È una frase emblematica e serve a rappresentare un obiettivo centrato a carissimo prezzo.
Pirro, re dell’Epiro, affrontò i Romani in epiche battaglie sul suolo italico adoperando in battaglia
gli elefanti che i romani non avevano mai visto ed ottenendo, perciò, vittorie strepitose.
Ma nella battaglia di Ascoli di Puglia (279 a.Ch.) pur infliggendo gravi perdite ai Romani, perse
tremilacinquecento soldati, numerose macchine da guerra e un numero imprecisato di elefanti;
ottenne la vittoria, ma, per le gravi perdite subite, si ritirò in Sicilia abbandonando la campagna e i
suoi alleati che furono sconfitti e duramente puniti.
Questa è l’introduzione che ci porta dritti alla guerra in atto a Gaza, guerra in cui, dopo l’iniziale
shock del 7 ottobre 2023, Israele ha ripreso forza soprattutto al nord, dove, con un gioco di prestigio
(Davide era famoso per le sue tattiche guerresche) ha sconfitto Hetzbollàh.
A Gaza, invece, si gioca tutta un’altra partita a causa della cattura di 250 ostaggi, rapiti tutti nello
stesso Sabato e restituiti ad altissimo prezzo, con il contagocce ed in condizioni disumane.
Cinquantotto sono ancora prigionieri e più della metà di questi è certamente morta.
La guerra, inoltre, si svolge in due fasi entrambe costosissime per Israele.
Una è combattuta sottoterra, in una ragnatela di cunicoli e anfratti costruiti in sedici anni di libertà
dei Gazawi dal 2007 al 2023 ed una in superficie, dove ci sono moschee, ospedali, scuole, edifici
residenziali apparentemente abitati e frequentati da civili e da un numero sproporzionato di
bambini.
Sappiamo che al di sotto di questi edifici passa la rete sotterranea e sono state allestite sale operative
in perfetta efficienza, ma quello che sfugge alla filosofia occidentale (e ad Israele, chiaramente) è
che i civili sono lasciati volutamente senza protezione, per farne dei martiri, ottenendo così
l’appoggio dei paesi cosiddetti civili.
Per Israele il costo in termini umani è apparentemente lieve, ma un militare perso per Israele
equivale a mille nemici, perciò il bilancio è gravissimo: 1.200 civili nel primo giorno di guerra, più
di mille nei mesi successivi, morti in battaglia o vittime di attentati che sono ripresi floridi anche al
di là dei confini di Israele.
Ma il danno più grave è stato fatto all’immagine del paese e a tutti gli Ebrei della diaspora: infatti è
scattata la molla repressa dell’antisemitismo a buon mercato e il 21 maggio la situazione è
precipitata per i fatti di Jenin.
L’antefatto vedeva un gruppo di politici di varie nazionalità, tra cui il console d’Italia a
Gerusalemme, accompagnato da palestinesi che si è recato a fare un sopralluogo nei territori; Jenin
era esclusa dal percorso, essendo zona di guerra, ma sicuramente dirottato con mano sapiente, il
gruppo si è imbattuto in un posto di blocco israeliano.
I militari hanno sparato dei colpi in aria per avvertimento, ma, naturalmente, tutto si è rivoltato
contro Israele che ha dovuto fronteggiare un’ondata diplomatica senza precedenti.
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Contemporaneamente, in quasi tutti i parlamenti occidentali, con pochissime eccezioni, si è
scatenata una vera e propria caccia ai potenziali sostenitori del governo Netanyahu.
C’è chi è andato oltre il seminato, come l’Italia, che ha visto la bandiera nazionale sostituita da
quella palestinese.
Le accuse delle minoranze si sono focalizzate sul “genocidio in atto”, cavallo di battaglia di un
signore a tutti noto che, secondo la stampa, si è spinto a giustificare la duplice uccisione di
funzionari dell’Ambasciata d’Israele a Washington come frutto avvelenato del genocidio.
Questo innescherà uno tsunami contro tutti gli ebrei, perché giustifica l’antisemitismo in genere
perché provocato dagli stessi Ebrei: Goebbels è servito.
Militarmente Israele sta vincendo, ma il prezzo è proprio una vittoria di Pirro.