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LA QUESTIONE EBRAICA 80 LA CONTRO-STORIA

  • Opinioni

LA QUESTIONE EBRAICA 80 LA CONTRO-STORIA

 

Ci siamo occupati, nelle scorse puntate del nostro commento al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, della figura storica di Theodor Herzl, grande spartiacque nella storia del sionismo (non, tuttavia, come erroneamente si ripete, “creatore” dello stesso, dal momento che il sionismo inizia, sia pure con altri nomi, insieme allo stesso ebraismo, già con il viaggio di Abramo, ed è scolpito già nel libro della Genesi).

A proposito di una giusta osservazione del grande storico Paolo Macry, secondo cui l’idea di Herzl appare in anticipo sui tempi, ci siamo chiesti se, però, non si possa anche considerare la stessa idea, al contrario, in ritardo sui tempi. In fondo, erano quasi diciannove secoli che gli ebrei piangevano la patria perduta.

“Come si fa a dire – ci siamo chiesti – qual è il tempo giusto perché una cosa accada? Perché quello che accade succede proprio in quel momento, in quel luogo, e non in un altro tempo, in un altro luogo?”. Ma esiste poi, nella storia, qualcosa che deve accadere? Esiste l’ineluttabile?

Vista col senno di poi, la storia ci appare sempre come la realizzazione di una serie di necessità, e quindi come un susseguirsi di nessi eziologici meccanici e chiari da comprendere. La repubblica romana, diventata un organismo sovranazionale, doveva trasformarsi in un impero; quel grande impero aveva bisogno di una religione comune, e il cristianesimo era senz’altro la più adatta allo scopo; l’impero d’Occidente doveva cedere ai barbari; l’Ancien Régime non poteva durare, e il Terzo Stato, in Francia, doveva prendere il potere, così come lo zar doveva cadere ecc. ecc. Insomma, ciò che è accaduto doveva accadere.

Ma questa, ripeto, non è che un’illusione ottica. Nella storia non esiste niente di ineluttabile, e i nessi eziologici si possono discernere soltanto dopo. Il futuro non è mai prevedibile.

La letteratura di fantasia, su questo terreno, ha lasciato degli esempi mirabili di cd. “contro-storia” (o “storia contro-fattuale”), ossia di una narrazione storica basata sul presupposto che, invece di alcune circostanze, se ne fossero realizzate altre, cambiando così il corso degli eventi. Un esercizio che non è solo di mera fantasia, ma che costituisce un utilissimo strumento di analisi della realtà. La famosa frase “la storia non si fa con le ipotesi” è profondamente sbagliata, perché lo studio della storia ha proprio lo scopo di formulare ipotesi, di confrontare il racconto di ciò che è accaduto con alcune delle infinite narrazioni alternative di ciò che sarebbe potuto accadere. Ciò vale per la vita dei popoli, delle nazioni, degli imperi come anche per la nostra vita privata. La quale non entrerà mai, probabilmente, nei libri di storia, ma è pur sempre, in fondo, l’unica storia che davvero ci interessi. Per questo, in alcune Università statunitensi, la cd. “counter-history” è vera e propria materia d’insegnamento (anche se, secondo me, essa è un tutt’uno con la storia “reale”).

L’inizio della “storia controfattuale” è fatto risalire alla Uchronie, pubblicata nel 1876 da Charles Renouvier, nella quale si immagine una storia dell’Occidente basata sull’ipotesi che Costantino, nel 312, avesse perso la battaglia di Ponte Milvio. E sono poi seguiti tanti altri esperimenti: di Guido Morselli (che, in Contropassato prossimo, immagina che gli imperi centrali avessero vinto la Grande Guerra), Edward Meyer (che si chiede cosa sarebbe successo se i Greci, nel 490 a.C., avessero perso la battaglia di Maratona), Tom Holland (che, in Fuoco persiano, immagina che i Persiani avessero conquistato l’Europa), Philip Roth (che, in Complotto contro l’America, narra di un filo-nazista Lindbergh, diventato Presidente degli Stati Uniti, che porta il suo Paese al fianco di Hitler), Philip Dyck (che, in La svastica sul sole, immagina come sarebbe stato il mondo se La Germania e il Giappone avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale).

Nessuna di queste ipotesi è assurda, impossibile. E, accanto a ognuna di tali fantasiose ricostruzioni, se ne potrebbero affiancare un’infinità di altre.

È certamente lecito, quindi, porsi la domanda: che sarebbe successo se Theodor Herzl non fosse mai esistito, o non fosse stato mai inviato come corrispondente al processo Dreyfus, o non avesse scelto di impegnarsi nella sua battaglia?

Su quale sarebbe stata, sulla base di queste ipotesi, la storia del mondo, del sionismo e dell’ebraismo, si potrebbero scrivere tanti romanzi.

Non avrebbe senso, però, chiedersi se sarebbe ugualmente nato il sionismo, perché esso esisteva già, da millenni.

 

Francesco Lucrezi, storico