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LA QUESTIONE EBRAICA 72 IL BENE UNIVERSALE

LA QUESTIONE EBRAICA 72 IL BENE UNIVERSALE

Nella scorsa puntata del nostro commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, abbiamo trattato del concetto del cd. Tikkun Olam, ossia della propensione universalistica verso il perseguimento del bene, attraverso un impegno individuale e collettivo a favore della giustizia sociale. E abbiano sollevato la domanda se tale impulso etico benefico debba essere considerato un elemento imprescindibile della stessa identità ebraica, o invece, al contrario, trattandosi di un atteggiamento di tipo universale, che dovrebbe interessare tutti gli uomini di buona volontà, non debba essere considerato un valore generale, da non riferire specificamente ed esclusivamente all’ebraismo.

“Talvolta – scrive l’Autore – si sostiene che gli ebrei debbano giustificare la loro unicità culturale contribuendo (sic) all’intera società, soggiungendo che all’ebreo non basta impegnarsi per migliorare la vita ebraica, dovendo anche, seguendo il Tikkun Olam, migliorare l’intero mondo, arrivando a disquisire di giustificazione della sopravvivenza degli ebrei senza sviluppare la logica che è sottesa al proprio testo: se gli ebrei non vogliono sparire, devono pagare tributo. Sarebbe inconcepibile inserire, in quei ragionamenti, al posto di “ebrei”, “afroamericani”, “zingari” oppure “omosessuali”, perché nessuna delle tre categorie registra precedenti della portata dell’autolesionismo che portò ad inquadrare la figura dell’ebreo che odia sé stesso (cosa peraltro ammissibile) oppure dell’ebreo che odia gli altri ebrei (un profilo leggermente meno ammissibile)”.

L’autore cita poi il pensiero dello studioso ebreo-americano Gil Troy, secondo cui i “Tikkun olamers” “avrebbero dichiarato una guerra politicamente corretta contro il messaggio centrale ebraico, secondo il quale la via maestra per raggiungere le idee universali passa per le lealtà particolari alla famiglia, alla Comunità ebraica, al popolo ebraico, alla propria nazione e, oggi, allo Stato ebraico”.

“Sennonché – annota ancora Calò – non vi potrebbe essere un pensiero corretto senza quello scorretto, che costituisce il nemico. Perché una narrazione s’imponga, se il nemico non esistesse, andrebbe costruito. In questo senso, la costruzione di un’ideologia del bene necessita dell’ideologia del male, al quale attribuire i peggiori peccati sulla terra. Così facendo, il gruppo si compatta ed acquisisce una ragion d’essere che altrimenti non avrebbe, senza considerare però che questa pretesa universalistica non si pone affatto il problema del consenso dei suoi eventuali rappresentati. Chi consente ai Tikkun olamers di esprimersi a nome del prossimo oppure di sostituirsi al prossimo nel ritenere quali valori siano degni di essere convogliati e quali no? Ancora: la pretesa di guarire il mondo in nome di coloro i quali, se interpellati, non consentirebbero mai di delegare i loro diritti, non è per caso eccessiva?”.

Mi scuso per le citazioni eccessivamente lunghe, ma credo che la questione affrontata da Calò sia di primaria importanza.

La prima cosa da dire, secondo me, è che non c’è – o non dovrebbe esserci – alcun nesso tra il coltivare una specifica identità, avere un particolare legame o senso di appartenenza verso qualcuno o qualcosa e l’avere una maggiore o minore propensione all’altruismo o al desiderio di contribuire al bene universale. L’altruismo, la sensibilità e la generosità non sono come il contenuto di una tanica, che, se ne dai a qualcuno, ne levi a qualcun altro. Spesso, anzi, è vero l’esatto contrario: chi coltiva l’amore sul piano individuale (amando, per esempio, i genitori, il coniuge, i figli) sarà probabilmente più portato ad amare anche il prossimo più lontano, mentre è abbastanza inverosimile che un marito o un padre arido, egoista e anaffettivo verso la propria famiglia sia invece generoso e amorevole verso gli altri. E questo vale assolutamente per qualsiasi appartenenza: l’essere ebreo, afroamericano, rom, omosessuale, cristiano, musulmano o altro, e l’essere più o meno fedele o orgoglioso della propria identità, non rappresenta automaticamente il presupposto di una maggiore o minore apertura verso il prossimo tutto, e di un maggiore o minore interesse verso il bene universale. Certamente, essenza primaria dell’ebraismo è proprio la sensibilità verso non solo l’intero genere umano, ma anche l’intero creato. Il Tikun Olam, appunto. Chi intendesse l’ebraismo come amore per il solo popolo ebraico avrebbe una visione distorta dell’ebraismo, e credo che lo stesso valga per qualsiasi altra religione o ideologia che non sia settaria, razzista o fanatica. Eppure, non direi mai che basti essere ebrei o cristiani per essere persone buone e generose. Ma il punto non è questo. A chi si chiede sempre, ininterrottamente, in tutte le possibili circostanze, di dare prova concreta di volere perseguire il bene universale, di “pagare tributo” per farsi perdonare la propria specifica appartenenza? Chi è sempre chiamato a dovere dimostrare di non pensare soltanto al proprio “particulare”? Chi? I rom, gli omosessuali, i cristiani, i musulmani? O qualcun altro?

 

Francesco Lucrezi, storico