Da: Il Foglio, 12 Agosto 2024 (ESTRATTO)
“C’è qualcosa che non va nella sinistra di oggi, o quantomeno in ampi settori di essa: ammetto che le eccezioni possono confermare la regola” scrive Michael Walzer su Quillette e Le Point. “Per caratterizzare il problema in maniera astratta, potremmo dire che ciò dipende dal trionfo del progetto ideologico e dei suoi slogan sugli interessi delle persone in carne e ossa. I vecchi goscisti ricorderanno la distinzione di Lenin tra “coscienza rivoluzionaria” e “coscienza sindacale”, ossia tra i militanti che cercano di creare una società comunista a tutti i costi e i lavoratori che vogliono salari più alti e condizioni di lavoro decenti.
Una posizione che adottano senza nessun pensiero per gli israeliani assassinati il 7 ottobre o senza alcun vero interesse per la popolazione di Gaza. So che molti degli studenti che hanno manifestato nei campus americani erano sinceramente affranti alla vista dei rifugiati palestinesi affamati, delle case distrutte e del numero sempre più alto di morti e feriti. Solo che queste preoccupazioni non si riflettono negli slogan cantati o nelle politiche promosse da queste parole d’ordine. Questo movimento si organizza proprio nel momento in cui il governo iraniano, principale sostenitore di Hamas, è impegnato nella più brutale repressione delle donne e delle ragazze iraniane, che non chiedono altro che un minimo di libertà. È questo il modello di una Palestina futura che i nostri manifestanti non osano guardare in faccia. In realtà, non pensano ai palestinesi che vivono da anni sotto il giogo di Hamas, o alle donne che saranno ancora ancor più soggette alla disciplina islamista se questo regime dovesse prendere il posto di uno stato – e ancor meno agli ebrei a cui è stata promessa la morte o l’esilio se Hamas dovesse raggiungere il suo obiettivo dichiarato, cioè l’annientamento di Israele. Persino l’attuale sofferenza degli abitanti di Gaza è poco più che un emblema della crudeltà israeliana nella maggior parte dei discorsi della sinistra. Come se i palestinesi fossero stati arruolati per uno scopo politico: l’eliminazione dello stato ebraico.
Gli attivisti di sinistra non parlano mai della strategia militare di Hamas, che consiste nell’installare i suoi combattenti e le sue armi nel cuore della popolazione civile. E non parlano della vasta rete di tunnel che Hamas ha costruito sotto Gaza, che permette ai suoi combattenti di rifugiarsi durante i bombardamenti di Tsahal, a differenza dei civili cui è vietato entrare. La sinistra non si preoccupa nemmeno del benessere dei palestinesi dopo la guerra o, più concretamente, di come potrebbe essere allestito un regime di ricostruzione a Gaza. Poco dopo il 7 ottobre, quando la controffensiva israeliana era appena iniziata, i nostri sostenitori di Hamas hanno deciso di portare la guerra in casa. Forse secondo la logica che tutto si decide qui, negli Stati Uniti, la grande potenza imperiale. Con il campus universitario come campo di battaglia, le manifestazioni hanno presto contrapposto gli studenti alla polizia – in una variante ironica della lotta di classe, con gli studenti a rappresentare la borghesia e la polizia la classe operaia. All’ordine del giorno c’erano la libertà di espressione (per i manifestanti, non necessariamente per tutti), il disinvestimento finanziario dalle aziende che fanno affari in Israele e la fine di ogni cooperazione accademica con le università israeliane.
L’obiettivo? Che Israele diventi uno stato paria, isolato e solo. All’interno della sinistra americana, una problematica importante è l’impegno dello stato a favore di Israele e la sua continua fornitura di armi. Fin dall’inizio, i goscisti hanno chiesto che gli Stati Uniti, visti come gli orchestratori di Israele imponessero un cessate il fuoco, e che questo cessate il fuoco prendesse la forma di un arresto immediato degli aiuti militari americani. Che questa sarebbe stata una vittoria decisiva per Hamas è stato raramente ammesso in questi termini, ma questa era senza dubbio l’intenzione degli organizzatori di questa campagna. Forse immaginavano una doppia vittoria: la fine del progetto sionista e l’accelerazione del declino dell’impero americano. E qui in patria abbiamo un’altra guerra, diretta non contro il sostegno americano a Israele, ma contro i sostenitori americani di Israele – sionisti o presunti ebrei sionisti. Una guerra che assume principalmente la forma di persecuzione e ostracismo di bassa lega piuttosto che (per il momento) di violenza organizzata, ma che si fonda sulla lunga storia dell’antisemitismo di sinistra e in cui la sinistra pro Hamas sta investendo molte energie (…). Il problema è che un intenso impegno ideologico spesso porta a una politica di odio mirato contro i nemici della causa. Sono abbastanza vecchio da ricordare la propaganda maoista e la sua campagna contro i “segugi dell’imperialismo”. Questo trionfo dell’impegno ideologico sull’impegno politico per la gente comune ha dei precedenti, e vorrei analizzare più da vicino un caso che mi ha coinvolto personalmente.
Come sarebbe oggi una politica migliore? O quella che ho definito una “sinistra decente” dopo l’11 settembre? Dovrebbe opporsi sia ad Hamas che all’attuale governo israeliano. Dovrebbe essere orientata alle persone, preoccupandosi tanto del benessere dei palestinesi quanto di quello degli israeliani. Per i palestinesi, ciò significa, in primo luogo, un piano di ricostruzione per Gaza e, in secondo luogo, aprire la strada all’autodeterminazione. Per gli israeliani, significa ripristinare la sicurezza fisica dopo il trauma del 7 ottobre. Tutte queste richieste hanno una precondizione cruciale: la sconfitta dei fanatici religiosi e degli ideologi di entrambe le parti (…). Per la sinistra è giunto il momento di rinunciare all’ideologia e di puntare esclusivamente su una vita di sicurezza e di benessere per israeliani e palestinesi.
(Traduzione di Mauro Zanon)