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PURIM IN TEMPI DI GUERRA

Purim in tempi di guerra

In queste ore difficili, è chiaro a molti che se questo nuovo conflitto dovesse contribuire non solo a ridurre il pericolo contro lo Stato ebraico, ma anche ad aprire uno spiraglio di libertà per il popolo iraniano, che da decenni vive sotto un regime oppressivo, sarebbe difficile non riconoscerne la possibile portata storica.

Ma il libro di Ester, la Meghillà, che leggiamo proprio in questi giorni a Purim, ci invita anche a una riflessione più profonda e meno trionfalistica.

Nella Meghillà incontriamo il re Assuero, un uomo potente ma misogino, molle, capriccioso, che firma decreti di sterminio e poi li ribalta, solo perché influenzato da chi gli sta accanto in quel momento.

Prima si lascia convincere dal ministro Haman a sterminare gli ebrei. Poi si lascia convincere dalla regina Ester a salvarli. Tutto questo solo perché abilmente manipolato.

E siccome le dinamiche del potere umano si somigliano sempre, anche se nessuna comparazione storica è mai perfetta, leggendo la Meghillà è difficile non pensare a certi leader contemporanei che governano a colpi di eccessi di ogni genere, mossi da molte cose, ma raramente da nobili ideali. Il che non impedisce che talvolta “facciano anche cose buone” per il noto principio dell’orologio rotto che segna l’ora giusta due volte al giorno.

E gli ebrei?

Alla fine del libro rimangono dove erano, in Persia, nella stessa condizione di prima. Sempre vulnerabili e dipendenti dall’umore del potente di turno, ieri come oggi. Per questa ragione a Purim l’Hallel (raccolta di Salmi di ringraziamento recitata in tutte le feste ebraiche)  non viene recitato. Perché c’è sopravvivenza, ma nessuna soluzione definitiva. Del resto Assuero  finisce per decretare la salvezza degli ebrei, ma non abbiamo alcuna garanzia che, in un immaginario seguito del libro di Ester, non possa lasciarsi manipolare da un nuovo Haman.

Chiaramente, se l’attuale guerra ponesse fine a un regime criminale che minaccia da decenni lo sterminio di Israele e opprime la popolazione iraniana, sarebbe una conquista preziosa. Non perché la guerra sia mai desiderabile, ma perché a volte la sopravvivenza lo richiede.

Eppure, anche se Haman cadesse ancora una volta, la lezione di Purim rimane:

Non c’è Messia politico, né uomo forte che risolva per sempre la situazione ebraica. C’è solo una storia che tende a ripetersi, con costumi variati e maschere diverse.

Forse anche per questo la tradizione ebraica insegna che, quando tutte le feste verranno meno, Purim non verrà mai meno (Midrash Mishlè 9:2).

Perché Purim non racconta soltanto un evento del passato, ma la vulnerabilità persistente della condizione ebraica. E anche quando le guerre sono necessarie, come talvolta accade, la Meghillà ci ricorda che la fragilità storica di Israele non scompare per decreto e che i sovrani che oggi sembrano difenderci domani potrebbero voltarci le spalle.

Non è forse un caso che subito dopo Purim il calendario ci conduca verso Pesach: dalla sopravvivenza fragile della Meghillà alla promessa, sempre da rinnovare, della libertà.

In momenti come questi, sento ancora più forte quanto sia importante custodire spazi di studio, di pensiero e di ebraismo vissuti con profondità ma con apertura e inclusività.

È esattamente ciò che, insieme, cerchiamo di fare.

Con l’augurio che questo Purim porti, insieme alla gioia, anche lucidità, forza interiore e vera pace, Shalom.

Fabrizio Haim Cipriani