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Giorno della Memoria (la sua perenne attualità)

 

Difficile parlare di memoria della Shoah, oggi. Mi perdonerete. Difficile ripeterci che ciò che è accaduto non deve accadere mai più. La barbarie e la disumanità godono di ottima salute. Il Giorno della Memoria è stato voluto dal Parlamento per invitare a una riflessione  sulle conseguenze del pregiudizio e dell’odio, almeno una volta all’anno. Proviamoci, sapendo che non esistono verità assolute. La verità è solo un insieme di prospettive. Se non si accetta il principio, si cade nella dittatura del pensiero, e non solo in quella.

Quanto accade in Medioriente, oggi, mette a rischio il valore di questa giornata. E questo è un argomento che non si può eludere. La Shoah è un peso sulla coscienza dell’Occidente, ed è vero che non ci sarebbe nulla di più bello per l’Occidente che liberarsi di questo fardello morale rovesciando il ruolo di vittime e di carnefici. Trasformare gli ebrei in carnefici è il sogno liberatorio degli antisemiti e dell’antisemitismo.

Non abbiamo nessuna tentazione di nasconderci. Il silenzio di cui qualcuno ha voluto accusarci non è il silenzio della codardia, della vergogna o dell’indifferenza, è il silenzio del dolore, della disperazione e dell’impotenza.
Chi propone velleitarie petizioni e raccolte di firme, e sventola bandiere a favore della pace in realtà scende in trincea a perpetuare contrapposizioni. Se si vuole servire la  causa della pace, ci si batta per l’incontro e per il dialogo fra i contendenti e loro sostenitori, ci si batta per annullare le distanze, ci si batta per cancellare i pregiudizi e combattere i miti devianti che perpetuano l’odio.  Ciò che sta accadendo in Israele e a Gaza è la terribile conseguenza di una situazione che nessuno in ottant’anni ha avuto interesse a risolvere.

Isaac Deutscher diceva che il dramma israelo-palestinese somiglia alla tragedia di chi si getta dalla finestra per salvarsi dall’incendio dall’incendio di casa sua e precipita addosso a un passante.

Allora ricordiamolo una volta di più: Israele è in buona parte il prodotto della fuga degli ebrei da un’Europa che li ha sterminati o lasciati sterminare. Che il conflitto mediorientale abbia creato e riprodotto nuovo antisemitismo è, per il popolo ebraico, il paradosso più drammatico e spaventoso che la nostra epoca potesse immaginare.

Sia chiaro: non pensiamo che sia antisemitismo criticare la politica di un governo e stigmatizzare le conseguenze dei bombardamenti. E non pensiamo che sia antisemitismo condannare prevaricazioni e soprusi. La morte di innocenti, di qualsiasi appartenenza, è un dolore che dovrebbe accomunare le coscienze, senza distinguo senza attenuanti. Ma così palesemente non è. C’è una pietà che va a corrente alternata. Israele, ma tutti gli ebrei incomprensibilmente, si trovano d’un tratto isolati, con il dito puntato contro. Qualche evento significativo legato al Giorno della Memoria è stato annullato perché, ci è stato detto, ‘forse non è il momento’. Le pietre d’inciampo quest’anno mettono a disagio, c’è chi le reputa inopportune.

Israele bombarda Gaza per stanare i terroristi (qualcuno li chiama ‘martiri’) che il 7 ottobre hanno stuprato, torturato e massacrato senza pietà 1400 civili. Atrocità allo stato puro. Civili palestinesi ne vanno di mezzo, oltre ai terroristi di Hamas e ai loro indistinguibili fiancheggiatori. Il dramma è innegabile. Ma nessuno Stato civile e democratico rinuncerebbe a debellare una volta per tutte il terrorismo che massacra 1400 civili mentre ballano a una festa e che lancia sul suo territorio 5000 missili in un solo giorno.

Ma sembra ci sia un rifiuto a cogliere la differenza fra un’azione militare e una strage pianificata di civili, e l’anti-israelianismo si fa così d’un tratto antisemitismo. Su quel massacro di civili cala una nube oscura di silenzio o di minimizzazione. In ogni dichiarazione di solidarietà al popolo palestinese – la parte inerme, si spera –, la
carneficina del 7 ottobre diventa una rapida premessa incidentale, da dimenticare subito dopo la virgola. Si stigmatizza con forza solo la tremenda ritorsione che ne è seguita. I bambini di Gaza giustamente commuovono, i bambini israeliani stuprati il sette ottobre non esistono.

Per il pogrom del 7 ottobre e per i 240 civili fatti ostaggio (molti dei quali non torneranno più a casa) nessuna indignazione, nessun grido di umana rabbia, nessuna raccolta di firme. Forse si dovrebbero mostrare i video raccapriccianti degli stupri e delle sevizie, delle decapitazioni, degli occhi strappati dalle orbite, dei seni mutilati, delle mani e dei piedi mozzati, perché si capisse che cosa è stato il 7 ottobre. Non serve a nulla denunciare e condannare. Possiamo però porci qualche domanda e proporre qualche riflessione.

Si chiede a Israele di discolparsi. Anche a noi, di tanto in tanto, la stampa chiede sottilmente di discolparci, in quanto ebrei.

Il riconoscimento delle responsabilità e del dolore è a senso unico. Come se le colpe fossero tutte da una parte e il dolore tutto dall’altra. Una semplificazione che alimenta l’antico odio e ne genera di nuovo. Come se Hamas non fosse quel movimento criminale che si fa scudo di ospedali, di scuole e di bambini e che tiene in ostaggio, per primo, lo stesso popolo palestinese.

Messo da parte il 7 ottobre, come se mai fosse accaduto, con un cinismo senza uguali, la comunità internazionale sposta il focus sulla reazione che lo sterminio ha provocato. Pietà a senso unico. Doppio standard dello scandalo e del dolore. Un cinismo che dimentica la sua stessa storia. Perché noi siamo l’occidente della Shoah (6.000.000 di morti, uno più uno meno), di Hiroshima e Nagasaki (250.000 morti), di Dresda (35.000 morti in una notte), della Bosnia (100.000 morti); siamo l’occidente smemorato che ha assistito allo sterminio di due milioni di persone in Cambogia, di un milione in Ruanda, di 600.000 in Siria, di 50.000 in Afghanistan, e 30.000 a Mariupol, e 600.000 nel Tigrai, in Etiopia. Forse ci siamo distratti, ma non abbiamo visto tante raccolte di firme, manifestazioni e bandiere al vento e appelli alla pace, né reviviscenze di odio etnico mal indirizzato. Ma al suono della parola Israele le emozioni si sono rianimate: lo strabismo ideologico della politica e dell’intellighenzia. Quali dinamiche attivano le coscienze quando di mezzo c’è Israele?

Qual è il distinguo che mette Israele in prima fila nel pensiero della comunità internazionale? Quale mito di perfezione è tenuto a rappresentare Israele, agli occhi di tutti noi, perché debba mettere a rischio la sua stessa sopravvivenza, secondo gli intendimenti dello statuto di Hamas?

Ci si aspetta forse un Israele che si avvia rassegnato verso una nuova Auschwitz? C’è forse per Israele la stessa disponibilità alla solidarietà soltanto dopo la sua distruzione, come è accaduto per gli ebrei della Shoah? E avremo poi, cinquant’anni dopo, un nuovo Giorno della Memoria, il dono generoso della pietà,
monumenti ai caduti e altre pietre d’inciampo?

Antisemitismo non è criticare un governo. È non proclamare il diritto all’esistenza di un popolo e di una democrazia. Di quel popolo e di quella democrazia. E lo strabismo ideologico è non riconoscere il diritto all’esistenza di entrambi i popoli, senza che l’uno o l’altro sia minacciato di estinzione. Ma c’è chi sulla tragedia che li coinvolge si impegna invece ad aumentare le distanze e a fomentare altro odio, anche attraverso il segno della svastica.

Sorgono interrogativi. Qual è il motivo che porta la presenza islamica in Francia a minacciare e assalire gli ebrei francesi, una volta di più in fuga dal paese? Quale il motivo che porta gli studenti ebrei a disertare i campus nelle maggiori università americane, dove studenti e docenti stanno mettendo all’indice gli ebrei, e i rettori non sanno indicare la strada di una equilibrata coscienza critica? Quale il motivo che porta Sud Africa e Cile a denunciare Israele di genocidio? Come se non avessero, quei Paesi, motivi abbondanti per ripensare alla propria storia? E che significato ha che il governo del Sud Africa intrattenga stretti rapporti con l’Iran e con Hamas? E come accade che il gigantesco debito che schiaccia l’African National Congress sparisca all’improvviso non appena il Sud Africa denuncia Israele di genocidio? Sono forse interrogativi illeciti? Perché genocidio è parola pesante, usata finora per la Shoah e per lo sterminio misconosciuto di un milione e mezzo di Armeni, e per la Cambogia e per il Rwanda.

Genocidio è la volontà di distruggere un intero popolo. L’uso fazioso del termine banalizza la realtà. La deformazione del linguaggio è deformazione del pensiero. E la deformazione del pensiero è deformazione sleale della coscienza che stravolge la dimensione stessa degli eventi.

Si parla spesso, nella mitologia deviante dell’antisemitismo, di lobby ebraiche. L’argomento è stato usato dalla Russia per istigare i pogrom, e poi dai nazisti per oliare la macchina di Auschwitz. Sappiamo bene invece quali lobby politiche finanzino tunnel e armamenti del terrorismo. E con solo un po’ di onestà intellettuale potremmo anche chiederci quali finanziamenti sostengano da anni nelle università americane (e in Inghilterra e in Australia) i movimenti di opinione che in questi giorni producono nuovo odio antisemita.

L’antisemitismo ha oggi il pretesto per fortificarsi. La realtà, dunque, è sempre più complessa di quanto non si vorrebbe credere. Gli ebrei, anche quelli di Israele, vivono nell’anima e nel DNA lo spettro della Shoah, e quello spettro è stato risvegliato come un demone mostruoso dal massacro di civili del 7 ottobre. Ma questo sfugge all’opinione pubblica. Si gioca invece con l’altro demone mostruoso, quello dell’antisemitismo. Si preferisce addebitare la politica del governo israeliano, discutibile e criticabile, a tutto il popolo di Israele, e addebitare le scelte di un governo a tutto il popolo ebraico sparso per il mondo. Il cortocircuito è fatto: l’antisemitismo, così giustificato, è finalmente privo di vergogna. Il seme dell’odio è rinnovato. Siamo in attesa che le masse lo raccolgano dietro qualche bandiera. Si può così compensare il crimine assoluto della Shoah con quanto sta  accadendo in questi giorni in Medioriente.

In Italia l’antisemitismo appare sotto controllo, anche grazie all’impegno attento delle forze dell’ordine, cui va il nostro ringraziamento. Ma in Svezia, in Inghilterra, in Belgio, in Francia, in Spagna vaste aree
dell’intellighenzia e della politica sposano la propaganda islamizzata delle piazze e gli ebrei si nascondono. Istituzioni ebraiche sotto scorta, ebrei in fuga alla ricerca di un altro mondo che li accolga, e questa volta neppure Israele sembra essere la meta sicura.  C’è chi riesca a vedere la storia dell’Occidente con un minimo di distanziamento e chiedersi come quella storia possa averci portato a questo punto? C’è chi riesca a diffidare della corrente compiacente della propaganda, dei titoli ad effetto, delle risposte emotive, delle verità selezionate e superficiali e delle fake news?

Parlare solo di memoria della Shoah, oggi, sarebbe disonesto, e lo diciamo consapevoli di star tradendo la memoria dei nostri cari sterminati. Ma qualcuno dice che i morti della Shoah sono oggi strumentalizzati, colpevoli, dunque, di essere stati massacrati perché se ne potesse usare la morte a fini politici ottant’anni dopo. Questo è l’antisemitismo, questa è la distorsione della storia e lo strabismo dell’ideologia e di coloro che si fanno meri portatori di bandiere. Questa è la cecità deliberata del pregiudizio ideologico e di strategie retoriche deformanti.

Non bastano più i discorsi, le strette di mano, le corone ai monumenti, le targhe alla memoria, le pietre d’inciampo. Non cerchiamo compassione. Contiamo su un sussulto di coscienza, perché la reazione agli eventi la si riposizioni, con un po’ di onestà, nel contesto della storia complessiva, con tutti i suoi crimini, tutte le sue ingiustizie e i suoi dolori. Tutte le sue cause e tutti i suoi effetti.

Abbiamo bisogno di liberarci di una cultura secolare fatta di pregiudizio e di odio atavico, di interessi politici e di contrapposizioni ideologiche, una cultura che ha costruito archetipi di alterità, di estraneità, di inimicizia. Una cultura di asservimento e di sterminio. Ed è la stessa cultura che oggi alza la voce impotente per invocare il silenzio delle armi. Chiudo questa personalissima e amara prospettiva.

Auspichiamo dal profondo del cuore che si raggiunga presto una pace giusta per tutti, e un clima di convivenza, che tenga conto delle categorie del torto e del diritto, magari anche, per quanto faticoso sia, con il piccolo contributo di tutti noi.

N.D.R.: L’autore è Presidente della Comunità Ebraica di Venezia, Ordinario a. r. di Letteratura Inglese presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, autore da ultimo di  L’ebreo In bilico: i conti  con la memoria fra Shoah e Antisemitismo, Giuntina, Firenze, 2021, così come di diverse altre pregevoli opere.

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