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LA QUESTIONE EBRAICA 60 Le tre questioni

LA QUESTIONE EBRAICA 60 Le tre questioni

Nella scorsa puntata della nostra riflessione sulle pagine del grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, ho introdotto l’argomento, trattato nel volume, della Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967. Ho avuto modo di affermare che questo evento, a mio parere, rappresenta una svolta radicale non solo nella storia di Israele e del popolo ebraico, ma addirittura in quella del mondo. Tale affermazione potrebbe sembrare eccessiva, dal momento che si è trattato pur sempre di un conflitto locale, che difficilmente avrebbe potuto sfociare in una nuova guerra mondiale (gli Stati Uniti non erano allora ancora tanto amici di Israele, né l’Unione Sovietica era ancora tanto amica dei Paesi arabi, come sarebbe stato nei due decenni successivi). Il peggio che avrebbe potuto accadere (e che anzi, secondo ogni logica, avrebbe dovuto accadere) sarebbe stata la distruzione del giovane stato ebraico. Una cosa che, certamente, sarebbe stata per molti tragica, ma per molti altri sarebbe stata una bellissima notizia, mentre per altri ancora non avrebbe rappresentato niente di più che una notizia di cronaca. In fin dei conti, sarebbe stato annientato uno staterello che, all’epoca, contava appena due milioni di anime, che esisteva da solo diciannove anni, e che per molti non avrebbe mai dovuto esistere. Si sarebbe soltanto eliminata una piccola anomalia della storia e della geografia.

L’andamento del conflitto è noto e, a distanza di quasi 60 anni, ha ancora dell’incredibile.

Da anni il Presidente egiziano Nasser, autoproclamatosi leader della grande nazione araba, eccitava le masse di tutti i Paesi dell’area, annunciando la prossima distruzione del piccolo cancro sionista. Da mesi ingenti truppe si ammassavano ai confini del piccolissimo stato, in procinto di schiacciarlo. Il 19 maggio Nasser ordinò alle trippe di interposizione ONU di andarsene, per non intralciare l’imminente invasione. L’ONU, ovviamente, non se lo fece ripetere. All’alba del 5 giugno il governo d’Israele ordinò di attaccare e l’aviazione, volando sotto la linea radar, distrusse quasi completamente l’aviazione militare egiziana, ancora a terra. Scoppiarono i combattimenti tra le truppe di terra egiziane e siriane e quelle d’Israele. Subito tutti i Paesi arabi (22: tutti) dichiararono guerra a Israele. Il governo di Nevi Eshkol chiese formalmente a quello giordano (che allora, si ricorderà, controllava tutta la Cisgiordania e tutta la città vecchia di Gerusalemme) di non intervenire. Ma l’appello cadde nel vuoto, e anche re Hussein entrò in guerra. Ma gli eserciti arabi furono tutti sbaragliati. Israele conquistò le alture del Golan (allora controllate dalla Siria), tutto il Sinai e Gaza (allora di dominio egiziano: cosa che ovviamente tutti fingono di dimenticare), tutta la West Bank (allora facenti parte del regno hashemita: idem come sopra) e riunì la città di Gerusalemme (dalla cui parte orientale, da 19 anni, quasi ogni giorno piovevano su quella occidentale colpi di mortaio e di armi da fuoco). I soldati di Tsahal poterono raggiungere il Muro Occidentale, al quale, dal 1948, era vietato, per gli ebrei, avvicinarsi. La sera del 10 giugno la guerra era finita. Israele ebbe solo 700 perdite, degli arabi non si hanno stime ufficiali (anche perché i loro governi rifiutarono persino di ammettere la sconfitta), ma si crede che ci siano stati almeno 20.000 caduti, la maggioranza dei quali soldati egiziani abbandonati dai loro superiori a morire di sete nel deserto.

Un popolo di due milioni di anime era sopravvissuto, sventando un tentativo di distruzione organizzato dai governanti di almeno 100 milioni di uomini. Già il giorno dopo la fine della guerra, Israele invitò tutti i governi arabi a colloqui di pace, e l’unanime risposta fu quella dei famosi “tre no”: no ai negoziati, no al riconoscimento di Israele, no alla pace.

Il sei giugno, commentando le vicende del giorno prima, la Pravda sostenne il diritto di autodifesa di Israele, imitata dall’Unità e da tutta la stampa comunista mondiale. Ma lo stesso sei giugno qualcosa cambiò, non solo nelle stanze del Cremlino, ma in qualche anfratto nascosto della psiche del mondo: il 7 giugno la Pravda, l’Unità e moltissimi altri giornali condannarono con parole di fuoco l’“aggressione israeliana”.

Cominciava allora (e solo allora) la famosa “questione palestinese”, di cui, fono a quel momento, nessuno aveva mai parlato. L’OLP, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, esisteva già dal 1964 (quando Gaza, Sinai, Golan, Cisgiordania e Gerusalemme erano territori tutti sotto esclusiva sovranità araba), ma non aveva affatto nessuna intenzione di risolvere una “questione palestinese”, che, come già detto, non esisteva. Non esistevano “territori occupati”. Ma esisteva già il lillipuziano Israele, e quindi una “questione israeliana”. Solo quella.

Che significa questa trasformazione della “questione israeliana” in “questione palestinese”? In che modo le due questioni (israeliana e palestinese) sono espressione della ben più antica “questione ebraica”, ricordata nel titolo del libro di Calò? Le “questioni” sono allora tre? O potrebbe essere, invece, una sola? E, soprattutto, perché questi sei giorni di 58 anni fa avrebbe rappresentato un momento di svolta, addirittura a livello mondiale? Cosa accadde, in quell’anfratto nascosto, il sei giugno del 1967?

Cercheremo di rispondere nelle prossime puntate.

 

Francesco Lucrezi, storico