DINÀ DEMALCHUTÀ DINÀ
Il diritto ebraico, com’è noto, ha una natura squisitamente religiosa. La Legge, nell’ebraismo, è solo quella divina, e Dio ha parlato solo nella Torah. Non c’è Legge, pertanto, all’infuori delle mitzvòt: non può esistere, nella storia d’Israele, un sovrano legislatore. Perduta, nel 70 d.C., la sovranità nazionale in Terra d’Israele, il popolo ebraico sceglie di perpetuare, nelle terre dell’esilio, la propria identità nazionale, osservando – attraverso la cosiddetta ortoprassia, ossia il rispetto minuzioso e quotidiano dei precetti mosaici –, pur nella diversità delle latitudini, delle lingue e dei costumi, una medesima Legge, quella della Torah, nuova ‘patria ambulante’ del popolo d’Israele.
L’idea, coltivata, per qualche tempo, negli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, dai primi pionieri del sionismo, di riesumare, in Eretz Israel, la biblica halachah come unico diritto nazionale d’Israele, fu rapidamente abbandonata, per la sua evidente inapplicabilità pratica, e l’edificazione del diritto civile israeliano ha preso un altro percorso, quello di una legislazione (quantunque permeata dei valori biblici di libertà, uguaglianza e giustizia, e fortemente tributaria, soprattutto in alcuni campi – come la bioetica – verso la tradizione ebraica) informata ai principi occidentali di laicità e democrazia e alle esigenze della modernità, strettamente legata, in quanto tale, alle esperienze del Common Law e del Civil Law.Perciò, pur essendo il diritto dello Stato ebraico, quello israeliano, in quanto diritto laico di uno Stato democratico e non confessionale, non può essere definito propriamente diritto ebraico (anche se la competenza per alcune materie – come quella matrimoniale – è affidata alle autorità religiose, ed è proprio col termine halachah che viene indicato il principio giuridico creato da una sentenza della Corte Suprema). Così come un sovrano, neanche un Parlamento può essere, sul piano halachico, legislatore.Ma che succede se la norma halachica entra in contrasto con una norma di diritto positivo che un ebreo osservante è tenuto a rispettare?
Un antico principio, sempre vigente dall’inizio della diaspora, è quello sintetizzato nella formula dinà demalchutà dinà, “la legge dello stato è legge”, che esprime il dovere di obbedienza alle leggi del Paese in cui l’ebreo si trova a vivere. Ovviamente, le leggi di tutte le nazioni in cui ci sono stati degli insediamenti giudaici sono sempre state improntate a principi diversi da quelli dell’ebraismo, per cui l’ebreo osservante, dopo la distruzione del Secondo Tempio, si è trovato sempre soggetto a una doppia obbedienza, quella halachica e quella civile, dettata dalla comunità ospitante (e ciò vale anche per i cittadini religiosi del moderno Stato di Israele, il cui diritto, come abbiamo detto, non può essere definito un diritto ebraico).
Cosa avviene in caso di conflitto tra i due diversi ordini normativi (per esempio, se la legge dello Stato non permetta di rispettare il riposo dello shabàt, o imponga di venerare gli dèi stranieri ecc.?). L’osservanza delle mitzvòt non è negoziabile, ma anche il dovere di essere un cittadino fedele dello stato e rispettoso delle leggi civili (quantunque non codificato nella Torah) non può essere disatteso, cosicché si è frequentemente dato, nel corso della storia, che la possibilità o meno di coniugare i doveri di cittadinanza con l’osservanza mosaica – determinata dal carattere più o meno liberale o intollerante di un dato ordinamento – si sia presentata come concreto spartiacque riguardo alla stessa possibilità – per un singolo o, più spesso, per un’intera comunità – di continuare a vivere in un determinato luogo. E, sovente, l’imposizione forzata di norme inconciliabili con l’osservanza halachica è stata volutamente pensata e attuata con lo specifico obiettivo di spingere all’esilio le comunità ebraiche, spesso indotte ad emigrare, in questo modo, senza neanche la necessità della formulazione di un esplicito ordine di allontanamento.
La storia tramanda molti casi di norme vessatorie emanate specificamente per costringere gli ebrei a trasgredire alla loro legge, e molte vicende di martiri che preferirono sacrificare la vita pur di non rinnegare la propria fede: basti pensare ai fratelli Maccabei (che resistettero all’imposizione forzata del culto ellenistico da parte di Antioco Quarto Epifane), a Rav Akiva e Rav Chananya (che violarono il divieto, imposto dall’imperatore Adriano, di insegnare la Torah), ai tanti che rifiutarono di inchinarsi innanzi agli dèi pagani o ai simboli cristiani. Disobbedienze, che, in qualche modo, ricordano quella di Antigone, che violò la legge del re (che la obbligava a non seppellire il fratello Polinice, reo di tradimento) per rispettare le superiori “leggi non scritte” (àgrapta nòmena) della morale (che imponevano di non lasciare insepolti i corpi dei defunti).
Un caso particolarmente interessante di violazione dell’obbligo di obbedienza alla legge dello stato (dettato, stavolta, da motivazioni non di tipo religioso, ma di carattere ideale e politico) fu quello dell’organizzazione clandestina ebraica chiamata NILI, che operò in Palestina (allora parte dell’impero ottomano) durante la Prima Guerra Mondiale. Una dei membri del gruppo, Sarah Aaronsohn, aveva vissuto a Istanbul, come moglie dell’ex marito, e aveva capito che intenzione dei turchi, dopo avere sterminato gli armeni, era quella di colpire gli ebrei. Convinse quindi il fratello, Aaron, a effettuare spionaggio a favore degli inglesi, per favorirne la vittoria. Le autorità al comando dell’Yishuv (la popolazione ebraica palestinese, che allora contava circa 100.000 anime) vietò questo comportamento, perché gli ebrei non avrebbero potuto tradire l’impero turco, di cui erano sudditi.
Ma i fratelli Aaronsohn e i loro pochi seguaci disobbedirono, dando un contributo fondamentale alla vittoria britannica (soprattutto indicando l’ubicazione dei pozzi d’acqua nel deserto del Sinai: Aaron era uno studioso della natura, segnatamente ornitologo). La rete spionistica fu scoperta (perché fu preso per caso uno dei piccioni viaggiatori che portavano i messaggi), Sara fu torturata e riuscì a suicidarsi, il suo compagno fu ucciso e Aron morì in un incidente aereo, tornando in volo dall’America. La memoria degli uomini di NILI resta controversa. Non c’è dubbio che la loro visione era giusta, e che – anche se gli inglesi avrebbero poi mostrato, nei confronti del sionismo, un atteggiamento freddo e ambiguo – la sottomissione ai turchi rappresentava un grande pericolo. Per alcuni, quindi, essi furono degli eroi lungimiranti. Per altri, invece, avrebbero sbagliato due volte: per avere tradito la nazione che li ospitava e per avere disubbidito alle direttive delle autorità ebraiche locali. La loro azione, comunque, resta una pagina importante nel cammino d’Israele verso la libertà e l’indipendenza.
(da Moked. Pagine Ebraiche, gennaio 2026)
Francesco Lucrezi