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GIORNO DELLA MEMORIA 5 L’ECCEZIONE

GIORNO DELLA MEMORIA 5 L’ECCEZIONE

(da HaKol 8/1/26)

Ho cominciato ad esporre, nelle scorse puntate di questa riflessione, le ragioni a favore e quelle contrarie, a mio avviso, alla prosecuzione delle manifestazioni per il Giorno della memoria, o per la partecipazione ad esse. Dopo avere illustrato gli argomenti a sostegno della celebrazione, ho iniziato quindi una disamina di quelli di segno contrario, che ho contato nel numero di sei, segnatamente i seguenti:

  1. Ritualizzazione della Memoria;
  2. Elezione dell’ebreo a “vittima per antonomasia”;
  3. Concezione della Shoah come “eccezione” nella storia e ignoranza dell’antisemitismo;
  4. Collegamento esclusivo e assorbente tra antisemitismo e nazifascismo;
  5. Sollecitazione di nuovo antisemitismo;
  6. Profanazione e insulto della memoria.

Avendo trattato dei primi due, passo quindi a esaminare il terzo.

Si tratta, a mio avviso, di un argomento molto importante.

Negli anni ’40, ’50 e’60 la parola Shoah era sconosciuta a chiunque non fosse ebreo. E anche di Olocausto si parlava pochissimo. Nei libri di storia si accennava, sbrigativamente, al fatto che i nazisti avevano perpetrato spaventosi massacri, si faceva riferimento anche, qualche volta, a camere a gas e forni crematori. Ma pochi sapevano esattamente di cosa si trattasse. In genere erano considerati dei fatti da inquadrare esclusivamente all’interno delle più ampie vicende della Seconda Guerra Mondiale, che non meritavano un’analisi autonoma e specifica. Si parlava molto, certo, del nazifascismo e della sua sconfitta, ma a parlarne erano soprattutto i partiti della sinistra, che tendevano ad accreditarsi il maggiore merito della liberazione del Paese, mentre le forze moderate preferivano non insistere su tali temi, per paura che un eccesso di antifascismo portasse acqua al mulino dei comunisti. La Chiesa, poi, era concentrata esclusivamente nel contrasto del nuovo pericolo bolscevico, e parlare dello sterminio degli ebrei era un argomento imbarazzante. E lo era anche per i comunisti, che preferivano glissare sui Lager nazisti, per non dovere parlare anche dei Gulag di Stalin. E poi, tante cose non si sapevano, o non si volevano sapere.

La pubblicazione e la circolazione delle memorie di Primo Levi, di Elie Wiesel e di Anna Frank, iniziata alla fine degli anni ’50, non è bastata ad accendere un diffuso interesse sull’indicibile realtà di ciò che era successo, che si andato affermando, in Italia, solo verso la metà degli anni ’70. Tale interesse è andato poi sempre crescendo, fino alla legge del 2000. Questa conoscenza, però, da salutare certamente con favore, ha quasi sempre avuto una grave lacuna, che è stata ripresa e rafforzata dalla legge istitutiva del Giorno del Memoria. Si è andata diffondendo, cioè, l’idea che la Shoah sia stata una incredibile eccezione della storia, una sorta di impazzimento generale, iniziato nel 1942 (dopo un’incubazione di soli nove anni) e poi cessato nel 1945. Con la sconfitta del nazifascismo, l’orrenda eccezione sarebbe stata chiusa, e si sarebbe tornati alla normalità della ragione. Si è sempre preferito glissare sul ‘prima’ e il ‘dopo’ della Shoah, facendo finta che gli unici responsabili ne fossero i nazifascisti. Ed essendo i nazifascisti stati sconfitti, risultava facile, in un mondo di ‘buoni’, parlare dei ‘cattivi’ di ieri, che ormai non c’erano più.

Ebbene, non c’è dubbio che la Shoah, con la sua inaudita atrocità, rappresenti un qualcosa di unico nella storia. Ma essa non potrà mai essere minimamente capita staccandola dal morbo nero che l’ha generata, ossia l’antisemitismo. Un fenomeno che è iniziato diciannove secoli prima del nazismo, e che non è certo morto con esso. Il Giorno della Memoria non sollecita una riflessione su questo morbo nero, e quindi non aiuta a capire cosa sia stata la Shoah. Considerarla una follia nata e morta col nazismo significa non capirne i presupposti, la natura e, soprattutto, non cogliere i segni del suo riproporsi. La legge recita di volere servire a evitare che fenomeni del genere possano accadere di nuovo, ma questa finalità viene del tutto disattesa se non si avvia una seria riflessione sulla oscura, morbosa, opaca natura della giudeofobia. Ciò non è mai stato fatto, e la desolante situazione di oggi, con un dilagare della furia antisemita, in tutto il mondo, dimostra che il Giorno della Memoria, nella sua funzione educativa, è stato un totale fallimento.

La Shoah non è stata un meteorite venuto dallo spazio, ma è il frutto avvelenato di duemila anni di storia occidentale. Se non si parte da questa presa d’atto, è inutile ricordarla e studiarla, perché di essa non si capirà mai niente.

 

Francesco Lucrezi