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LA QUESTIONE EBRAICA NELLA SOCIETA’ POSTMODERNA XXXII. Il nipote del rabbino.

LA QUESTIONE EBRAICA NELLA SOCIETÀ POSTMODERNA XXXII. Il nipote del rabbino.

 

Abbiamo trattato, nelle scorse puntate del nostro commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, della politica antiebraica del regime fascista e quindi, ovviamente, di Mussolini.

Dopo le pagine dedicate a tale argomento, l’autore inizia un nuovo capitolo, che si apre con queste parole: “Se il contributo degli ebrei alla creazione del moderno capitalismo, secondo Paul Johnson, è stato sproporzionato ai loro esigui numeri, non è invece paradossale che un ebreo, nipote di un rabbino, volesse cambiare il mondo, perché vi erano già degli illustri precedenti. Siccome si dice che la storia è più astuta degli uomini, ancorché dotato di una fervida immaginazione, tutto avrebbe potuto prevedere, eccetto il fatto che nel terzo millennio un Partito comunista cercasse, con grande successo, di diffondere nel mondo i prodotti del suo sistema capitalistico, in quella stessa Cina dove, agli inizi del secolo scorso, i comunisti venivano bruciati nei forni delle locomotive”.

Non c’è bisogno di dire il nome di questo “ebreo, nipote di un rabbino, dotato di una fervida immaginazione”. Ovviamente, se rinascesse al giorno d’oggi, troverebbe un mondo completamente cambiato rispetto al tempo in cui è vissuto, circa un secolo e mezzo fa. Chi sa se proverebbe ugualmente ad adottare le categorie da lui elaborate: ovviamente non dovrebbe farlo, ma, forse ci proverebbe, perché, pur essendo, senza alcun dubbio, un genio assoluto, uomo di sterminata cultura e formidabile capacità di costruzione teorica, ha fatto dei grandi errori, soprattutto sul piano dell’analisi, viziata da un opprimente e fanatico dogmatismo. Uno, in particolare, da modestissimo studioso di storia, mi permetto di denunciarlo. È un errore, per uno storico, molto grave, ossia quello di avere creato delle categorie astratte e metatemporali, sulla base delle quali ha interpretato non solo la società del suo tempo (quella dell’Inghilterra e della Germania dell’Ottocento), ma anche quelle di epoche lontanissime, come l’antica Roma o il Medioevo. Col risultato di fornirne delle interpretazioni completamente irreali e distorte.

Stiamo parlando, ovviamente, di Karl Marx.

Calò ci sottopone a una vera e propria doccia scozzese facendoci passare, senza soluzione di continuità, da Mussolini a Marx. Da un uomo, se non stupido, assolutamente mediocre e ignorante a un cervello dei più portentosi della storia.

Intendiamoci, non che i due non abbiano avuto qualche elemento in comune, a partire da un profondo disprezzo per il pensiero liberale e da un’autostima alquanto accentuata, al punto da considerare il proprio pensiero l’unico valido metro di giudizio della realtà. Si potrebbe, poi, provare a formulare qualche analogia tra i risultati del loro operato, ma questa sarebbe un’operazione alquanto azzardata. Mussolini, infatti, è stato soprattutto un uomo di azione (di pessime azioni), le cose lui le ha fatte veramente, e ha avuto anche modo di vedere i risultati del suo operato. Il fascismo è una sua creazione, e anche i vari fascismi a lui sopravvissuti, o creati dopo di lui, hanno certamente un diretto collegamento con la sua persona. Il “copyright” del fascismo, innegabilmente, è suo.

Per Marx il discorso è diverso. È stato un uomo di pensiero che ha progettato di cambiare la realtà, ma quelli che poi lo hanno fatto veramente, in suo nome, sono stati altri. E il cd. marxismo c’entra solo indirettamente con la persona da cui il nome deriva. Sono certo che la stragrande maggioranza dei cd. marxisti, di tutti i luoghi e tutti i tempi, non ha mai letto neanche un rigo della sterminata produzione del filosofo di Treviri. I più volenterosi, al massimo, avranno letto il Manifesto del partito Comunista, che si legge in venti minuti, o, magari, il 18 Brumaio o qualche paginetta sparsa dei Grundrisse. Quanto al suo testo epocale, la Bibbia del marxismo, il Capitale, scommetterei che, nella sua interezza, sia stato letto al massimo da qualche decina di eruditi accademici, non di più. Certamente da nessun politico. A che sarebbe servito?

Perciò, è molto facile giudicare Mussolini, perché sappiamo bene chi è stato, cosa ha scritto, detto e fatto. Tra lui e il suo fascismo il rapporto è chiaro, limpido, diretto.

Giudicare Marx, invece, è molto più difficile, e non tanto perché non abbiamo letto tutto quello che ha scritto (Dio ce ne scampi), ma perché il rapporto tra lui e il marxismo è molto obliquo, indiretto, spesso completamente arbitrario e inventato. Marx non ha alcun copyright sul marxismo.

Continueremo a parlarne nelle prossime puntate.

 

Francesco Lucrezi, storico

(continua)