LA QUESTIONE EBRAICA 73 IDENTITÀ IN NEGATIVO?
Abbiamo trattato, nelle scorse puntate del nostro commento al volume di Emanuele Calò La questione ebraica bella società postmoderna, del concetto del cd. Tikkun Olam, ossia la tendenza al bene universale, chiedendoci se essa rappresenti un tratto distintivo dell’ebraismo o possa, in qualche modo, contribuire a offuscarne la specificità identitaria.
Sviluppando il discorso, Calò cita uno studio di Stuart Hughes, Prisoners of Hope. The Silver Age of the Italian Jews, 1924-1974 (1983), nel quale l’autore si chiede cosa rimanga degli ebrei italiani quando lingua e religione vengono meno. “Vestigia dell’antica fede possono persistere”, scrive Hughes. “Ma cosa sono queste vestigia?”, chiede Calò. “Finché rimane la percezione dell’esistenza di un popolo, l’identità è salva, ma quando si imbocca la deriva di concepire l’ebraismo come una religione tendente al bene lo si dissolve nel nulla”.
“Riparare il mondo”, continua lo studioso, “è una formula anfibologica: nasconde il soggetto e l’oggetto, attraverso la cesura fra riparatore e riparato, nell’intento di chi pretenderebbe di fare il bene agli altri senza chiedere il loro consenso, sulla base implicita di una pretesa superiorità, basata su una concezione della giustizia sociale che, in tesi, potrebbe non essere condivisa, tanto più che nell’ebraismo il concetto di giustizia non è seguito necessariamente da specificazioni ulteriori, e quindi contiene una più vasta accezione”. E Calò cita, a tale riguardo, un’osservazione di Jonathan Krasner, del 2013, che così recita: “Tikkun Olam promette molto e chiede comparativamente poco sul piano dei sacrifici. Questa è la sua più grande forza e, forse, la sua maggiore debolezza”.
Certamente, come ho già avuto modo di argomentare nella scorsa puntata, la semplice idea del perseguimento del bene non può mai avere un valore identitario, né per una religione, né per un’idea politica e neanche per una singola persona. Si è mai visto un partito politico che proclami di volere il male? Non lo dicevano neanche i nazisti. Quanto a un singolo individuo, se di lui sappiamo solo che “fa del bene”, sappiamo molto poco, perché non sappiamo in che cosa consista questo bene, a chi lo faccia, per quali ragioni. E potremmo facilmente ritenere che quello che fa non è vero bene, e che non lo fa a beneficio dei veri bisognosi.
Il senso del Tikkun Olam, quindi, non potrà mai valere a definire l’ebraismo sul piano identitario, ma serve soprattutto come argine morale a interpretazioni restrittive dell’ebraismo stesso (che ci sono state, e ci sono ancora), tendenti a restringere il senso dell’etica ebraica a beneficio del solo popolo d’Israele. Se l’osservanza dei precetti mosaici è riservata ai soli ebrei, il senso dell’ebraismo non può mai essere limitato solo ad essa, in quanto ciò vanificherebbe il ruolo di testimonianza universale di Israele, luce delle nazioni. L’etica ebraica deve necessariamente essere un’etica universale, anche se l’ebraismo non è una religione universale.
Quanto al problema di cosa resti, dell’ebraismo, nella diaspora, senza lingua e senza religione, si tratta di una questione molto complessa. Possono bastare le “vestigia” di un qualcosa che, in pratica, non c’è più? Può bastare solo la memoria di un passato lontano? Può bastare qualche usanza, qualche cerimonia, qualche tradizione alimentare?
Primo Levi racconta, nelle sue memorie, che l’identità ebraica, nella sua famiglia, prima della tragedia, era molto blanda: “l’ebreo è uno che non fa l’albero di Natale, che non dovrebbe mangiare salame ma lo mangia lo steso, che ha studiato un po’ di ebraico e scuola e poi l’ha dimenticato”. Niente di più. Ma poi è venuta Auschwitz, e la stella di Davide, scrive, “me l’hanno marchiata per sempre, e non solo sul vestito”.
Ma allora l’identità ebraica è data solo in negativo? Senza antisemitismo, fuori da Israele, l’ebraismo scomparirebbe?
Proseguiremo il discorso la prossima puntata.
Francesco Lucrezi, storico