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LA QUESTIONE EBRAICA 46 Fuggire dalle parole

LA QUESTIONE EBRAICA 46 Fuggire dalle parole

Nell’ultima puntata del nostro commento al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna abbiamo fatto riferimento al pensiero di Sara Natale sulla “parolaccia ebreo”. La studiosa, indagando sulle ragioni della ricorrente omissione della parola ‘ebreo’ (sostituita, in genere, con espressioni più oblique e indirette), ravvisa, alla base di tale rimozione, quattro distinte cause:

  1. l’insulto, per via dell’uso che se ne è fatto;
  2. il marchio, dovuto a un fenomeno di ‘segnalazione’ degli ebrei che trova nell’imposizione coatta del signum e della stella di David le forme più note;
  3. l’etichetta, per il timore di apporre una denominazione che potrebbe riuscire sgradita al destinatario, di cui l’interessato potrebbe rivendicare il rifiuto, per esempio in polemica con le autorità rabbiniche;
  4. la confusione, poiché nel corso dei secoli gli ebrei hanno costituito un bersaglio proteiforme (popolo deicida, razza inferiore, lobby finanziaria, ‘cancro’ sionista ecc.).

Le prime tre cause sarebbero “riconducibili a una tabuizzazione politicamente corretta per varie ragioni sconsigliabile”. Una “tabuizzazione” che avrebbe indotto gli ebrei europei, nell’età dell’emancipazione, a sostituire le ‘problematiche’ e ‘insidiose’ definizioni di ‘giudeo’ ed ‘ebreo’ con quella, ritenuta più “neutra” e meno “etichettante”, di “israelita”.

“La vittima stessa – commenta Calò – si era piegata alle esigenze dell’integrazione, che appariva luminosa, ma che è durata esattamente 68 anni, dalla breccia di Porta Pia del 1870 alle leggi razziali del 1938. Prendendone atto, l’ordinamento giuridico, come deciso dalle istituzioni ebraiche, fa ricorso alla parola ‘ebreo’, nelle sue diverse declinazioni”.

L’osservazione è degna di interesse, perché capita spesso, nella storia, che il nome che viene collegato a una categoria oggetto di discriminazione abbia una grande importanza nel processo discriminatorio, e che la stessa vittima cerchi, in modo più o meno consapevole, di sfuggire agli atti vessatori (o, almeno, di mitigarne gli effetti) cercando di ripararsi dietro denominazioni ritenute meno “infamanti”. Gli esempi potrebbero essere diversi: la parola “negro” è oggi usata quasi sempre in come insulto, anche se alcune persone di origine africana vorrebbero sdoganarla, in nome della lotta all’ipocrisia; anche “nero” è percepito come un epiteto spregiativo, e anche “di colore” non va più bene (che significa? quale colore?). “Afroamericani”, poi, o “afroitaliani”, sono termini molto discutibili: se sono un americano, o un italiano, perché devo ricordare che i miei genitori, o nonni, o bisnonni, vengono dall’Africa? Allora anche per gli italiani “bianchi” si dovrebbe dire, per esempio, “latino-italiani”, o qualcosa del genere (ma ci sarà un solo italiano discendente “puro” degli antichi romani?). Quanto agli omosessuali, poi, un celebre parlamentare europeo, forte di oltre mezzo milioni di voti raccolti (molti meno, però, di quelli che ha fatto perdere al partito che ha scelto di candidarlo nelle sue liste), ha ricordato che la parola “gay” non è italiana, e che i termini adatti a indicare la categoria sono ben altri, che vengono da lui puntualmente elencati. E che non sono percepiti proprio come dei complimenti.

Quanto a “La parola ebreo” (titolo di un noto libro di Rosetta Loy), essa ha, com’è noto, diversi termini considerati sinonimi, come “giudeo”, “israelita” o – con riferimento alla pratica religiosa – “mosaico”. Tali parole, però, non sono propriamente equivalenti, e hanno, ciascuna di esse, accezioni specifiche: viene prima “l’ebreo” (legato all’“attraversamento” di Abramo e al suo berìt col Signore), poi “l’israelita” (collegato alla lotta di Giacobbe e alla sua trasformazione) e, infine, “il giudeo” (segno dell’elezione del popolo a nazione sovrana, nella sua terra).

L’antisemitismo, ovviamente, si indirizza verso il popolo ebraico, e, nel far ciò, deve individuare gli ebrei, e indicarli in un certo modo. L’uso dei termini adoperati per riconoscerli e additarli, in quest’operazione, non è certo indifferente, e cambia nei vari luoghi e nei vari tempi. Nei Paesi neolatini, per esempio, la parola “giudeo” ha sempre un’accezione fortemente spregiativa, che non ha il suo equivalente anglosassone “Jewish”. Il termine “Hebrew” viene adoperato, in inglese, più per indicare oggetti impersonali (storia, lingua, letteratura, istituzioni ecc.), diversamente dall’equivalente italiano, usato prevalentemente per indicare le persone (e la traduzione del libro di Herzl Der Judenstaat come “stato ebraico” non è corretta: l’espressione vuol dire “Stato degli ebrei”). Quanto a “israelita”, il termine è generalmente adoperato in senso religioso, con riferimento al culto, e sembra perciò avere un’accezione più “nobile”. Si presto di meno, perciò, a un uso spregiativo e offensivo.

Ma è possibile fuggire dall’antisemitismo fuggendo dalle parole?

Ovviamente no. Ma la questione merita qualche approfondimento.

Ne parleremo nella prossima puntata.

 

Francesco Lucrezi, storico