da K Gli ebrei l’Europa, il XXI secolo 5 marzo 2026
Dalla guerra Iran-Iraq alle rivolte represse nel sangue, fino alla guerra attuale che seppellisce le speranze nucleari dei Mollah, la memoria della violenza attraversa un’intera generazione di iraniani. Rifugiata in Germania, la poetessa iraniana Atefe Asadi nel giugno 2025 ci aveva affidato la sua testimonianza. Metteva in discussione l’etica degli Stati di fronte a un regime criminale rimasto impunito per decenni. Tra ricordi traumatici, collera lucida e un’inflessibile speranza tracciava il ritratto di un popolo abbandonato ripercorrendo le repressioni sanguinose, le illusioni perdute, la guerra in corso e continuando nonostante tutto a sognare un Iran libero.
Se mi chiedete come sto in questi giorni, tendo a sorridere, a scuotere la testa e a sottrarmi alla conversazione. Non trovo più le parole per descrivere il flusso di emozioni che mi sommerge. È impossibile lasciare libero corso ai miei sentimenti e dire senza interrompermi che sono al tempo stesso felice e triste, arrabbiata e disperata, ansiosa e ridente, in lacrime e spaventata, inquieta e furiosa ma anche, in un certo senso, piena di speranza.
Provare tutte queste emozioni insieme, esserne costantemente travolta e poi svuotata, è complesso. Soprattutto ora, mentre scrivo queste righe e vi si aggiunge un altro sentimento familiare: l’impressione di essere rinchiusa in una stanza chiusa a doppia mandata. Ricordo il mese sanguinoso di novembre 2019, quando la Repubblica islamica bloccò Internet e, nel silenzio più assoluto, massacrò più di 1500 persone. In quel momento ero in Iran. Le nostre grida si perdevano sott’acqua, soffocate, inudibili al mondo. Nessuno poteva sentirci né vederci. Il mondo sembrava averci dimenticati, indifferente ai nostri appelli. Oggi stabilita qui, in Europa, di nuovo separata da tutti i miei cari rimasti in Iran, senza alcun mezzo per contattarli, mi ritrovo prigioniera impotente di quella stessa stanza chiusa. Il sentimento di isolamento è tornato. Non sapere è insopportabile. Non importa dove ci si trovi sulla mappa, a Teheran o piena di nostalgia, ad Hannover.
Nessuno ama la guerra, è evidente. Neppure io. Fin dall’infanzia odio la guerra. Ho visto ciò che ha fatto a mio padre, come lo ha ferito nella carne e lo ha esposto al rischio costante di perdere la vista. Arruolato con la forza nell’esercito, ha trascorso gli anni migliori della sua giovinezza a combattere durante la guerra Iran-Iraq. Da allora deve fare estrema attenzione affinché la scheggia di proiettile conficcata nel suo occhio sinistro non si sposti. Odio la guerra. E tuttavia mi domando, dopo tutte queste manifestazioni represse a colpi di proiettile, dopo tutte le esecuzioni di persone che hanno osato esprimersi, che cosa resta per salvare l’Iran dalle mani insanguinate di questo regime, se non un intervento straniero?
Temo per ogni centimetro quadrato di questa città, per ogni anima innocente che non ha mai aspirato ad altro che a una vita normale e felice. Eppure, alla vista dell’edificio dell’IRIB preso di mira, sento una luce vacillante di gioia danzare dentro di me.
Negli ultimi anni, più che mai, siamo stati testimoni del coraggio del popolo iraniano, disarmato, che è sceso in strada. In piedi di fronte ai proiettili. Pacificamente, ha rivendicato i diritti umani più fondamentali. Ha detto «no» a Khamenei e al suo regime sanguinario. E quante vite falciate, occhi spenti, futuri rubati lungo il cammino! Quelli di bambini come Kian Pirfalak – il cui unico crimine era essere nato in Iran e che è stato deliberatamente abbattuto in strada insieme alla sua famiglia –, o ancora quelli di Nika Shakarami, questa adolescente coraggiosa che, per aver aderito al movimento di protesta, è stata violentata e assassinata dalle forze del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
E quale è stato il risultato? Le nostre mani nude sono riuscite a sconfiggere i carnefici? Un solo Paese ha rotto tutti i suoi legami con la Repubblica islamica dichiarando con coraggio che un regime assassino non può essere riformato né condotto a negoziare? Il mondo occidentale ha davvero ascoltato la sofferenza dell’Iran e deciso di fare astrazione dai propri interessi classificando il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica come organizzazione terroristica?
No. Nulla di tutto ciò è accaduto. Ci siamo ritrovati soli. Noi, il popolo iraniano, siamo sempre stati soli. E lo siamo ancora.
Guardo i video e le foto di Teheran, la città magnifica in cui sono nata e dove ho trascorso tutta la mia vita, oggi avvolta dalle fiamme e dal fumo. Il mio cuore si stringe. Temo per ogni centimetro quadrato di questa città, per ogni anima innocente che non ha mai aspirato se non a una vita normale e felice. Eppure, alla vista dell’edificio dell’IRIB preso di mira, sento una luce vacillante di gioia danzare dentro di me. I volti di tutte le vittime di questa macchina di propaganda scorrono davanti ai miei occhi. Innumerevoli prigionieri politici hanno testimoniato che il personale dell’IRIB è incaricato degli interrogatori nelle carceri. Perfino il suo direttore è nominato direttamente dalla Guida suprema. Da oltre quarant’anni, questa emittente radiofonica e televisiva serve da tribuna per propagare menzogne, violare la libertà di espressione e diffondere confessioni estorte.
Ma la verità è che nessuno si preoccupa davvero di noi, il popolo iraniano. Per decenni, il regime ha alimentato tensioni e conflitti senza mai costruire rifugi per la propria popolazione. Mentre i membri del governo si rifugiano in bunker sicuri, i cittadini comuni restano senza orientamento né riparo dove trovare rifugio. Nessuno si preoccupa di sapere come milioni di iraniani, senza carburante, senza automobile, senza nemmeno un luogo dove andare, dovrebbero fuggire nel cuore della notte da una capitale in fiamme, su strade congestionate. Nessuno pensa ai prigionieri politici che marciscono dietro le sbarre.
Penso ai miei amici che hanno rifiutato di lasciare Teheran a causa dei loro animali domestici. Una di loro non sopportava l’idea che i gatti randagi attorno a casa sua potessero morire di fame senza di lei. Un altro possedeva solo una piccola moto – impossibile per lui evacuare la propria famiglia. Molti iraniani provenienti dalla classe operaia non hanno un veicolo personale o si spostano su due ruote. Penso a mia zia, che non ha avuto altra scelta se non restare a Teheran, dipendente dai suoi farmaci essenziali. Penso alla mia famiglia, bloccata per 19 ore su strade intasate, nel tentativo di sfuggire alle esplosioni e raggiungere un villaggio più sicuro. Penso al mio uccello addomesticato, il suo piccolo cuore che batte di terrore. Vedo le immagini di piccioni morti di paura, senza vita sui tetti di Teheran.
Nessuno veglia su di noi. La Repubblica islamica ha espresso apertamente il proprio odio verso il popolo iraniano. Da decenni i suoi dirigenti si adoperano per cancellare la bellezza della nostra storia, della nostra letteratura e della nostra cultura, affermando che l’Iran non aveva alcuna identità prima dell’islam. Ed ecco che improvvisamente brandiscono nei media parole come «nazione», invocano la nostra cultura e la nostra civiltà, cercando di manipolare l’opinione pubblica per costringerci a scegliere un campo in un dilemma falso: la Repubblica islamica contro Israele. Come se il semplice fatto di essere «dei nostri» potesse assolverli dai loro crimini.
È solo una settimana che la guerra è iniziata, e già vediamo il regime, impotente di fronte a Israele, riversare la propria rabbia sui suoi stessi cittadini.
Ali Khamenei, che si erge a guida suprema del mondo musulmano, si nasconde in luoghi protetti, da cui lancia le sue minacce al mondo. Anche indebolito, mentre ha perso i suoi principali alleati e la morte, il crollo, sembrano più vicini che mai, si rifiuta ostinatamente di cedere. Non rinuncia al suo sogno di un Iran nucleare, anche a costo di sacrificare altre vite. La sua ambizione ultima sembra essere quella di consegnare all’Iran una patria in rovina, una terra devastata per le generazioni future.
Così, quando vedo gli alti gradi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, questi assassini dei nostri amati figli e figlie, che vengono eliminati uno dopo l’altro, i loro volti segnati da una croce rossa sui manifesti diffusi online, provo una forma di soddisfazione. Attendo, giorno dopo giorno, che quella croce rossa venga finalmente a segnare il volto di Ali Khamenei. Perché il sogno di giungere alla libertà con mezzi pacifici, la speranza che questi assassini siano un giorno giudicati da un tribunale imparziale, quel sogno si è spento in me.
Uno dei crimini più gravi commessi dalla Repubblica islamica, oltre a tutti gli omicidi che ha perpetrato, è forse quello di aver distrutto i nostri sogni e le nostre speranze. Noi, iraniani, siamo diventati dipendenti dalla disperazione. La brandiamo come uno scudo gigantesco davanti a noi e ci aggrappiamo con tutte le nostre forze. Perché ogni volta che una luce di speranza ha brillato nei nostri cuori, l’hanno spenta nel modo più crudele.
Ora, quando leggo le ultime notizie e constato che tutto questo è ben lungi dall’essere finito, ho paura. Ho paura che dopo tutto il sangue versato, tutta questa paura e questo dolore sopportati da iraniani innocenti, la guerra finisca e il regime sopravviva. So che anche in agonia si vendicherà sul popolo. Su quel medesimo popolo che per anni ha tenuto la posizione in silenzio senza che ciò gli abbia impedito di trovare la morte o di essere ingiustamente criminalizzato.
È solo una settimana che la guerra è iniziata, e già vediamo il regime, impotente di fronte a Israele, riversare la propria rabbia sui suoi stessi cittadini. Le abitazioni di dissidenti civili e politici sono state perquisite. Telefoni sono stati confiscati per strada. La repressione sull’obbligo dell’hijab si è intensificata. Persone come Esmail Fekri sono state giustiziate senza preavviso per «spionaggio a favore di Israele». Il mio timore più grande: che il mondo possa ancora una volta concludere un accordo con la Repubblica islamica, consegnandoci a quegli stessi macellai che oggi affilano i loro coltelli con uno spirito di vendetta decuplicato. Proprio come fecero dopo la guerra Iran-Iraq, quando più di 12.000 prigionieri politici furono giustiziati in una sola notte e i loro corpi non furono mai restituiti alle famiglie.
Ancora oggi, membri del regime si esprimono apertamente sui social media a proposito di un massacro imminente dei dissidenti una volta terminata la guerra. Non appena sento parlare di negoziati ancora possibili, della priorità data agli interessi globali rispetto alla vita di innocenti, mi aggrappo alla mia disperazione, più che mai.
E tuttavia nel profondo, per me come per ogni iraniano, permane un sogno che non sono mai riusciti a strapparci e che non potranno mai portarci via: quello di danzare sotto la torre Azadi, in un Iran finalmente libero. Un Iran che agli occhi del mondo incarnerebbe la bellezza, la cultura e la letteratura, e non più l’immagine di un islam radicale e bellicoso. E la verità è questa: né le prigioni, né le esecuzioni, né l’esilio sono riusciti a uccidere quel sogno! È per questo che viviamo, è per quel sogno che continuiamo a lottare…