LA QUESTIONE EBRAICA 64 SUITE FRANCESE
Nel suo grande libro La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò dedica delle pagine di grande importanza a una delle più importanti scrittrici del Novecento, Irène Némirovsky, la cui particolare e tragica biografia è stata oggetto di diverse interpretazioni.
Nata a Kiev nel 1903, dagli ebrei Leonid (nato poverissimo, ma poi diventato banchiere) e Anna Margulis, si trasferì a dieci anni a San Pietroburgo con la famiglia, da dove fuggirono, nel 1918, per la Finlandia, per poi spostarsi in Svezia e, infine, nel 1919, a Parigi. Dalla governante di famiglia, Zézelle, imparò perfettamente, già da bambina, il francese. In tale lingua iniziò a pubblicare, già molto giovane, i suoi racconti, che le diedero una consistente notorietà. Nel 1939 sceglie di convertirsi al cattolicesimo, insieme al marito e alle figlie, confessando che la sua scelta sarebbe stata dettata – come quella di molti altri ebrei del tempo – soltanto dall’interesse, per mettersi al riparo dalla persecuzione nazista (“non si sa mai di cosa sarà fatto l’avvenire”, ebbe a scrivere). Ma il gesto, ovviamente, non valse a salvarle la vita: catturata e deportata ad Auschwitz, vi trovò la morte nel 1942.
Il suo nome, com’è noto, è legato soprattutto all’opera corale Suite francese, il cui progetto completo prevedeva cinque parti, della quale furono completate solo le prime due, Tempesta di giugno e Dolce. Il manoscritto dell’opera fu salvato e custodito dalla figlia Denise, che non si prese cura di pubblicarlo e, nel 1990, lo donò a un archivio. Dopo di che, il volume fu pubblicato in Francia nel 2004, ottenendo subito un grande successo, che portò a fare tradurre il libro in 38 lingue, e a fare realizzare anche un fortunato adattamento cinematografico.
Nel romanzo (che accorpa in un unico volume le due parti dell’opera portate a compimento) è ambientato nel drammatico scenario delle vicende belliche, dall’autrice vissute in prima persona: l’esodo di massa dei francesi, in fuga dinanzi all’avanzata dell’esercito nazista, la precaria loro sistemazione in alloggi di fortuna, la surreale sospensione in un’atmosfera di apparente quiete, in attesa del compiersi di un destino di morte e distruzione che, quantunque annunziato, qualcuno si illudeva ancora di potere scongiurare.
Buona parte del racconto narra l’ambigua relazione tra un ufficiale nazista, acquartierato in una casa francese requisita, e una ragazza francese. Tra i due, nonostante i ben diversi ruoli a loro assegnati dal destino, si instaura un rapporto umano che travalica la guerra, sino a sfociare, nonostante tutto, in qualcosa che assomiglia, forse, all’amore. La protagonista femminile del romanzo, Lucile, vede in quel giovane ufficiale qualcosa di diverso da un semplice nemico, e non è la sola: “Da lungo tempo – si legge nel romanzo – il paese mancava di uomini, cosicché perfino questi, gli invasori, parevano al posto giusto. Loro lo intuivano e si crogiolavano beatamente al sole; vedendoli, le madri dei prigionieri e dei soldati uccisi in guerra invocavano sottovoce su di loro la maledizione del Cielo, ma le ragazze se li mangiavano con gli occhi…”.
Qualcuno ha interpretato le pagine della Némirovsky come un inno alla forza dell’amore, che tutto può sconfiggere. Personalmente, non ho mai apprezzato simili letture, che mi sembrano smentite, innanzitutto, proprio dallo stesso epilogo della vita dell’autrice. Io vedrei invece nella narrazione una amara descrizione della necessità degli uomini, sempre e comunque, di aggrapparsi a qualche disperata illusione. Ma, ovviamente, ognuno è libero di ricavare dal testo i significati che preferisce. Quel che interessa, comunque, dell’analisi di Emanuele Calò, non è una valutazione del valore letterario dell’opera (certamente molto alto), quanto un giudizio su quello che è stato definito, e non senza qualche ragione, l’apparente antisemitismo della scrittrice, che agli ebrei dedica, in diverse occasioni, delle espressioni impietose, che sembrano andare al di là della finzione letteraria.
Un problema complesso, che si intreccia con due altre controverse questioni: da una parte, la possibile lettura delle esternazioni antiebraiche della Némirovsky come un disperato (e, certo, non eroico) tentativo di sfuggire alla condanna a morte derivante dalla sua ebraicità; dall’altra, il collegamento tra queste posizioni e il suo difficile rapporto con la famiglia di origine, e soprattutto con la madre.
Ne parleremo la prossima puntata.
Francesco Lucrezi, storico