SIMPLE, URGENT MESSAGE
Sono 25 i Ministri degli Esteri (di Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Italia, Giappone, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Spagna, Svezia e Svizzera) che hanno sottoscritto, lunedì 21 luglio, un “simple, urgent message”: “the war in Gaza must end now”. Solo 22 lettere, un record del linguaggio diplomatico.
Tutti quelli (e sono certamente molti) che si lamentano, da sempre, delle fumosità e dei bizantinismi dei politici, non possono non compiacersi dell’estrema chiarezza e sinteticità del messaggio “semplice e urgente”, che capirebbe anche un bambino di tre anni. La guerra a Gaza deve finire subito. Ora, immediatamente. Senza se e senza ma. Questo è il linguaggio che dovrebbero sempre adottare i politici: chiaro, essenziale, lapidario. E non stiano a scocciare, i politicanti vecchio genere, con le loro solite condizioni, precisazioni, puntualizzazioni, clausole, interpretazioni ecc. ecc. Tutte cose atte solo a rimandare, a confondere, ad annacquare il senso del messaggio. Che deve essere, appunto, “simple” e “urgent”. “The war must end now”.
Io, lo confesso, appartenevo, fino ad avere letto questo straordinario capolavoro di sintesi (atto a fare impallidire altre famose super-concise sentenze, tipo “veh victis”, “alea iacta est”, “veni, vidi, vici”, forse a insidiare perfino l’indiscusso primato mondiale di tutti i tipi di scrittura, detenuto dalla manzoniana “Ei fu”, appena quattro lettere: a questo i Ministri non sono ancora arrivati, ma potranno migliorare), appartenevo all’uggiosa schiera dei barbosi chiacchieroni, che parlano e parlano senza mai dire niente (non a caso appartengo alla noiosissima categoria dei Professori universitari). Ma i 25 Ministri mi hanno fatto vergognare della mia patetica e inutile prolissità, umiliata dalle loro folgorante 22 lettere. E quindi mi arrendo, e dò loro ragione. The war in Gaza must end now.
Sottoscrivo anche io il “simple, urgent message”.
Posso, in cambio, chiedere ai 25 una piccola cortesia? Non è una condizione, sia chiaro, l’appello l’ho già sottoscritto, senza se e senza ma. Solo una cortesia.
I Ministri, come abbiamo detto, sono 25. Si dà il caso che nelle confortevoli celle di Hamas ci siano ancora 50 ostaggi, vivi o morti. 50 diviso 25 fa 2. Ebbene, posso chiedere la piccola cortesia, ai 25 super-sintetici, di dedicare un paio di minuti del loro prezioso tempo a una piccola incombenza? Non più di un paio di minuti.
Dunque, chiedo ai 25 di scegliere ognuno due dei parenti dei 50 ostaggi (un parente per ostaggio), e di fare loro una brevissima videochiamata, ognuna di un minuto (due minuti per uno, quindi), nella quale dovranno comunicare il seguente messaggio, anch’esso molto “simple”: “Caro/a padre/madre/figlio/marito/moglie/nonno/nonna di X, devo darti due notizie, una bella e una brutta. La bella è che la guerra è finita. La brutta è che non rivedrai mai tuo figlio/figlia/padre/madre/moglie/marito/nipote. Mai. E non saprai mai neanche se è vivo o morto”.
Tutto qui.
Ripeto, non è una condizione, solo una cortesia. Ma dovete chiamare voi, e non fare chiamare una vostra segretaria. E deve essere una videochiamata. Voi dovrete guardare quelle persone negli occhi, e loro dovranno fare lo stesso con voi.
Niente occhiali scuri, perciò.
Francesco Lucrezi, storico
(da il Riformista, 23/7/25)