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Prosa, Poesia e un poco di razza

Ne Il Borghese Gentiluomo, di Molière, si legge:

JOURDAIN: Ci conto. Inoltre devo farvi una confidenza. Sono innamorato di una dama di
grande qualità e … desidererei che mi aiutaste a scriverle qualcosa in un bigliettino che le lascerò
cadere ai piedi.
MAESTRO DI FILOSOFIA: Benissimo… Volete scrivere qualche verso ?
JOURDAIN: No, no; niente versi.
MAESTRO DI FILOSOFIA: Soltanto prosa ?
JOURDAIN: No, non voglio né prosa né versi.
MAESTRO DI FILOSOFIA: Bisogna pure che sia l’uno o l’altro.
JOURDAIN: Perché?
MAESTRO DI FILOSOFIA: Per il motivo, signore, che per esprimerci possediamo soltanto la
prosa o i versi.
JOURDAIN: Soltanto la prosa o i versi ?
MAESTRO DI FILOSOFIA: Proprio così: tutto ciò che non é in prosa é in versi; e tutto ciò che
non è in versi é in prosa.
JOURDAIN: E quando si parla, che cos’é ?
MAESTRO DI FILOSOFIA: Prosa.
JOURDAIN: Come? Quando dico : “Nicoletta, portami le pantofole, e dammi il berretto da
notte” è prosa ?
MAESTRO DI FILOSOFIA: Sì, signore.
JOURDAIN: Incredibile! Sono più di quaranta anni che parlo in prosa senza saperlo! Vi sono
molto grato di avermi informato. Vorrei dunque mettere nel biglietto: “Bella marchesa, i vostri
begli occhi mi fanno morir d’amore”; ma desidererei fosse scritto in maniera galante e graziosa. 

Pensate: quarant’anni senza sapere che si parla in prosa! Qualcosa di simile è successo con le opere di Renzo Sertoli Salis, al quale era stato dedicato un Premio di Poesia. Si leggeva:

“I premi intendono onorare la memoria di Renzo Sertoli Salis, uomo di studi e divulgatore di cultura.” E quale cultura! Silvia Falconieri (I decreti antiebraici nei periodici giuridici italiani 1938-1943) scrive “Si pensi alla costruzione elaborata dallo specialista di diritto coloniale Renzo Sertoli Salis, autore della densa introduzione al primo numero dei Quaderni della Scuola di mistica fascista, dedicato a Le leggi razziali italiane. Citato e recensito nelle pagine della rivista di Cutelli, il lavoro di Sertoli Salis proponeva una revisione delle modalità di attribuzione della cittadinanza italiana sulla base di un criterio che fosse squisitamente etnico. Muovendo da una rilettura dell’articolo 1 del codice civile, il professore di diritto coloniale considerava che le limitazioni introdotte alla capacità giuridica delle persone non riguardassero esclusivamente il settore giusprivatistico. Il rinvio alle ‘leggi speciali’ in materia razziale, previsto dal terzo comma dell’articolo 1 del codice civile, non andava riferito ai soli decreti adottati a partire dal ‘38, ma doveva essere esteso anche alle disposizioni relative alla condizione giuridica delle popolazioni d’oltremare. Adottando una simile prospettiva, capace di prendere in considerazione l’assetto normativo italiano nella sua integralità, nell’ordinamento italiano del 1939, potevano essere definite delle precise posizioni giuridiche, fondate essenzialmente sul criterio etnico-razziale: quelle del «cittadino italiano di razza ariana», del «cittadino italiano musulmano», del «cittadino italiano di razza ebraica», del «cittadino italiano delle Isole dell’Egeo», del «cittadino italiano libico» e, infine, del «suddito dell’AOI».
Malgrado qualche riserva, l’originale articolazione tra razza e cittadinanza proposta da Sertoli Salis veniva accolta con entusiasmo nelle pagine de Il diritto razzista, in modo particolare per quel che atteneva alla proposta di una riforma radicale che facesse della cittadinanza una variabile della razza”.

Fino a qualche anno addietro, vi era questo premio letterario a lui intitolato, presieduto da uno dei più importanti intellettuali italiani, che aveva lavorato, diciamo, sia su Céline che su Primo Levi. Era giusto presiedere un premio letterario intitolato ad uno specialista di diritto della razza, visto che secondo queste norme anche Gesù, ebreo, sarebbe stato perseguitato? Se lo sapeva, era un conto, se non lo sapeva, faceva male a non sapere?