LA QUESTIONE EBRAICA 81 LEVARE LA TESTA
Stiamo trattando, in questa parte della nostra lettura del libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società contemporanea, della figura di Theodor Herzl. E, a proposito di essa, ci siamo inoltrati nel misterioso terreno dei tempi e delle motivazioni degli accadimenti storici. Perché, quello che accada, accade proprio in quel luogo e in quel momento, su impulso di quegli specifici atti, messi in essere proprio da quelle persone, e non altre?
Le risposte, com’è noto, si possono dare solo “col senno di poi”, perché i nessi eziologici si possono decifrare solo ex post, altrimenti la storia sarebbe anche in grado di predire il futuro, cosa, com’è noto, impossibile. Nel guardare al passato, noi abbiamo sempre l’impressione che ciò che è accaduto dovesse a forza accadere, ma si tratta di un’illusione ottica. Si è verificata sempre soltanto qualcuna tra i miliardi di ipotesi possibili
Ciò non vuol dire, ovviamente, che nella storia non esistano rapporti di causa-effetto, ma soltanto che essi possono essere analizzati esclusivamente dopo la maturazione degli eventi analizzati. E, in genere, dopo che sia passato un certo lasso di tempo, e quando l’osservatore non è coinvolto (o non più) negli eventi narrati. Si può “raccontare”, certamente, anche qualcosa che sta accadendo sotto i nostri occhi, o alla quale partecipiamo direttamente. D’altronde, tanti importanti personaggi storici (Cesare, Pimentel Fonseca, John Reed, Churchill, Trotzsky e tanti altri) hanno provveduto a raccontare direttamente le vicende di cui sono stati protagonisti. Ma, se le loro testimonianze sono preziose come fonti, non è ad esse che può essere affidato il compito di decifrare il senso nascosto di ciò che hanno vissuto, perché questo è uno scopo non della storiografia, ma della filosofia della storica. E per la filosofia della storia, come per ogni tipo di filosofia, vale sempre quel che disse Hegel, con la sua famosa similitudine: la filosofia è come la nòttola di Minerva, vede le cose soltanto la sera, quando stanno finendo, perché, quando sono in corso di svolgimento, esse non possono essere comprese.
Essendo trascorso quindi il dovuto lasso di tempo, chiediamo all’uccello notturno perché la forza propulsiva del sionismo moderno si sia sprigionata su impulso di Theodor Herzl, e non di altri. Non prima e non dopo di lui, né in un altro contesto culturale.
Forse Herzl era dotato di capacità umane straordinarie, era una sorte di “uomo del destrino”?
A questa domanda rispondo senz’altro di no, innazitutto perché non credo che esistano gli “uomini del destino”. Perfino il grandissimo Mosè è ricordato soprattutto per la sua umiltà (“chi sono io per andare da Faraone?”), “il più umile (anàv) tra tutti gli uomini della terra”, e la sua umiltà è ricordata anche con l’usanza, durante la meghillà di Pesach (che narra della sua straordinaria impresa) di non menzionare mai il suo nome.
Herzl non è stato un politico o un condottiero militare, e la sua forza è risieduta esclusivamente nella sua parola. E possiamo senz’altro dire che, sul piano intellettuale, non è stato un grande genio. I due più conosciuti teorici del sionismo, a lui precedenti, Leo Pinsker e Moses Hess, sono certamente stati, sul piano culturale, dei pensatori più profondi e originali di lui, eppure non hanno avuto il suo seguito.
Perché, quindi, Herzl è riuscito a fare qualcosa di cui altri non sono stati capaci?
Io direi, schematizzando, per quattro ragioni.
La prima è quella che definirei con lo slogan “levare la testa”.
Herzl riuscì a fare il passare il messaggio che l’antisemitismo si può combattere. E, che, se si può, si deve.
Riuscì a convincere, in brevissimo tempo, grandi masse di ebrei europei che l’era dei lamenti doveva finire, per passare al tempo dell’azione. Che era arrivato il momento di levare la testa.
Herzl presentò, nella sua cruda realtà, un dato di fatto che era ormai più che evidente, ossia che l’antisemitismo non sarebbe mai scomparso, e avrebbe sempre continuato a colpire gli ebrei sparsi nel mondo, ospiti poco graditi di nazioni straniere, “antipatizzanti” o ostili.
Solo in un loro stato indipendente gli ebrei avrebbero potuto vivere, liberi e uguali, al riparo da questo flagello.
Certo, la creazione di quello stato, che avrebbe dovuto portare alla fine dell’antisemitismo, non ha raggiunto, da questo punto di vista, il suo scopo.
E, ho avuto modo di scrivere, meno male che Herzl non previde che tale obiettivo non sarebbe stato raggiunto, altrimenti questa consapevolezza, probabilmente, avrebbe frenato la sua incrollabile fede, il suo sogno visionario e tuttavia realistico. Perché la sovranità ebraica in terra d’Israele doveva essere raggiunta a ogni costo.
Herzl disse al popolo disperso e sottomesso, abituato a millenni di sudditanza e umiliazioni, tradito anche dalle moderne società laiche e illuministe, con parole ferme e chiare, che poteva e doveva levare la testa, per effettuare una nuova traversata del deserto, verso un futuro (realisticamente vicino) di libertà.
Molti ebrei (non tutti) erano pronti, in quel preciso momento storico, a ricevere proprio quello specifico messaggio. Breve, semplice, chiaro. E il piccolo fiammifero acceso non cadde su una terra bagnata, ma su paglia secca, pronta ad accendersi.
Francesco Lucrezi, storico