitanti di Gaza.

«Pensi alla struttura di un assedio. Si circonda una città, si bloccano i rifornimenti, poi si aspetta. Gli abitanti diventano affamati, fanno pressione sui leader, e nel corso della storia è questo che ha portato i leader ad accettare negoziati o ad arrendersi. Ma quella storia presuppone un legame morale o politico tra gli abitanti della città e i loro leader. Tra Hamas e la popolazione di Gaza non esisteva un legame del genere, e i decisori in Israele lo sapevano. Questo è uno dei motivi principali per cui Hamas è stato così ampiamente condannato. I suoi leader volevano uccidere gli ebrei, ma volevano anche che gli ebrei uccidessero i palestinesi. La morte a Gaza faceva parte del loro piano. Perciò l’assedio è stato un errore politico e, più grave, è stato moralmente sbagliato. Non può essere descritta come una scelta dotata di valore militare».

Ma se i leader dei gazawi non si preoccupano per loro, perché dovrebbe farlo Israele?

«Per quanto possa sembrare strano, in una guerra asimmetrica il benessere della popolazione civile è responsabilità dell’esercito ad alta tecnologia. Primo, perché le morti civili sono una risorsa per l’altra parte. Anche se Hamas ha rubato parte del carburante e del cibo e ne ha tratto profitto, ha tratto profitto ancora di più dalla distruzione creata dall’assedio. Uno dei comandanti più anziani dell’esercito americano in Afghanistan disse una volta: “Più civili uccidiamo, più è probabile che perdiamo la guerra”. Questa è una considerazione strategica. Ma un’altra considerazione è che chi provoca distruzione deve prendersi cura delle vittime impotenti e innocenti dall’altra parte. E Israele non lo ha fatto. Israele intendeva che non ci sarebbe stato alcun alleggerimento della sofferenza fino a una “vittoria totale” – una vittoria che non era possibile e in cui nessuno, compreso l’IDF, credeva davvero».

Walzer, nato nel Bronx a New York, è stato a lungo considerato un amico inequivocabile di Israele. Il 7 ottobre ha reagito con shock e rabbia ed era convinto che una risposta militare dura fosse giustificata ed essenziale. Lo disse ad Haaretz nel novembre 2023.

«Fin dall’inizio della guerra ho sottolineato la responsabilità di Hamas – non solo per l’attacco del 7 ottobre – dice ora. – Negli Stati Uniti c’erano persone che condannavano l’attacco e poi scrivevano della guerra come se Hamas non ne facesse parte e solo l’IDF fosse sul campo di battaglia».

C’è stato un momento particolare in cui la sua visione della guerra è cambiata?

«Quando Joe Biden e i suoi consiglieri sono andati dal primo ministro Netanyahu e hanno detto: avete causato abbastanza danni, ora potete continuare la lotta contro Hamas con la diplomazia. Come qualcuno che studia la guerra e la morale, posso dire che nel momento in cui esisteva una via politica per sconfiggere Hamas e liberare gli ostaggi, la guerra è diventata ingiusta. Lo sforzo fatto per vincere quando non c’era modo di vincere senza distruggere Gaza è stato uno sforzo criminale. Le guerre sono talvolta necessarie, ma devono avere una fine e un obiettivo. Il governo israeliano si è rifiutato di impegnarsi per qualsiasi fine o obiettivo, tranne la conquista della Striscia e l’espulsione di tutti o della maggior parte dei suoi abitanti – ma era possibile una fine migliore. Sto parlando ora come un americano che ha votato per Biden e lo ha ammirato. L’8 ottobre, con chiarezza mentale e morale, Biden è stato al fianco di Israele e degli ebrei come nessun presidente americano aveva mai fatto. Ha inviato portaerei e ha formato una coalizione per difendere Israele dai missili. E aveva un piano per porre fine alla guerra – almeno un anno prima che Donald Trump copiasse lo stesso piano. Naturalmente il piano di Biden non era perfetto, e nemmeno quello di Trump. Entrambi comportano rischi».

Walzer è arrivato in Israele su invito del Van Leer Institute di Gerusalemme e dell’Accademia israeliana delle scienze e delle scienze umane, che hanno organizzato una conferenza per il suo novantesimo compleanno. La sala al Van Leer era quasi completamente piena. Tra il pubblico si potevano vedere l’ex presidente della Corte suprema Aharon Barak, l’ex ministro Dan Meridor e il gotha del mondo filosofico israeliano. Anche una piccola delegazione di giuristi del ministero degli Esteri era venuta per comprendere meglio la situazione dal punto di vista del grande esperto. È in qualche modo confortante sapere che lì qualcuno si preoccupa ancora, anche se i giuristi hanno fatto notare di essere venuti di propria iniziativa.

La storica e scrittrice Fania Oz-Salzberger in un discorso commovente ha descritto Walzer come l’ultima figura paterna rimasta per il campo liberale locale. Figure del genere, ha osservato la professoressa, non esistono più in Israele dopo le morti dell’ex primo ministro Yitzhak Rabin, delle icone della sinistra Yossi Sarid e Shulamit Aloni (non c’è esclusività di genere per il ruolo di padre, Dio ce ne guardi) e degli scrittori A.B. Yehoshua e Amos Oz. Nelle sue osservazioni la professoressa Yael Sternhell ha notato che la sinistra sta diventando una specie in via di estinzione in Israele – anche se non in quella particolare sala. Per un breve momento al Van Leer ci si poteva abbandonare all’illusione che l’etica della guerra sia ancora un tema importante in Israele. Accanto a Walzer, a Kant e ad Aristotele, i relatori citavano i reportage dei giornalisti di Haaretz Sheren Falah Saab e Nir Hasson.

Al ricevimento prima della lezione di Walzer si è formata una lunga fila al modesto tavolo dei rinfreschi. Nessuno spingeva. Persino la moglie dell’ospite d’onore, Judith Borodovko Walzer, attendeva pazientemente. Davanti a un piccolo piatto di cracker e crema di pomodori secchi, filosofi dai capelli grigi condividevano racconti di gloria di giorni migliori. Uno di loro ha raccontato come una volta avesse detto a Walzer, con rammarico, di non essere stato accettato a Princeton per il dottorato. Walzer aveva risposto: «Che te ne fai di Princeton? È troppo raffinata, troppo educata. Vai a Harvard!» (Lui stesso insegnò a Harvard per 14 anni prima di passare all’Institute for Advanced Study di Princeton, dove è oggi professore emerito.)

«Ammiro la società civile israeliana che è scesa in strada e ha chiesto la liberazione degli ostaggi e la fine della guerra – ha detto Walzer tra gli applausi del pubblico. – Voglio immaginare che, se fossi qui, mi unirei. Ammiro quelli che vanno nei territori per proteggere i palestinesi dai prepotenti». Ma la guerra «è stata una produzione congiunta», e i cittadini israeliani «devono riconoscere la loro responsabilità per la distruzione e le uccisioni a Gaza. Naturalmente c’è anche spazio per riconoscere il coraggio dei soldati di fronte alle difficoltà della guerra. C’è spazio per l’orgoglio, ma anche per il senso di colpa per le ingiustizie commesse in vostro nome. Ci sarà una risposta internazionale che probabilmente sarà unilaterale e ingiusta. Perciò è essenziale per il futuro di Israele che facciate il vostro esame di coscienza – ha concluso quasi supplicando. – Per favore fatelo bene».

L’intervista con Walzer si è svolta pochi giorni dopo la conferenza, nell’ampia lobby dell’hotel in cui alloggiava a Tel Aviv. Attraverso le grandi finestre la spiaggia era ancora animata, anche all’inizio di dicembre. «Ho lavorato al discorso per un mese. L’ho scritto e riscritto ancora e ancora. Non riuscivo a dormire la notte. Che cosa posso dire da New York su quello che sta succedendo qui?»

Ma a volte, per citare un noto detto israeliano, quello che si vede da qui non è quello che si vede da là.

Walzer ha scritto 27 libri e più di 300 articoli. Uno dei suoi libri, diventato particolarmente rilevante oggi, è The Paradox of Liberation del 2015. Uno dei fenomeni politici più rilevanti degli ultimi decenni è che i popoli oppressi che hanno ottenuto l’indipendenza attraverso un atto di modernizzazione e democratizzazione dopo un periodo di prosperità – più breve o più lungo – hanno abbandonato la democrazia e il secolarismo e si sono rivolti verso direzioni religiose e antidemocratiche. In questo libro Walzer ha cercato di comprendere le ragioni di questo processo.

La sua spiegazione è che, sebbene i movimenti di liberazione abbiano combattuto contro occupanti europei, i loro leader erano essi stessi educati in Occidente – persone secolari che cercavano di instaurare regimi democratici. Nel frattempo i popoli che cercavano di liberare erano tradizionali e nettamente non europei. Col tempo la popolazione appena indipendente votava democraticamente per partiti religiosi, mettendo da parte coloro che avevano fondato lo Stato e presentandoli come élite traditrici disconnesse dallo spirito del popolo.

Nel libro Walzer si è concentrato sul passaggio dalla liberazione secolare al fondamentalismo religioso – un processo che ha avuto luogo in Israele, in India e in Algeria. «L’argomento del libro è che i liberatori erano impegnati in due lotte – contro la potenza coloniale e contro la propria società tradizionale – spiega. – Nehru combatté sia contro i britannici sia contro il sistema delle caste. Il FLN marxista in Algeria combatté contro i francesi e contro l’islam. E il sionismo cercò l’indipendenza nazionale e anche il rifiuto dell’idea di Diaspora; cioè, di fatto, il rifiuto dell’ebraismo così come era esistito per 2 mila anni».

Questo è il paradosso della liberazione secondo Walzer: la liberazione non è solo dal giogo del conquistatore coloniale, ma anche da antiche concezioni di sé – e le due cose non coesistono. Mentre la liberazione nazionale viene raggiunta, la liberazione secolare non solo fallisce, conduce a un fondamentalismo più estremo di quello che esisteva prima dell’indipendenza, proprio a causa dell’attacco alle fondamenta tradizionali e religiose del popolo.

«Hamas voleva uccidere gli ebrei, ma voleva anche che gli ebrei uccidessero i palestinesi. La morte diffusa a Gaza faceva parte del loro piano. Perciò, l’assedio è stato un errore politico e, più grave, moralmente sbagliato. Non può essere descritto come una scelta di valore militare.»

Come avrebbero dovuto agire i primi leader sionisti?

«A quanto pare non c’era scelta se non rifiutare aspetti importanti della vita nella Diaspora, ma il rifiuto è stato troppo estremo. Per oltre 2 mila anni l’esistenza nella Diaspora è riuscita a preservare una vita nazionale senza territorio e senza sovranità. È un risultato che avrebbe dovuto essere rispettato e incorporato nel movimento sionista. Alcuni ci provarono. Bialik, per esempio, creò una raccolta di racconti midrashici. Col senno di poi, ci sarebbe dovuto essere il riconoscimento del valore della Diaspora. Avrebbe aiutato con l’immigrazione mizrahi, che era più tradizionale. Ma ammetto che non sarebbe stato semplice farlo».

Una critica al suo libro è che la teoria che presenta non è universale, e che nei paesi cristiani che hanno ottenuto l’indipendenza non si è verificata una simile inversione. Pensa che ci sia qualcosa nell’ebraismo che attira verso l’estremismo?

«In Francia dopo la rivoluzione ci fu una reazione cattolica. Lo stesso in Germania – diventò illuminata e poi si fece estrema. Ma può darsi che il protestantesimo sia più aperto al governo liberale rispetto al cattolicesimo, all’islam e all’ebraismo. Quelli che rivendicano un legame diretto con Dio sono pericolosi, mentre il protestantesimo nel corso della storia ha avuto la tendenza a frantumarsi in molti gruppi. A proposito, anche l’ebraismo lo ha fatto, diventando una religione con diverse correnti – haredi, riformata, conservatrice. Questa frammentazione ha giocato a favore dell’ebraismo».

Sembra che nel decennio trascorso dalla pubblicazione di The Paradox of Liberation la situazione nei paesi che ha esaminato non sia migliorata.

«È vero. In Algeria il FLN, opponendosi allo zelo islamico, ha creato un regime militare autoritario, contrario a ciò che i leader della lotta di liberazione avevano cercato. In India il potere del nazionalismo indù è cresciuto ancora di più. E in Israele c’è un regime più religioso e più di destra, in parte perché Netanyahu ha portato gli estremisti nel governo».

Forse Netanyahu non è responsabile di un processo che secondo il suo libro probabilmente sarebbe avvenuto comunque, come è accaduto in altri paesi.

«Penso che per lo Stato di Israele Netanyahu sia un leader terribile. Primo, per la sua istigazione contro Rabin e la sua opposizione alla fine dell’occupazione e alla coesistenza con i palestinesi. Ha costantemente sabotato ogni sforzo. Ha approvato o finanziato gli insediamenti e ha formato coalizioni con figure molto estreme, sia a livello nazionale sia religioso. La reazione religiosa contro la liberazione nazionale secolare sarebbe avvenuta comunque, ma Netanyahu ha avuto un ruolo importante nel suo successo politico».

Che cosa pensa del processo a Netanyahu? In un altro suo articolo, sul «problema delle mani sporche», lei ha sostenuto che non si può governare senza sporcarsi.

«Se si guidano delle persone bisogna sporcarsi le mani. Anche un leader che voglia migliorare la condizione dei poveri o creare un sistema sanitario migliore non vincerà le elezioni senza gridare ogni sorta di sciocchezze ai comizi che sa di non poter mantenere. È così che funziona la democrazia, e bisogna capire che non esiste un leader politico con le mani pulite. Non ci si può permettere di essere puristi nella politica democratica. I leader sono necessariamente imperfetti, ma si vuole comunque che il leader sia il meno imperfetto possibile».

Che aspetto ha un leader che è imperfetto, ma solo un po’?

«Ci sono gradi di sporcizia. Il buon leader cercherà di ridurre al minimo la corruzione e le menzogne con cui deve sporcarsi per vincere le elezioni. George Washington, per esempio, fu un buon leader. C’erano repubblicani che non volevano che le masse governassero e proponevano di dare al presidente un grande potere. Washington rifiutò, e dopo due mandati tornò alla sua fattoria. Un buon politico non usa il suo incarico per accumulare ricchezza per sé. Una volta pranzai a casa di Golda Meir, quando era primo ministro. Era un appartamento piccolo, molto semplice, più o meno come l’appartamento in cui sono cresciuto nel Bronx quando non avevamo soldi, e servì il pranzo in una piccola cucina. Aveva ambizioni politiche, ma non ambizioni economiche. Cercava il potere, ma non la ricchezza. Anche Begin era così».

La separazione tra potere politico e potere economico è al centro di Spheres of Justice, il libro di Walzer che propone una teoria dell’uguaglianza sociale.

«Un tempo c’era l’idea che l’uguaglianza dovesse essere assoluta – che tutti dovessero guadagnare lo stesso, che non dovessero esserci eredità, che non dovessero esserci ricchi o poveri nella società – spiega. – Ma io pensavo che per arrivare a una situazione del genere sarebbe stata necessaria una repressione troppo forte. Così ho proposto una teoria dell’“uguaglianza complessa”».

Che cosa si intende per uguaglianza complessa?

«L’idea è che va bene che ci sia disuguaglianza nella società, ma deve restare confinata a sfere specifiche. Non si pretende, per esempio, che tutti gli scrittori ricevano le stesse recensioni e vendano lo stesso numero di copie. Lo stesso nella sfera del potere – ci sarà sempre qualcuno che vince le elezioni e qualcuno che non le vince. La disuguaglianza è inevitabile, ma vogliamo confinarla, il che significa che la disuguaglianza in una sfera della vita non dovrebbe influenzare le altre sfere. Non vogliamo, per esempio, che qualcuno che ha vinto le elezioni – cioè che è forte nella sfera del potere – possa anche permettere ai propri figli di frequentare una scuola migliore, cioè che sia forte anche nella sfera dell’istruzione. Lo stesso vale per la ricchezza. Va bene se qualcuno guadagna più denaro degli altri. Ma il denaro dovrebbe servire solo a comprare ciò che il denaro deve comprare – per esempio vacanze costose o gioielli. Non dovrebbe permettere disuguaglianza in altre sfere, come l’assistenza sanitaria, l’istruzione o il potere. Un sistema del genere limita la disuguaglianza».

Sembra molto ragionevole, ma molto lontano dalla nostra situazione attuale. Esiste una società che si avvicini alla realizzazione della sua idea?

«Ero di recente in un panel a cui partecipava anche un socialdemocratico svedese. Ha detto che loro sono vicini a qualcosa del genere».

Questa è la quarantaseiesima visita di Walzer in Israele, lo dice con orgoglio non dissimulato. La prima fu nel 1957.

«Avevo 21 anni, Judith ed io ci eravamo appena sposati. Studiavo a Cambridge e attraversammo l’Europa in auto fino al Pireo. Lì salimmo su una nave per Israele. Eravamo gli unici passeggeri paganti, perché era una nave di rifugiati. Portava in Israele profughi ebrei fuggiti dall’Egitto dopo la Campagna del Sinai, e profughi ebrei fuggiti dalla Polonia, dopo che in quell’anno il regime lì trasformò il sistema educativo in cattolico. Gli egiziani erano borghesi, tradizionali. I polacchi erano comunisti, atei. Facemmo amicizia con un polacco e suo figlio quando vide gli ebrei egiziani pregare, gli disse: “Pensavo che gli ebrei fossero persone che non pregano”. Quando vedemmo il Monte Carmelo, uno dei polacchi cominciò a cantare “Hatikva”. Quello fu il momento in cui diventai sionista».

Nonostante il suo sionismo e le frequenti visite in Israele, Walzer è rimasto negli Stati Uniti. Si considera un ebreo laico, ma va in sinagoga ogni Shabbat. «Ho bisogno della compagnia degli ebrei – spiega. – Ridono alle mie battute, condividono le mie ansie».

Sembra che oggi gli ebrei americani abbiano buone ragioni per essere ansiosi.

«Se si guarda all’intera storia, penso che gli Stati Uniti, ancora oggi, siano uno dei posti migliori in cui vivere per gli ebrei. Gli ebrei negli Stati Uniti hanno avuto un successo eccezionale. Il mondo accademico negli Stati Uniti negli anni Sessanta era ebraico, il mondo dello spettacolo era ebraico, la musica popolare era ebraica. Ora questo sta cambiando, anche a causa dell’immigrazione».

Non nota un aumento dell’antisemitismo?

«L’antisemitismo c’è sempre stato. Nella mia infanzia i miei genitori si trasferirono da New York in una cittadina della Pennsylvania, e al golf club e al country club lì non ammettevano ebrei e neri. Ma personalmente non ho mai sperimentato l’antisemitismo. Al liceo c’erano 75 ragazzi nella classe, cinque di loro ebrei, e io fui eletto presidente del consiglio studentesco. Nel mondo accademico degli anni Sessanta era persino un vantaggio essere ebrei. È vero che attiriamo l’attenzione. Negli anni Ottanta incontrai a Gerusalemme un giornalista francese. Mi disse che la posizione più importante nel giornalismo francese è essere corrispondente a Gerusalemme. C’è qualcosa di folle in questo».

Nelle ultime elezioni a New York Walzer ha votato per Zohran Mamdani. «È un buon socialdemocratico – e un antisionista con cui persone come me dovranno discutere. La campagna ebraica di destra contro di lui era isterica; parlavano di pogrom nelle strade se fosse stato eletto. E qual è stata la prima cosa che ha fatto? Nominare una donna ebrea capo della polizia».

Alla fine dell’intervista fiume il genero di Walzer, John Barrett, mi ha invitato a tavola con la famiglia.

Davanti a un piatto di hummus d’albergo troppo caro, Walzer ha detto che ora sta lavorando a un libro di memorie.

Guardando indietro alla sua vita, di che cosa è più orgoglioso?

«Di avere nipoti ebrei. Tutti e quattro».

Che futuro vede per loro?

«La situazione politica negli Stati Uniti non sembra buona, ma dobbiamo ricordare che le cose possono sempre cambiare. Penso ad alcuni dei cambiamenti politici che ho visto nella mia vita, come la caduta del nazismo o quella dell’Unione Sovietica. In politica bisogna essere pronti a essere sorpresi. Io potrei non vivere abbastanza per vedere il cambiamento, ma arriverà».