LA QUESTIONE EBRAICA XXXVIII. Il finto amico.
Nelle pagine dedicate a Jean Paul Sartre nel suo grande libro su La questione ebraica nella società post-moderna, Emanuele Calò svolge delle considerazioni che appaiono, purtroppo, di grande attualità.
“Sartre – argomenta l’autore – spiega che l’antisemita è un manicheista e quindi considera che il corso della storia si risolva in una lotta del bene contro il male, in mezzo non può esservi nulla, per cui non sono possibili dei compromessi”.
“Una delle componenti dell’odio antisemita è un’attrazione profonda e sessuale per gli ebrei, dove l’antisemita appare in guisa di sadico criminale che cerca la morte dell’ebreo, oppure, come succedaneo dell’eliminazione fisica, lo vuole degradare, umiliare e bandire, in guisa di assassinio simbolico”.
Calò ricorda come il pensatore esistenzialista, nell’illustrare la situazione di “perenne incertezza” dell’ebreo, richiama, giustamente, il protagonista de Il processo di Kafka, che viene arrestato, processato, condannato e giustiziato senza mai sapere quale possa essere stata la sua colpa. Esiste, a suo carico, una incombente “colpevolizzazione permanente” che fa sì che l’ebreo, “per essere lasciato in pace, dovrebbe venir mobilitato prima degli altri, dovrebbe, in caso di carestia, essere più affamato degli altri; se una disgrazia collettiva colpisce il Paese, dovrebbe essere il più colpito”.
“Gli ebrei hanno, però, un amico – rileva Sartre -, il democratico, il quale salva l’ebreo in quanto uomo e lo annienta in quanto ebreo, in una politica dell’assimilazione. Per un ebreo fiero di essere tale, non vi sarebbe tanta differenza tra l’antisemita e il democratico, il quale vorrebbe distruggerlo come ebreo per conservare in lui soltanto l’uomo, criticandolo quando si rivela troppo ebreo”.
Un amico, come si vede, decisamente finto e subdolo.
Per questo il sionismo, accentuando l’“ebraicità” dell’ebreo, metterebbe in difficoltà gli ebrei della diaspora, esponendoli all’odio antisemita. L’ebreo assimilato, non religioso e non sionista, ne sarebbe invece posto al riparo, perché, in quanto “semplicemente uomo”, passerebbe inosservato.
Come si vede, le riflessioni di Sartre richiamano, in senso critico, quelle di Marx, di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate, secondo cui l’emancipazione dell’ebraismo coincide con l’emancipazione della società dall’ebraismo. Se gli ebrei non saranno più tali (o, almeno, non lo saranno “troppo”), nessuno darà più loro fastidio, perché, nel momento in cui saranno “semplicemente uomini”, nessuno farà più caso a loro, e i poveri antisemiti diventeranno disoccupati.
Il saggio di Sartre Réflexions sur la question juive fu scritto nel 1946, quindi subito dopo la Shoah, di cui l’autore mostra di avere bene appreso il senso profondo, ossia l’inanità di ogni distinzione, di fronte all’antisemitismo, tra diverse epifanie dell’identità ebraica. Hitler faceva forse qualche distinzione tra ebrei religiosi e assimilati, sionisti e non? Uno dei più grandi errori dell’intero pensiero occidentale, nell’immediato dopoguerra, fu il pensare che l’aspetto radicale dell’antisemitismo fosse stato spazzato via con la caduta del nazismo, e che il “nuovo” antisemitismo fosse qualcosa di diverso, di meramente ideologico, che non avrebbe avuto niente a che fare con quello di prima, che avrebbe avuto connotati di tipo razziale e biologico.
In realtà, ogni differenza tra i vari tipi di antigiudaismo è assolutamente illusoria. Anche se il razzismo biologico pseudo-scientifico è un’invenzione moderna, di fatto c’era già fin dall’alto Medio Evo: l’Inquisizione spagnola indagava sulla “limpieza de sangre”, la purezza del sangue, non dell’anima.
Perciò l’analisi di Sartre sull’antisemitismo si rivela ancora di grande efficacia e attualità, dal momento che evidenzia il dato fondamentale che il pregiudizio è un problema di coloro che lo nutrono, non di chi ne è vittima. La malattia è in chi nutre e fomenta il fenomeno, non in chi lo subisce. Ed è per questo ogni proposta di cura dell’antisemitismo consistente in suggerimenti agli ebrei su cosa fare o non fare è del tutto sbagliata, perché, semplicemente, confonde un paziente con un altro. Un ebreo potrà essere colpevole delle peggiori nefandezze, come tutti gli uomini, tranne una, quella di essere quello che è. Chiedergli di ‘camuffare’ o ‘diminuire’ la sua identità (evitando di essere “troppo ebreo”), in qualsiasi modo essa si esprima (religiosa, nazionale o altro) è non solo ingiusto, ma anche inutile, perché è un trucco molto facile da scoprire.
Eppure, nota Calò, “tra gli stessi ebrei italiani, vi è una parte consistente che invita a non chiudersi, …, per evitare di rafforzare i pregiudizi, provvedendo a solidarizzare con tutte le vittime, dimenticando che sotto Hitler e Mussolini gli ebrei erano integrati e indistinguibili, senza che ciò sia servito a nulla. Ciò conduce a un risultato opposto a quello formalmente auspicato perché, a differenza del resto della società, gli ebrei dovrebbero fare qualcosa, il cui oggetto è assolutamente poco chiaro, per evitare di essere odiati”. Dimenticando che “l’antisemita non ha bisogno di pretesti” e che “come gli estorsori, non si accontenta mai”.
Francesco Lucrezi, storico
(continua)