Basato su dati contenuti (alcuni qui contestati) in Il Libano tra fragilità e rinascita: Hezbollah, UNIFIL e la comunità internazionale
By Bernard Selwan Khoury On Feb 18, 2026.
C’era una volta l’asse della resistenza, fra Iran, Hezbollah e l’ex regime siriano di Bashar al-Assad – che per anni ha isolato il Paese dei Cedri sul piano internazionale, soffocandone lo sviluppo economico e diplomatico, pur essendo esso naturalmente proiettato verso il mondo arabo e occidentale. L’Iran è stato attaccato da Israele e USA, Hezbollah non ha più l’appoggio iraniano ed è stato colpito da Israele, e Assad è crollato nella guerra civile.
In questo quadro, risulta cruciale il successo del processo di disarmo di tutte le milizie ancora presenti sul territorio: non soltanto Hezbollah (che ha capacità militari comparabili a quelle di un piccolo esercito regolare), ma anche le formazioni palestinesi radicate all’interno dei campi profughi. L’Accordo di Taif (1989) e la risoluzione ONU 1701/2006 hanno ribadito la necessità di disarmare le milizie, ma Hezbollah ha mantenuto il proprio arsenale, giustificandolo come strumento di “resistenza” contro Israele, alla quale non interessa il Libano, e quindi è un pretesto. L’accordo di cessate il fuoco mediato da Stati Uniti e Francia, il 27 novembre 2024, ha rappresentato un punto di svolta, creando le condizioni per rilanciare il dialogo sul disarmo di Hezbollah e delle altre entità armate non statali, ma secondo Aspenia, le ripetute violazioni israeliane, che includono raid aerei, attacchi di droni, artiglieria e il mantenimento di postazioni militari nel Libano meridionale oltre i termini concordati, hanno rallentato il processo, alimentando le giustificazioni di Hezbollah per conservare le proprie armi. Quindi, per Aspenia, Israele avrebbe favorito Hizbollah, ma questa versione sembra difficile da accettare.
Il piano include la piena attuazione dell’Accordo di Taif e della risoluzione ONU 1701, la cessazione permanente delle ostilità, la smilitarizzazione progressiva delle entità armate, il ritiro delle forze armate israeliane dai territori tuttora occupati, la demarcazione dei confini e l’organizzazione di una conferenza economica internazionale a sostegno della ricostruzione.
Nelle settimane successive sono stati registrati i primi passi concreti, in particolare con la consegna di armi dai campi profughi palestinesi alle LAF (esercito libanese), frutto di un’intesa con l’OLP.
Il piano elaborato dalle LAF, articolato in più fasi – che avrebbero dovuto concludersi alla fine del 2025 – si è inizialmente concentrato sullo smantellamento delle infrastrutture di Hezbollah a sud del fiume Litani e sull’estensione del controllo statale nelle aree strategiche.
Il trasferimento delle responsabilità alle LAF rimane quindi complesso, segnato dalle resistenze interne del partito-milizia e dalle tensioni con Israele, fattori che continuano a frenare i negoziati. Hezbollah (dall’arabo “Partito di Dio”), nato nei primi anni ’80 con il sostegno dell’Iran come movimento di resistenza all’occupazione israeliana, si è trasformato negli anni in un attore politico-militare centrale, radicato soprattutto nella comunità sciita attraverso una rete di welfare e servizi sociali, arrivando a costituire uno “Stato nello Stato”.
Le operazioni di disarmo condotte dalle LAF dopo il cessate il fuoco del novembre 2024, con il dispiegamento nel sud di oltre 8.000 effettivi, hanno prodotto risultati tangibili, in particolare a sud del Litani, dove oltre il 90% delle infrastrutture militari di Hezbollah sarebbe stato smantellato tra gennaio e febbraio 2025. Il processo è stato sostenuto da attività di intelligence e dall’azione di UNIFIL, che ha consegnato alle LAF numerosi depositi di armi e approvvigionamenti. Hezbollah rimane un attore indebolito ma non neutralizzato, la cui evoluzione sarà determinante per il successo del processo di disarmo e per la stabilità futura del Libano.