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LA QUESTIONE EBRAICA 64 La tregua

LA QUESTIONE EBRAICA 64 La tregua

Abbiamo trattato, nel nostro commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, della svolta rappresentata dalla Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967. E abbiamo provato a spiegare perché e in che senso tale evento si ponga come un vero e proprio spartiacque della cd. “questione ebraica”, dal momento che tale “questione”, nella percezione comune di gran parte dell’opinione pubblica mondiale, viene subdolamente trasformata in “questione palestinese”.

Abbiamo posto, al riguardo, tre domande:

1) Che significa la trasformazione della “questione israeliana” in “questione palestinese”?

2) In che modo le due questioni (israeliana e palestinese) sono espressione della ben più antica “questione ebraica”? Le “questioni” sono tre, o è forse una sola?

3) Perché la Guerra dei Sei Giorni avrebbe rappresentato un epocale e irreversibile momento di svolta, un radicale “spartiacque”?

Avendo cercato di rispondere, nelle ultime due puntate, alla prima e alla seconda domanda, passiamo oggi alla terza, per poi passare ad altri argomenti.

Abbiamo ricordato come, allo scoppio della guerra, il 5 giugno del 1967, gran parte dell’opinione pubblica mondiale, nonché molte cancellerie, abbiano mostrato di solidarizzare col minuscolo stato aggredito, che gli eserciti dei vicini arabi si accingevano a schiacciare come una pulce, al grido unanime “ebrei a mare!”. Così, il 6 giugno, la maggior parte dei giornali mondiali commentò lo scoppio delle ostilità con toni critici verso Nasser e i suoi seguaci (anche se, a dire il vero, senza troppo lacerarsi le vesti). Anche la Pravda e, ovviamente, l’Unità. Ma molti giornali del 7, invece, capovolsero completamente la loro posizione. Il condannato divenne Israele, che fu indicato come l’aggressore. Così fece tutta la stampa comunista mondiale, senza eccezioni, ma anche molte testate indipendenti. Da quel momento, Israele non sarebbe stato più Davide contro Golia (quale era, al di là di ogni ragionevole dubbio: due milioni di abitanti contro oltre cento!), ma Golia contro Davide. Un Golia, però, che non era caduto.

Il cambiamento avvenne dunque nel corso del 5 giugno, probabilmente già nella tarda mattinata, quando la vittoria d’Israele cominciò già a profilarsi. Abbiamo scritto che esso maturò in qualche stanza segreta del Cremlino, ma, in realtà, fu qualcosa di più oscuro e profondo. Si trattò della rottura di una sottile lastra di ghiaccio, che aveva resistito, inopinatamente, per 19 anni, ma che era fatalmente destinata a spezzarsi.

È stato per 19 anni, infatti, che il piccolissimo stato degli ebrei è cresciuto, inaspettatamente, senza attirare su di sé il morboso odio del mondo, a parte quello arabo. Certo, non era amato, ma neanche odiato. In realtà, era soprattutto considerato come una piccola, strana anomalia della storia e della geografia. Come era possibile che degli ebrei stessero facendo questo? Come osavano? Come sarebbe andata a finire?

Di Israele molti non sapevano quasi niente, pochissimi lo avevano visitato, il turismo in pratica non esisteva. Lo sforzo sostenuto dal minuscolo Paese fu incredibile: assorbire in pochissimo tempo più del doppio della popolazione iniziale, dare assistenza e accoglienza a moltitudini di disperati scampati alla Shoah, spesso cacciati senza neanche una valigia dalle terre dello sterminio. Gente che parlava mille lingue, anziani, bambini, donne che avevano visto morire i loro cari sotto i loro occhi, nell’indifferenza del mondo. Creare lavoro, rafforzare le istituzioni, l’istruzione, la giustizia, l’economia, le comunicazioni, la difesa. Prepararsi alle prossime, annunciate guerre di distruzione. Fronteggiare quasi ogni giorno il feroce terrorismo arabo, che continuava a mietere vite di ebrei.

Ci fu, in quegli anni, un impressionante numero di suicidi. Molti dei sopravvissuti agli orrori della Shoah non riuscirono a superare il trauma di ciò che avevano vissuto, e, pur raggiunta un’apparente sicurezza, crollarono.

Eppure, nonostante tutto, nonostante ogni logica, il piccolo Paese resistette, crebbe. Nel 1956, addirittura, le due grandi potenze di Francia e Inghilterra furono costrette a chiedere il suo aiuto, durante la crisi di Suez, e, l’aviazione israeliana diede eccellente prova di sé, al contrario dei due alleati, che mancarono tutti i loro obiettivi.

L’antisemitismo (che io considero come un essere vivente, una persona), in quei 19 anni, non sapeva ancora cosa fare. I vecchi abiti fascisti e nazisti, in Europa, erano in disuso, la Chiesa sembrava impegnata soprattutto a fronteggiare il pericolo comunista, e non pareva interessarsi molto degli ebrei. Stalin preferiva occuparsi degli ebrei di casa sua, e non di Israele.  Non si fidava degli arabi, e pensava che forse, in qualche modo, quel piccolo staterello avrebbe potuto anche fargli comodo per le sue manovre.

Quei diciannove anni possono essere visti come un lungo respiro trattenuto, una pausa, un temporaneo stordimento. Ma non poteva durare. La lastra di ghiaccio non poteva reggere ancora.

È forse paranoico vedere l’antisemitismo come un essere vivente, una persona? Forse. Ma David Nirenberg, nel suo fondamentale libro Antigiudaismo. La tradizione occidentale, ha visto in esso un nucleo essenziale della stessa identità dell’Occidente. Per questo non hanno molto senso gli inviti a contrastare il fenomeno difendendo i cd. “valori dell’Occidente”.

La “svolta” del ’67, perciò, può anche essere vista come la fine di una pausa di questa oscura “tradizione occidentale”. O, per usare il titolo del famoso libro di Primo Levi, di una tregua.

 

Francesco Lucrezi, storico