2126
Prendendo spunto dall’idea del famoso libro di George Orwell, 1984, cinque tra i maggiori studiosi internazionali di ebraismo hanno voluto cimentarsi nell’arduo compito di investigare il futuro, cercando di immaginare cosa esso possa riservare agli ebrei, e non soltanto a loro.
In materia di ebraismo, si legge nella quarta di copertina, “tutti pensano di saperne molto, ma molti ne ignorano i fondamenti, le dinamiche e le complessità. Se questo è vero per il presente, il tentativo di guardare al futuro, o ai possibili futuri, è quasi impossibile”. Nonostante tale difficoltà, i cinque autori (“Spinti, forse, – dichiarano in una nota introduttiva – dalla necessità di lanciare lo sguardo al di là di un presente decisamente sconfortante, o, forse, dal desiderio di sperimentare se e in che misura l’analisi del passato permetta di chiedersi cosa riservino i tempi avvenire”) hanno deciso di affrontare la sfida. E, se Orwell si era spinto (invertendo le ultime due cifre dell’anno in cui scrisse il suo romanzo, il 1948) a gettare lo sguardo su un domani lontano 36 anni, i nostri autori vanno ancora più in là, focalizzando la loro immaginazione su quella che potrà aessere la realtà tra cento anni: “un secolo, il tempo – precisano, nella nota introduttiva – che, secondo Cicerone, rappresenta la durata massima dell’esistenza terrena di un uomo, al cui scadere ‘curusus vitae terminatur’”.
È proprio questa data, quindi, a essere stata scelta come titolo del volume: 2126. Il futuro degli ebrei, di Emanule Calò, Riccardo Di Segni, Sergio Della Pergola, Francesco Lucrezi, Luciano Baruch Tagliacozzo (Ed. Sopher, Teverola, 2026).
Il volume si arre con iuna intensa nota introduttiva dell’Editore, Pasquale Gnasso (a cui già si deve la pubblicazione del volume collettaneo Come tutto è cambiato dopo il Sette Ottobre, a cura di Lucrezi), che spiega il senso dell’originale iniizativa editoriale: “Questo libro nasce da una necessità, non da una previsione. 2126 non è un esercizio di futurologia né tantomeno un’utopia travestita da romanzo saggistico; è piuttosto una risposta meditata a un doppio timore che attraversa il nostro presente e che, proprio per questo, reclama uno sguardo proiettato in avanti. Il primo timore è quello, antico e sempre rinnovato, di un nuovo antisemitismo; il secondo è quello, più sottile ma non meno radicale, della perdita o dissoluzione dell’identità nazionale israeliana.
2126 sceglie di stare dentro questo rischio, consapevole che solo attraversandolo è possibile immaginare un futuro che non sia né rimozione né ripetizione. La domanda che attraversa queste pagine non è se Israele esisterà nel 2126, ma in quale forma morale, culturale e simbolica potrà continuare a chiamarsi tale”.
Il primo dei cinque saggi, a firma di Riccardo Shemuel Di Segni (com’è noto, da lungo tempo Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma), si interroga su come potrà presentersi, tra cento anni, la religione ebraica. Dall’alto della sua grande esperienza, l’illustre Rav offre una mirabile sitesi dell’essenza dei precetti ebraici, e della loro attitudine a essere interpretati e applicati in modo diverso, nelle varie epoche, a seconda del variare delle tecbniche e dei modi di vita. Anche se i precetti mosaici sono immutabili nella loro lettera, il progredire della scienza e della tecmologia mette infatti continuamente di fronte a nuovi problemi riguardo alla loro concreta modalità di attuazione pratica.
Notevoli problemi, per esempio, pone l’uso della stampa e di internet. “Il Sefer Torà – scrive il Rav -, per essere valido, deve essere scritto a mano su pergamena, lettera per lettera, ed è un lavoro molto lungo e accurato. Così come a mano vanno scritte le pergamene di altri oggetti rituali, come tefillìn e mezuzòt. Sembrerebbe molto più facile ed economico usare testi stampati. Ma non è lecito. Oggi già esistono delle macchine guidate dal computer che scrivono lettera per lettera su pergamena il testo della Torà, con risultati di perfezione ed eleganza assoluti. Ma nemmeno quelli vanno bene. Tutto questo mentre contemporaneamente si fa uso di testi digitalizzati. Evidentemente è in atto un compromesso per cui certi ambiti e ruoli sono immutabili nella richiesta di un intervento umano sistematico e paziente, come poteva essere tremila anni fa, e altri ambiti in cui c’è un uso (quasi) libero di qualsiasi progresso tecnologico. Dico “quasi” perché in certi ambienti si resiste all’uso di Internet perché accanto a usi sacri o neutri può spalancare le porte a mondi immorali.
Qualsiasi scenario – conclude Di Segni – rischia di essere angosciante. Ma la fede ebraica si nutre e si conforta in ogni caso di qualche certezza positiva. Come con le parole del profeta Geremia (33:25-26): ‘Così dice il Signore: se non si mantenesse il mio patto con il giorno e la notte, e se non avessi posto le leggi del cielo e della terra [che sono immutabili], così anche rifiuterei la discendenza di Giacobbe e di David mio servo, non prendendo dalla sua discendenza dominatori sulla stirpe di Abramo Isacco e Giacobbe, perché li farò tornare e avrò misericordia di loro’. ‘L’eternità di Israele non mente e non si pente [delle sue promesse]’ (1 Sam. 15:29)”.
Il secondo contributo, scritto da Sergio Della Pergola (probabilmente il maggiore studioso di demografia del mondo) è dedicato al futuro del popolo ebraico, nelle sue varie componenti. L’autore procede a una scrupolosa disamina della variegata presenza ebraica nel mondo, dei vari flussi migratori che l’hanno interessata, e delle notevoli diversità intercorrenti tra le varie comunità ebraiche, tanto in Israele quanto nella diaspora, riguardo a una molteplicità di fattori identitari, quali l’osservanza religiosa, il legame con la tredizione, il sostegno al sionismo e allo stato d’Isartele. Tutti fattori che vedono, al giorno d’oggi, molti elementi di differenza e di divaricazione, quando non di aperta contrapposizione, tra vari esponenti dell’ebraismo mondiale.
Della Pergola non risparmia dei consigli e degli ammonimenti agli stessi ebrei, che sembra invitare a una maggiore responsabilità e consapevolezza: “La classe dirigente nello Stato d’Israele e nella Diaspora dovrà essere innanzitutto consapevole della molteplicità e della complessità dei temi. Una visione istruita e concreta del rapporto fra le proprie capacità effettive, che sono sempre limitate, e la grandezza immane delle sfide da affrontare dovrà animare le persone al comando, al di là della tentazione di essere affascinati da irreali delirii, manie di grandezza, o culti della personalità. Questo non significa abbandonare l’Utopia, ma impone di adeguare l’Utopia alle possibilità reali. Per raggiungere questo obiettivo, sarà necessaria una leadership unificante e capace di aggregare settori differenti del collettivo ebraico, e non divisiva e antagonista, o addirittura aizzante degli uni contro gli altri. Metaforizzando lo stato attuale della politica israeliana, non è pensabile o tollerabile che l’attraversata del Mar Rosso venga effettuata portandosi appresso le tribù dei figli di Rachele, e lasciando indietro le tribù dei figli di Lea – magari tacciandole di essere composte da traditori. Il governo deve e dovrà essere di, e per, tutto il Popolo, non solamente per metà di esso.
Lo Stato d’Israele -continua l’Autore – non potrà essere democratico senza essere ebraico, e non potrà essere ebraico senza essere democratico. La Diaspora ebraica non potrà permettersi di scimmiottare i dibattiti interni della società israeliana, senza possedere la massa critica e gli strumenti conoscitivi di quest’ultima. E la società israeliana non potrà permettersi di deridere la Diaspora, senza rendersi conto del coraggio e della perseveranza degli ebrei che vivono al di fuori dello Stato. Il popolo ebraico non potrà permettersi di essere pragmatico e realista ma senza fede, né di vivere di sola fede senza essere pragmatico e realista”.
Il terzo saggio, scritto da Francesco Lucrezi, esperto di storia dei diritti antichi e di diritto ebraico, è dedicato al futuro dell’antisemitismo, la triste ombra nera che, da sempre, accompagna il popolo e l’identità ebraica. L’autore insiste sulla peculiare natura di questo antichissimo veleno, apparentememte inestirpabile, di cui sottolinea l’incredibile capacità di trasformismo e camuffamento.
“L’antisemitismo – scrive l’autore – è sfuggente come un’anguilla, non si lascia ingabbiare in nessuna definizione precisa”. Esso è come un camaleonte, che cambia sempre aspetto: “Vediamo così, – scrive l’autore – laddove ci sono banche e soldi, cercare l’ebreo ricco, usuraio e sanguisuga, strenuo difensore di quel grasso capitalismo – retto, ovviamente, dagli ebrei – che ne impingua le tasche. Laddove ci sono fermenti rivoluzionari, cercare l’ebreo sovversivo e senza Dio, desideroso di smantellare il millenario ordine costituito, garanzia di pace e giustizia, per sostituirlo con un sistema violento e barbaro – retto, ovviamente, dagli ebrei – destinato a far precipitare l’umanità in un satanico caos. Laddove ci sono guerre, cercare gli ebrei che le hanno scatenate, a loro specifico vantaggio. Laddove c’è una patria, cercare gli ebrei traditori che tramano contro di essa.
Il camaleonte è abilissimo nel rivestire gli abiti che, di volta in volta, sono più utili a sollevare odio contro gli ebrei, dovunque essi siano, qualunque cosa essi facciano. Non sbaglia mai colore, vestito, camuffamento. Dove si può avere ripugnanza per i capitalisti, cerca o inventa l’ebreo capitalista da dare in pasto all’opinione pubblica, dove c’è paura di una rivoluzione, cerca o inventa l’ebreo rivoluzionario, dove c’è paura dei traditori, cerca o inventa l’ebreo traditore eccetera. Non sbaglia mai, e quando una paura è passata, non deve mai rispondere delle false accuse del passato. È un camaleonte, cambia sempre, anzi, non è uno, sono mille. “Io non ha mai detto che gli ebrei hanno ucciso Gesù, questo è falso, ma quest’altra cosa è vera…”; “io non ho mai detto che uccidevano i bambini cristiani per fare il pane azzimo col loro sangue, per chi mi hai preso? Ma, oggi, vuoi forse negare che…?”. Eccetera eccetera”.
Lucrezi si chiede se l’antisemitismo possa essseere considerato una forma di piscosi di massa, o piuttosto una vera e propria religione, di cui sembra avere molte delle caratteristiche. Il cd. palestinismo, in questo caso, non sarebbe che l’ultima delle maschere dell’insidioso camaleonte. Destinata anch’essa, in un futuro più o meno lontano, come tutte le altre, a cadere. Ma, anche quando ciò sarà accaduto, è molto difficile, per l’autore, potere sperare che, tra cento anni, la psicosi o la religione antisemita spossa essere scomparsa, o essersi sensibilmente ridimensionata. Tra i cinque autori, lo studioso sembra il più pessimista.
Il quarto saggio, scritto dal noto giursista e storico Emanule Calò, si prefigge l’imopegnativo obiettivo di immaginare come sarà, nel 2126, il mondo.
“Si sostiene spesso – scrive – che, entro il 2100, la tecnologia sarà probabilmente integrata in ogni aspetto della nostra vita. Vi saranno città colme di auto a guida autonoma, taxi volanti e treni hyperloop che trasportano le persone da un continente all’altro in poche ore. Robot e intelligenza artificiale potrebbero svolgere la maggior parte dei lavori ripetitivi, dall’agricoltura all’assistenza sanitaria, dando agli esseri umani più tempo per concentrarsi su creatività, istruzione e innovazione. Anche le case potrebbero essere “intelligenti”, con pareti che cambiano colore in base all’umore o mobili che si riorganizzano da soli. La realtà virtuale potrebbe fondersi con il mondo reale, permettendo alle persone di lavorare, viaggiare o assistere a concerti dal proprio soggiorno. I progressi in medicina, come i nanobot che riparano le cellule o l’editing genetico che cura le malattie, potrebbero aiutare gli esseri umani a vivere una vita più lunga e sana, forse anche oltre i 100 anni. La crisi climatica avrà un ruolo fondamentale nel plasmare gli anni 2100. Se il mondo agisse rapidamente per ridurre le emissioni di carbonio, potremmo vedere una Terra più verde e pulita. Le città potrebbero essere alimentate interamente da energia solare, eolica e da fusione. Grattacieli ricoperti di vegetazione, città galleggianti sugli oceani e habitat sotterranei potrebbero diventare comuni per adattarsi all’innalzamento del livello del mare.
Oppure: morte e desolazione, la terra resa un arido deserto post-atomico. Noi, per quanto accadrà fra un secolo, possiamo prevedere un cataclisma, provocato da eventi attuali, come la morte della ragione, provocata da televisione, libri e giornali permeati di mala fede, attraverso mezzi che spaziano dalle insinuazioni più turpi alle menzogne più sfacciate”.
Ma ciò che sarà, puntualizza Calò, non sarà il frutto del destino, ma delle umane scelte: “Se l’Occidente proseguirà nella sua resa ai prepotenti, a spese dello studio e del pensiero critico, nel 2126 vedremo i barbari descritti da H.G. Wells nella citata Time Machine, dove il protagonista ammette che “Da allora ho pensato a quanto fossi particolarmente impreparato per un’esperienza del genere. Quando ho iniziato con la Macchina del Tempo, ero partito dall’assurda supposizione che gli uomini del Futuro sarebbero stati certamente infinitamente più avanti di noi in tutti i loro dispositivi”.
E, in queste scelte, la responsabilità degli ebvrei sarà alta: “Si badi bene: la novità dell’ebraismo, del suo nucleo pesante, risiede sia nell’introduzione della morale nel congegno normativo sia nella libertà di contrastare l’altrui pensiero. Non possiamo ragionevolmente sapere cosa possa prevalere, possiamo però far capire cosa sia in giuoco”..
Il quinto e ultimo saggio, scritto da Luciano Barcuch Tagliacozzo (noto scrittore, esegeta e traduttore talmudico), è dedcato al futuro dell’ebraismo, in generale, nella sua molteplice vfalenza identitaria (religiosa, nazionale, tradizionale, culturale, etnica). Il saggio, come fa capire il sottotitolo (Un Midràsh) appare diverso dagli altri, giacché, più che un saggio scientifioco, appare un brano di haggadah, di narrazione fantastica (un Midràsah, appunto), nella quale il lettore è invitato, da solo, a disstillare un senso dal racconto.
“Il Talmud – scrive Tagliacozzo – ci insegna che “la profezia è rimasta ai pazzi e ai bambini”. Per parlare del futuro occorre quindi quello strumento linguistico che l’ebraismo si è dato, che si chiama Midràsh, e che è il linguaggio che collega un passato, remoto e mitico a un futuro altrettanto remoto e mitico.
Una strana leggenda attraversa ogni famiglia ebraica. Che un antenato abbia varcato con la lotta contro un mostro, un braccio di mare, un fiume, una palude di canne. Pessachim, come la chiamano gli ebrei nel Talmud, i Passaggi, perché ciascuno ha il suo passaggio, la sua lotta personale ciascuno come l’antico capo tribù deve vedere nell’acqua la propria immagine, e deve benedire. Ma chi è l’immagine dell’Uomo? Anche se non osiamo dirlo è Colui che ci parlava dal roveto, è il nostro divenire. Guerra pace, estate inverno, come fuoco commisto i profumi. E questo unisce tutte le strade che percorriamo, perché tutti i fiumi vanno al mare, ma il mare non si riempie, è l’inaccessibile futuro, è ciò di cui non si può parlare ed è opportuno tacere.
Nella scarna lingua che Mosis ci ha trasmesso, “deserto”, Midbar, e “parola”, Davar, sono lo stesso vocabolo. Come una tavola di pietra ancora non scritta, o uno spazio fra più righe scritte lasciato a ciascuno di noi da scrivere. La voce grida: aprite una strada diritta. Perché distorti sono i sentieri, impervie le cime. Questo senso della continuità crea un unico fra avar, passato, ma-avar, guado, ivrì, ebreo. Perché siamo ancora sul guado del fiume Yabok a lottare con l’angelo, come l’antenato”.
Ma, dopo la lotta sul guado del fiume, dopo millenni di dolore, dopo un presente tanto inquieto e oscuro, Tagliacozzo, immagina, nel suo Midràsh, un futuro di pace e armonia. Di shalòm. Tutte le nazioni che si erano levate contro Gersalemme saliranno a Gerusalemme. E ciò avverrà nel giorno della festa delle Capanne, nel mese di Tishrì 5886-Ottobre 2126.
La Redazione