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LA QUESTIONE EBRAICA 71 TIKKUN OLAM

LA QUESTIONE EBRAICA 71 TIKKUN OLAM

Nella scorsa puntata del nostro commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, abbiamo trattato della cd. “religione della Shoah”, e dei rischi che essa comporta dal punto di vista della valorizzazione dell’identità e della memoria ebraica.

Nel prosieguo della sua esposizione, lo studioso tratta del concetto del cd. Tikkun Olam, inteso quale istanza universalistica verso il perseguimento del bene, impegno individuale e collettivo a favore della giustizia sociale. Contribuisce, tale concetto, a definite l’identità ebraica, o potrebbe invece diventare elemento di confusione? Si tratta di una “essenza” dell’ebraismo o, al contrario, di qualcosa atto a eroderne la specificità?

Tikun Olam – scrive l’autore – non è un imperativo della legge ebraica, ma conferisce dignità religiosa a chi, ebreo o non ebreo, tenta di eliminare i mali del mondo”. Si tratta quindi di una scelta di amore, di altruismo, di sollecitudine universale. In quanto tale, però, essa può diventare, all’interno dei valori ebraici, problematica, in quanto entra in conflitto con l’imperativo della giustizia (tzedek), centrale e ineludibile nell’ebraismo.

“Nel cristianesimo – nota Calò – prevale la pietas, nell’ebraismo la giustizia, in quanto si deve aiutare il bisognoso non per pietà ma perché è giusto farlo. Altrimenti, chi inseguisse la giustizia sociale potrebbe farlo da un pulpito di qualsiasi religione oppure di qualsiasi partito, oppure, ancora, nel volontariato e così via, perché gli ebrei si sarebbero limitati, rispetto a un concetto universale, a ricorrere alla sua declinazione in ebraico”.

Queste considerazioni rinviano al problema di fondo del rapporto tra specificità identitaria e universalismo. Se si pone come centrale, in qualsiasi religione o ideologia, un concetto universale, come, per esempio, l’amore, la specificità di quella religione o quell’ideologia tende a diminuire, o a scomparire, dal momento che il suo fondamento non appartiene esclusivamente ad essa. Che bisogno ci sarebbe di essere cristiani, ebrei, musulmani, buddisti, socialisti, se si ritiene che il motivo sottostante a tale scelta è soltanto quello di “amare il prossimo”? Alla fine, scegliere questa o quella religione o ideologia sarebbe indifferente.

In realtà, per percepire e comprendere le differenze tra le diverse appartenenze, occorre andare “dentro” le parole, e scoprire cosa in esse si racchiuda. Alcune parole, a partire da “amore”, sono talmente generiche da non voler dire praticamente nulla. Sappiamo bene che, in ambito tanto privato quanto pubblico, è in nome dell’amore che si sono fatte e si fanno innumerevoli nefandezze. È per amore che si commettono i femminicidi, che si sono fatte le guerre di religione e si sono bruciati sul rogo gli eretici, per purificarne l’anima peccatrice: “meglio bruciare sul rogo per mezz’ora anziché all’inferno per l’eternità”. La questione non è quindi “se” amare, ma “come” e “perché” farlo. E poi c’è l’altra questione fondamentale di “chi amare”. Non si può pensare che nel cuore di ogni uomo alberghi una quantità infinita di amore, tale da poterne dispensare senza limite a tutte le creature viventi, e magare anche a quelle non viventi. Una persona che dicesse di amare intensamente, e nello stesso modo, la propria famiglia, i propri conoscenti, i propri nemici, l’intero genere umano, tutti gli esseri animati, l’intero creato, senza nessuna gerarchia, nessuna differenza, nessun limite, cosa vorrebbe dire? Potremmo, forse, accettare un tale atteggiamento in un dio (anche se, personalmente, ma certamente per un mio limite, non capirei comunque cosa vorrebbe dire), ma non credo in un essere umano. Apparirebbe un folle. E a cosa gioverebbe, poi, essere “amati” da una persona così? Ci amerebbe nell’identico modo in cui ama una pietra o una formica, e allora? Cosa cambierebbe, per noi, per i destinatari di questo amore infinto?

Se, invece, pensiamo che il nostro cuore contenga una quantità non infinita del cd. amore, è evidente che bisogna vedere a chi esso venga dispensato. Chi dedica molta premura alla propria famiglia dovrà inevitabilmente trascurare, almeno in parte, gli estranei, e viceversa.

La parola “amore”, da sola, non vuol dire niente. È solo un contenitore. Ma se si guarda al contenuto, le differenze emergono in tutta la loro evidenza.

Ma la cosa principale è che i concetti di “amore” e di “giustizia” resteranno, inevitabilmente, comunque li si voglia intendere, in reciproco conflitto.

Continueremo il discorso la prossima puntata.

 

Francesco Lucrezi, storico