LA QUESTIONE EBRAICA XXX. Ringraziare l’aggressore.
Nel suo libro su La questione ebraica nella società postmoderna, parlando della svolta antisemita di Mussolini del ’38, Emanuele Calò analizza quello che è considerato giustamente il vero momento di svolta del dittatore, ossia il famoso discorso di Trieste del 18 settembre, nel quale annunciava l’emanazione delle leggi razziali. “Il mondo – spiegava il Duce – dovrà forse stupirsi più della nostra generosità che del nostro rigore, a meno che i nemici di altre frontiere e quelli dell’interno e soprattutto i loro improvvisati e inattesi amici, che da troppe cattedre li difendono, non ci costringano a mutare radicalmente cammino”.
Queste brevi parole sono dense di significato, e meritano di essere analizzate.
Innanzitutto, colpisce il doppio riferimento ai “nemici” e agli “amici”. Chi erano i “nemici di altre frontiere e quelli all’interno”? Gli americani? Gli inglesi? I comunisti? E cosa avrebbero dovuto fare, questi nemici, per far “mutare radicalmente cammino” al regime? Difendere gli ebrei? Protestare? La preoccupazione del Duce, col senno di poi, sembra decisamente fuori luogo: nessuno sembrò indignarsi granché. E chi erano invece “gli improvvisati e inattesi amici degli ebrei”? Qui l’allusione appare più chiara, e il riferimento è certamente rivolto al Vaticano, che, consultato sul punto, avrebbe espresso delle riserve sulle restrizioni riservate anche agli ebrei convertiti al cattolicesimo (solo quelli), che, secondo la Chiesa, non sarebbero stati più ebrei, ma cristiani. Niente di più. Ma accontentare le richieste vaticane su questo punto era evidentemente impossibile, perché avrebbe significato smentire completamente la teoria razziale nazista, alla quale il servo italiano si stava inchinando. Le razze non hanno niente a che fare con la fede.
Scrive Calò che il discorso implicava che “la vittima ringraziasse l’aggressore”. E in effetti, Mussolini disse questo: “ebrei, noi siamo generosi con voi, perché potremmo farvi ben di peggio. Perciò ringraziateci e state buoni. Non ascoltate i cattivi consiglieri che vi sobillano a protestare, altrimenti cambieremo atteggiamento”. E lo faremo “radicalmente”.
È da presumere che le ciniche e sinistre parole del servo di Hitler abbiano sortito un notevole effetto sia sugli ebrei che sui loro “improvvisati e inattesi amici” (che poi tanto amici non pare proprio che fossero). Meglio che stiamo buoni e zitti. Ci hanno cacciato dalle scuole, dalle Università, dalle Forze armate, dagli uffici statali, ci hanno levato le aziende e le proprietà, ma siamo ancora vivi, per ora. Una parola sbagliata, e perderemo anche la vita. Ringraziamo, quindi, chi ce la ha risparmiata, o, almeno, facciamo di tutto perché non cambi idea. Non può andare meglio, per ora, ma può certamente andare peggio, e di molto.
Le parole di Mussolini si segnalano come una grottesca scimmiottatura, “all’italiana”, del verbo nazista. Il Führer, se mai ascoltò o lesse queste frasi, correttamente tradotte, non poté non aumentare il suo già evidente disprezzo per il suo servo italiano. Hitler sarebbe inorridito all’idea di essere “ringraziato” dagli ebrei per la sua “generosità”. Ma Mussolini era solo un dozzinale imitatore, e apparteneva pur sempre all’italica razza degli italiani “brava gente”. Sapeva essere cattivo, certo, e ne stava dando ampia dimostrazione. Ma non riusciva a essere “cattivissimo” come il suo padrone. Era un “ex buono” diventato cattivello, “semi-buono”, ma prontissimo a diventare anche lui “cattivissimo”, come il suo maestro. Probabilmente, prima del suo grande discorso, avrà fatto qualche prova allo specchio: sguardo fiero e truce, mascella volitiva, lampo sinistro nello sguardo. Ma anche un’ombra di ammiccamento, di mezza pacca sulla spalla, un’aria burbera ma rassicurante di padre duro e severo. Un po’ arrabbiato, ma pur sempre un padre. E pur sempre un italiano. Non lo facciamo arrabbiare di più, teniamocelo buono. Ringraziamolo, forse, domani, ci perdonerà.
Francesco Lucrezi, storico
(continua)