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Sul volume Rav Di Segni/Gad Lerner

Il volume di Riccardo Di Segni/Gad Lerner “Ebrei in guerra Dialogo tra un rabbino e un dissidente”, Feltrinelli, Milano, 2025, è ricco di spunti e andrebbe letto anche nei nostri licei, a condizione che non venga visto come un surrogato di più vaste letture, come spesso accade, tanto per lavarsi la coscienza, atteso anche che, volgarmente, si suol dire che “mamma ha letto un libro” o “io ho letto un libro”, un po’ come se, per dire che si hanno vaste frequentazioni, si togliesse un po’ di polvere dalla guida telefonica e si scegliesse qualche nome a caso. Questo libro serve per prendere atto e conoscere il modo in cui si intesse un dialogo moderno e non superficiale. Potrei criticare Lerner, ma sarebbe sbagliato, perché quale che sia il dissenso con lui, un libro di un editore di sinistra dove si trovi un dialogo, è molto più raro di un Gronchi rosa.

A pagina 84, Lerner dice: “abbiano a che fare, come ben sai, con l’inedito fenomeno di un ‘sionismo cristiano’. La sua matrice può essere fatta risalire ad ambienti protestanti che, negli Stati Uniti, circa mezzo secolo fa, ripudiarono la dottrina dell’antigiudaismo luterano rimpiazzandolo con un’interpretazione apocalittica del “moderno raduno del popolo ebraico in Eretz Israel” (…) il tempo finale della redenzione contemplerebbe inesorabilmente, in via preliminare, la conversione degli ebrei.” Rav Di Segni lo corregge, segnalando le radici antiche del sionismo cristiano e, a tale riguardo, cita Oliver Cromwell e Isaac Newton.

Potrei segnalare, per aggiungere un granellino di sabbia, Yaron Perry, John Steinbeck’s roots in XIX° Century Palestine, Steinbeck Studies, Vol. 15, n. 1, Spring 2004, p. 46 ss., dove si dice che a metà del XIX secolo, Johann Adolf Grosssteinbeck (1832–1913), giunse nella c.d. Terra Santa. Desiderava fondare un insediamento agricolo in cui avrebbe addestrato gli ebrei della Palestina all’agricoltura e accelerato così l’avvento del Messia cristiano.

Il ritorno degli ebrei in Palestina e la loro conversione al cristianesimo erano considerati una condizione preliminare per la realizzazione del millennio. Anticipando il ritorno di Gesù Cristo, i coloni consideravano la creazione di insediamenti agricoli e il coinvolgimento degli ebrei nei lavori agricoli come una scorciatoia per il Suo ritorno. Il gruppo di tedeschi emigrò in Palestina da Elberfeld, vicino a Barmen-Wuppertal (oggi nella parte occidentale della Germania), e comprendeva Johann Grosssteinbeck, suo fratello, Friedrich Wilhelm Grosssteinbeck (1821–1858), la loro sorella, Maria Katharina (1826–1862) e suo marito, Gustav Thiel (1825–1907), oltre ad altre due famiglie.

Perry riferisce che i musulmani locali consideravano tutti gli stranieri cristiani come un’unica entità, tanto che tutti, senza eccezioni, risentirono degli effetti della rabbia e della furia musulmana per la guerra protratta tra l’Impero, che rappresentava l’Islam, e una potenza europea. Si verificarono sempre più atti ostili contro gli “infedeli” tedeschi e americani, nonostante la lotta ottomana fosse specificamente contro i russi. Per dissuadere la popolazione locale da atti di aggressione contro i coloni e per dare prova di forza, la Levant, una nave da guerra americana al comando del capitano Carl C. Turner, fu inviata in Palestina nel 1854, nella tradizione della politica delle cannoniere prevalente all’epoca.

Pochi anni dopo, l’insediamento fu completamente distrutto in una sola notte di terrore, durante la quale il fratello del nonno di John Steinbeck (futuro Premio Nobel per la Letteratura), fu ucciso, la sorella e la madre della nonna furono violentate e tutti i beni dei coloni furono saccheggiati.

Quegli avi furono una scheggia in più del cristianesimo sionista. È vero che il loro fine ultimo era la conversione degli ebrei, ma non la si affidava (e non la si affida oggi) al proselitismo bensì al futuro e, come diceva John Maynard Keynes, nei tempi lunghi saremo tutti morti. Eppoi, se parliamo del fato, si tratta di un’entità impalpabile e sinistramente imperscrutabile. Per ora, come scrive il Rav, evitiamo di essere irrispettosi verso gli evangelici, fra i quali chi scrive ha diverse amicizie e che ha imparato ad apprezzare. Poi, se il passato è una terra straniera, come titola Gianrico Carofiglio (ma quella formula suggestiva è di L.P. Hartley, ed è stata ripresa e continua ad essere ripresa in decine di libri) il futuro è una terra ignota. Godiamoci il poco che ci lascia il presente. Fra i buoni proponimenti, vi è quello di continuare a setacciare il libro di Lerner/Di Segni.