Domenica 25 gennaio 2026 – MEB ore 10,30
XXVI Giornata della Memoria
Saluto di apertura – Guido Ottolenghi (Presidente, Museo Ebraico di Bologna)
Inaugurazione della mostra
Gerarchi in fuga – Dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse
Autorità, cittadini, amici, apriamo oggi le iniziative per la XXVI Giornata della Memoria
ricordando che essa fu istituita [legge 211/2000] “al fine di ricordare la Shoah (sterminio
del popolo ebraico), le leggi razziali […] in modo da conservare nel futuro dell’Italia la
memoria di un tragico ed oscuro periodo […] affinché simili eventi non possano mai più
accadere”. Già l’anno scorso, e in maggior numero quest’anno, vi sono istituzioni ebraiche
che per disperazione non partecipano agli eventi della Giornata, caratterizzata sempre più
da una appropriazione disonesta del passato, che si accompagna a una profanazione della
memoria su cui tornerò. Ci tengo a segnalare che il ricordo dei temi legati alla Shoah non fu
concepito a favore degli ebrei, che se la ricordano benissimo senza bisogno di alcuna legge,
ma fu ideato come un obbligo per scuole e istituzioni al fine, come dice la legge stessa, di
ricercare nella storia elementi di conoscenza e di pensiero che ci aiutino a vigilare sulle
dinamiche della società e ad evitare che si ripresentino discriminazioni e limitazioni delle
libertà dei cittadini su basi arbitrarie come quelle che portarono alla persecuzione e allo
sterminio degli ebrei in Europa.
Ormai da molti anni noi del Museo, insieme alla Comunità Ebraica, ad alcune Autorità e a
molti cittadini sensibili, ci ritroviamo per proporre iniziative che aiutino il mantenimento
della memoria e la comprensione dei meccanismi che possono portare alla persecuzione e
alla perdita dei valori fondamentali della civile convivenza. Quest’anno inauguriamo una
mostra dedicata al ruolo di varie istituzioni e Paesi nel favorire la fuga e il reinserimento
nella società di importanti gerarchi nazisti, che si nascondevano dalla giustizia e dal loro
passato. “Gerarchi in fuga” ci ricorda come, dopo un iniziale afflato di giustizia che col
processo di Norimberga volle i crimini nazisti documentati e puniti, subentrò rapidamente
in tutta Europa il desiderio di chiudere col passato e di ricostruire un tessuto sociale che
facesse leva sulla classe dirigente disponibile. Ciò fu poi accelerato dal calare della Cortina
di ferro e dall’avvio della Guerra fredda che lasciarono le vittime della Shoah senza giustizia
e con la coscienza che alcuni persecutori tornavano in posizioni di comando e preminenza
sociale. È in questo clima che reti di soccorso animate da idee religiose discutibili o da
anticomunismo indiscriminato, affiancate da organizzazioni simpatetiche con la ideologia
nazista o con i suoi metodi, aiutarono anche gli individui più gravemente compromessi coi
crimini nazisti a trovare rifugio all’estero. Nella mostra troverete le storie di Eichman,
Priebke, Von Leers, Stangl e altri, del vescovo Alois Hudal che coordinò molte fughe, e
anche di figure come Wiesenthal e la coppia tedesca di Serge e Beate Klarsfeld che, quando
gli stati persero interesse a perseguire i nazisti, si fecero un dovere civile di proseguire nella
ricerca. La mostra è per noi un altro tassello nel contributo alla conoscenza della Shoah, non
solo per il suo contenuto fattuale, ma perché nel tracciare le vie di fuga, segue anche il
destino del pensiero nazifascista. Infatti, possiamo qui identificare due grandi filoni nei
percorsi con cui figure di spicco del sistema nazista trovarono protezione. Il primo è quello
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del sud America, dove regimi che avevano coltivato legami col nazifascismo, accolsero
senza troppe domande i fuggitivi, dando loro nuove identità e lavoro, ma (con alcune
eccezioni) senza coinvolgerli nella vita politica locale. Il secondo è quello di alcuni paesi
arabi dove invece i nazisti che vi trovarono rifugio furono coinvolti nella organizzazione
delle polizie segrete e degli apparati repressivi, nella propaganda e nel consolidamento del
legame ideologico tra pensiero nazista e nazionalismo arabo. È anche a causa di queste scelte
che ancora oggi testi nazisti, tra cui primeggia il libro programmatico di Hitler, il Mein
Kampf, sono enormemente diffusi e letti in alcuni paesi Arabi e addirittura utilizzati nelle
scuole.
Questa mostra si collega con quella che il MEB presentò l’anno scorso, dedicata a una delle
figure di maggior spicco del nazionalismo arabo degli anni Trenta: Amin Al Hussaini.
Nominato Gran Muftì di Gerusalemme (cioè, capo spirituale e politico) dagli inglesi nel
1921, Al Hussaini partecipò alla rivolta contro gli inglesi stessi del 1936, e
all’organizzazione del colpo di stato filonazista a Baghdad del 1941, culminato nel pogrom
contro gli ebrei. Fuggì poi a Roma con l’aiuto di Mussolini e di lì a Berlino. Egli era
fiducioso che la Seconda guerra mondiale avrebbe portato alla vittoria dell’Asse (Asse era
il nome dell’alleanza tra Germania nazista, Italia fascista e Giappone imperiale), credeva
nel totalitarismo e valutava che anche per il Medio Oriente la soluzione del “problema
ebraico” fosse la eliminazione degli ebrei. Si pose perciò al servizio di Hitler e Himmler
reclutando tre divisioni di volontari musulmani, due nelle SS e una nell’esercito nazista,
guidò inoltre i servizi di propaganda nazisti in lingua araba da Berlino e soprattutto si
accreditò come leader capace di guidare le masse arabe una volta che le truppe naziste
avessero raggiunto il Medio Oriente, cosa che, come sappiamo, per fortuna non successe. Il
progetto che egli incarnò era un importante tassello della rete di alleanze di Hitler nel
disegno di sterminio degli ebrei, che contiene inoltre un profondo lascito culturale e politico
nei due messaggi che più caratterizzano l’insegnamento del Gran Muftì: (i) il massimalismo,
cioè la posizione che nessuno stato ebraico può esistere in Medio Oriente, e che a tale
obiettivo si può sempre sacrificare anche qualunque soluzione di stato palestinese, e (ii) la
deumanizzazione degli ebrei, cioè l’idea che essendo essi subumani, malvagi e complottisti,
l’eliminazione degli ebrei (uomini, donne e bambini indistintamente) sia un obiettivo
legittimo.
Nel 2020 il MEB produsse anche, per la Giornata della Memoria, una mostra sulla Brigata
Ebraica, in quanto anch’essa era un importante tassello della nostra storia locale. Infatti, la
Brigata, quale parte della VIII Armata britannica, partecipò alla liberazione di vaste aree
della Romagna nel 1945. Notammo allora con amarezza come essa venga da qualche tempo
attaccata da organizzazioni che sostengono la causa palestinese in Medio Oriente durante le
celebrazioni della Liberazione, quando semmai i palestinesi all’epoca erano schierati coi
nazifascisti. Era quella forse la prima manifestazione evidente di profanazione della
Memoria, attraverso l’appropriazione di luoghi, idee, immagini e parole che decenni di
elaborazione storica e culturale hanno consolidato. Se qualcuno vuole dire che la tragedia
di qualche popolo o le ingiustizie subite da qualche gruppo richiedono l’attenzione
dell’opinione pubblica, ha oggi a disposizione uno strumento propagandistico formidabile e
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già confezionato, e cioè dire che ciò è simile all’olocausto. Si useranno dunque termini come
“lager, genocidio, deportazione, sopravvissuti” e simili artifici retorici, così attirando
l’attenzione su di sé e banalizzando la Shoah allo stesso tempo. Se è occorso tanto sforzo di
pensiero per comprendere e descrivere uno dei momenti più bassi della storia, e se vogliamo
che tale conoscenza sia nel tempo fonte di insegnamento e baluardo morale, le persone di
cultura e buona volontà dovrebbero vigilare affinché questo sforzo non sia banalizzato e
infine vanificato da un suo uso sfrenato e asservito alla politica contingente: le parole si
consumano se usate fuori contesto, se tutto è nazismo o genocidio alla fine perfino quelle
parole perderanno rapidamente di significato.
In questi tempi assistiamo con angoscia a quel che ci pare una sistematica profanazione della
memoria e del Giorno della Memoria, attraverso eventi che ne usano la cornice per parlare
d’altro, eventi che dovrebbero allarmare qualunque persona seria, al di là della bontà delle
cause che si vogliono innestare sulla memoria della Shoah. A livello individuale nessuno
gradisce che al proprio funerale sia commemorato qualcun altro, e così risulta
incomprensibile che a livello collettivo luoghi che hanno un preciso significato storico e
politico, come Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema vengano “occupati” da ricordi
estranei1: quando dunque leggeremo i nomi dei figli dei nazisti morti nei bombardamenti
sulle Germania a Marzabotto, o commemoreremo le vittime dell’islamismo radicale in
Sudan a Sant’Anna di Stazzema? Si può davvero sovrapporre la memoria dei partigiani con
quella dei combattenti di Hamas, come fanno talune associazioni? La domanda non attiene
alla bontà di una causa o dell’altra (su cui ognuno può farsi facilmente un’idea) ma sul fatto
che, quando vediamo che i nostri ricordi e valori vivono solo se li si sacrifica a quelli di altri,
dobbiamo prendere atto che non abbiamo più ricordi e valori. Chi si prende la responsabilità
di questo sacrificio non sta esaltando una buona causa, ma sta sgretolando la memoria di
una comunità.
Siamo coscienti che oggi vi è un diffuso desiderio di usare le categorie della Shoah per fare
politica e un contemporaneo fastidio nel sentire che la Shoah va studiata e conosciuta, per
ricavarne insegnamenti radicati nei fatti e non nelle piazze. Ciononostante, nel piccolo della
nostra istituzione sentiamo il dovere, anche se il vento della sensibilità su questi temi
cambia, di cercare argomenti solidi e ben documentati che suscitino, anche in un clima
dialettico, la voglia di conoscere e approfondire, di affrontare i nodi culturali che l’attualità
offusca, mentre la storia invece li svela. Ogni Paese e cultura che ha partecipato alla Shoah,
magari poi pagando un prezzo per tale scelta, ha potuto progredire solo facendo i conti col
proprio passato, e questo vale anche per le società che hanno accolto i nazisti in fuga e per
quei paesi dove Hitler è ancora una figura positiva, i suoi scritti vengono letti e diffusi, e
dove è radicata l’idea che il conflitto con Israele si sciolga solo con una “soluzione finale”.
Non è facile toccare questi temi, ma ci pare che farlo sia nel solco di una cultura coraggiosa
che affronta le idee che impediscono la convivenza, e ciò è forse la più alta espressione della
cultura e dell’amore per la pace perché la pace non viene dalla sottomissione o dall’evitare
argomenti spinosi, ma al contrario dal sollevarli, discuterli anche aspramente, ma sulla base
di fatti e razionalità. Chi, se non la cultura, potrà affrontare questi nodi? E se non si
1Nel 2025 in questi luoghi si sono tenute imponenti cerimonie per le vittime palestinesi a Gaza.
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affrontano ci resta solo un infinito ciclo di guerre in cui per ora in occidente tifiamo dagli
spalti, ma in cui prima o poi saremo coinvolti.
Due temi ci possono sempre guidare nel cercare un equilibrio tra ricordo storico e suo
utilizzo nell’attualità:
Il primo è che, quando le difficoltà si addensano (nella società, nella famiglia, nella vita
personale), l’istinto ci porta a dare la colpa a un nemico, a un complotto: non è che non
esistano nemici o complotti, ma quando spieghiamo la realtà e i nostri limiti dando la colpa
agli altri, abbiamo già rinunciato alla nostra libertà e alla possibilità di migliorarci. Per
questo motivo l’antisemitismo non è solo un fallimento della morale e della ragione, è un
termometro che segnala che la società, quando ne è pervasa, sta per farsi del male.
La seconda idea da ricordare è che questo male si radica in un contesto di indifferenza:
ciascuno di noi ha altro da fare, interessi da curare, urgenze da sbrigare e i problemi della
società, o quelli del vicino, non sono nostri problemi. Nel frattempo, i malvagi testano i
limiti, scrutano quegli atti simbolici delle istituzioni che a loro parere li legittimano: i primi
squadristi fascisti o le camicie brune naziste temevano una reazione della società civile e
delle autorità, ma trovarono ben poca resistenza e spesso ebbero accoglienza. Quando questo
si verifica l’oscurità si diffonde.
Dunque, a noi pare che il ricordo e la comprensione dei meccanismi che hanno portato alla
Shoah hanno sì senso affinché ci aiutino a vigilare sulle dinamiche della società e ad evitare
che essi si ripresentino. Tuttavia, va fatto un uso fattuale e pacato della memoria, e un uso
preciso delle parole. Io credo che la conoscenza possa stimolare le giuste riflessioni nelle
teste e nei cuori di chi ascolta e si informa, come voi, e che il compito culturale delle
Istituzioni, tra cui il MEB sia di fornire in modo accessibile e rigoroso gli strumenti di
pensiero. Quando le istituzioni offrono un “pensiero” preconfezionato e non gli strumenti
per l’esercizio libero delle coscienze e delle intelligenze c’è qualcosa che non va. Quando
sentiamo paragonare cose non paragonabili o usare a sproposito le parole, dobbiamo
allertarci. Io spero che anche quest’anno il lavoro del Museo, sia all’altezza del compito, e
spero che anche voi che siete presenti qui oggi vogliate raccogliere la sfida di approfondire
quei nodi culturali che rendono impossibile la convivenza e che vogliate sostenere le
occasioni di confronto, quale strumento di dialogo e di pace. Grazie della vostra attenzione.
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