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LA QUESTIONE EBRAICA 50 Psicopatologia

  • Opinioni

LA QUESTIONE EBRAICA 50 Psicopatologia

 

Nelle scorse puntate della nostra ricognizione sul grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna abbiamo affrontato il delicato problema dei plurimi, ricorrenti tentativi di “degiudaizzazione” del cristianesimo, ossia del tentativo di manipolare, prima ancora che la religione, la storia, negando che il cristianesimo sia nato dall’ebraismo, che Gesù sia stato ebreo, sia stato educato da genitori ebrei, si sia formato sulle Sacre Scritture (che ribadì con la massima chiarezza di non avere nessuna intenzione di abrogare), abbia vissuto in Galilea e in Giudea, abbia avuto discepoli ebrei, abbia predicato ad ebrei. È tutto scritto nei Vangeli, chi crede nei Vangeli (anche solo come documenti storici) non può negare questa palmare evidenza.

Sul punto, com’è noto, la Chiesa ha avuto, nei secoli, atteggiamenti diversi: è stata spesso accentuata la rottura radicale del Nazareno nei confronti della cultura farisaica dominante del suo tempo, e la sua natura divina è stata vista in chiave di alterità, estraneità o contrapposizione rispetto al suo ambiente di origine. Ciò è, semplicemente, un grande falso storico. Altre volte l’ebraicità di Gesù è stata invece ribadita, come linfa vitale del nuovo – ma non alternativo, non contrapposto – messaggio evangelico. È l’insegnamento di San Paolo, l’“inventore” del cristianesimo. Oggi, senza dubbio, le tendenze “degiudaizzanti” sono in forte crescita, all’interno di una grottesca teoria della “sostituzione” etnica, culturale e nazionale. Se prima Gesù veniva visto, a volte, semplicemente come una creatura divina, fuori del tempo e della storia, oggi torna a essere “storico” e “geografico”, ma il suo luogo e il suo tempo non sarebbero stati quelli veri, ossia la Giudea del tempo di Tiberio e Ponzio Pilato, ma una inesistente società “palestinese”, che, a quei tempi, semplicemente, non è mai esistita. Solo dopo la seconda rivolta di Bar Kochba (133-135 d.C.), com’è noto, la provincia di Giudea fu sciolta, e le sue terre furono assegnate a quella che fu chiamata Siria-Palestina (dagli antichi filistei). Ma nemmeno in quella terra sarebbe esistita ancora neanche l’ombra di ciò che poi sarebbe stato inteso come “Palestina”. L’Islam (c’è bisogno di ricordarlo?) sarebbe arrivato quattro secoli dopo. Le immagini del Gesù bambino avvolto nella kefyah sono grottesche, e grondano menzogna e malevolenza. Non recano danno all’ebraismo (che rispetta Gesù, ma non ne ha bisogno sul piano religioso), ma al cristianesimo, che diventa una banderuola al vento, priva di radici e identità, pronta a piegarsi alle “mode” del momento. Domani Gesù bambino potrà tranquillamente essere vestito di altri panni, altrettanto falsi.

“Sul piano laico – aggiunge Calò -, invece, laddove la religione non trova spazio, non è infrequente trovare un’operazione di degiudaizzazione degli stessi ebrei, quale strumento incruento per liberarsene. A tale riguardo, è difficile dar torto a chi sostiene che l’Olocausto non sia stato un momento di uccisione bensì un processo evolutivo di cancellazione”.

Al riguardo, Calò cita un caso che è davvero emblematico, per i livelli davvero tragicomici di assurdità che riesce a raggiungere. Non commentiamo il fatto che esso sia offerto da un ebreo, e per di più israeliano. Non mi sono mai piaciute le “liste di proscrizione” in cui vengono elencati i nomi degli “ebrei contro Israele” (titolo di un pamphlet polemico pubblicato una decina di anni fa), ognuno è responsabile solo davanti alla propria coscienza di quel che pensa, dice e fa, essere ebrei non determina particolari doveri di coerenza o osservanza (verso cosa, poi?). Certo, chi riscuote uno strepitoso successo proprio per il suo essere o proclamarsi ebreo, e per il suo contemporaneo, morboso livore verso la patria degli ebrei, forse qualche piccola domanda sulle ragioni di tanto amore potrebbe (o dovrebbe) porsela. Ma è certo più comodo non farlo, credere beatamente che tutti ti vengono a cercare non perché sei ebreo e disprezzi Israele, ma solo perché tu sei molto, molto intelligente, e dici cose solo “buone e giuste”. Meglio non chiedersi perché queste cose, oltre a essere buone e giuste, siano anche tanto piacevoli da ascoltare. Vera e propria musica per le orecchie dei sordi.

Il caso citato – non l’unico, ma uno dei tre-quattro più significativi – è quello di Shlomo Sand, già cattedratico israeliano, da anni fuori dal suo Paese, da lui ossessivamente odiato, che dedica, tra gli applausi di mezzo mondo, tutte le sue energie non solo per dimostrare che Israele è un purulento bubbone da estirpare, ma anche, addirittura, che l’intero popolo ebraico (che dovrebbe essere, in teoria, il suo), in realtà, non esisterebbe, non sarebbe altro che un mito, un’invenzione.

Sand non meriterebbe di essere sottoposto a critica scientifica, ma soltanto ad analisi psichiatrica, trattandosi di un evidente caso da neurodeliri. Anche se, paradossalmente, alcune cose che dice possono anche avere le sembianze di una sorta di “verità”, o “verosimiglianza”. Ma sempre, sia chiaro, all’interno di uno spazio clinico, psicopatologico. Tra le bianche pareti di un manicomio.

Ne parleremo la prossima puntata.

 

Francesco Lucrezi, storico

(continua)