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LA QUESTIONE EBRAICA XXV. La spia

LA QUESTIONE EBRAICA XXV. La spia.

Nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò non poteva non trattare, ovviamente, del cd. caso Dreyfuss, una vicenda particolarmente rivelatrice del rapporto torbido e malato della società europea – e non solo – nei confronti degli ebrei e dell’ebraismo.

I fatti – riproposti all’attenzione del grande pubblico, di recente, da un fortunato film di Roman Polansky – sono stati ampiamente studiati e analizzati nei libri di storia (ne parla più volte anche Proust nella sua Recherche), e appaiono ancora oggi – anzi, soprattutto oggi – di straordinaria attualità. Eppure, è evidente che il loro principale insegnamento continua a essere rimosso. E non può non esserlo, dal momento che la vicenda svela in modo estremamente chiaro la natura della cd. “questione ebraica”. Cogliere il senso dell’accaduto implicherebbe una presa di coscienza di una vera e propria malattia psicologica di cui la società dei gentili era ed è ancora afflitta, e della quale, con tutta evidenza, non si ha nessuna voglia di acquisire consapevolezza.

I fatti – dei quali Calò offre una puntuale ricostruzione, offrendo anche degli elementi poco conosciuti – sono ben noti, e ne richiamiamo soltanto i punti essenziali.

Nel 1894 un ufficiale francese ebreo, Alfred Dreyfuss, fu ingiustamente accusato di spionaggio a favore della Germania, e condannato a una dura prigionia nell’Isola del Diavolo. Dopo un lungo e tribolato iter giudiziario, l’ufficiale fu però graziato, nel 1899, e poi, nel 1906, fu definitivamente prosciolto da ogni accusa (e fu anche scoperto il vero responsabile dell’informativa sulle forze armate francesi che era stata fatta pervenire ai tedeschi). Ma il caso Dreyfuss non è ricordato tanto come un eclatante errore giudiziario (al quale, fortunatamente, sia pure dopo lunghe sofferenze, si riuscì a porre tardivamente rimedio), quanto per la vera e propria esplosione di antisemitismo che fu da esso sprigionata. In tutta la Francia si levò un grido corale di “morte agli ebrei”, e l’accusa di tradimento di una singola persona divenne immediatamente e automaticamente un’accusa verso un intero popolo, e anche verso coloro che osassero prenderne le difese.

Tra i pochi coraggiosi che ebbero il coraggio di schierarsi contro questo mare di odio e questo generale obnubilamento della verità e della ragione, com’è noto, ci fu Èmile Zola, “campione della causa dreyfusarde”, che pubblicò il famoso manifesto J’accuse (spesso rivocato, quasi sempre a vanvera, da chiunque voglia denunciare una presunta ingiusta condanna di un innocente), il quale (già cacciato dal giornale Le Figaro ed escluso dall’Accademia di Francia per la sua difesa degli ebrei), finì in miseria per le numerose cause di diffamazione rivoltegli per il suo pamphlet, e, probabilmente, fu addirittura assassinato per questo suo impegno. La difesa di Dreyfuss appariva intollerabile agli occhi della quasi totalità della società europea, in tutte le sue componenti sociali e culturali, dagli ambienti clericali e reazionari a quelli illuminati e progressisti: l’Avanti!, organo del Partito Socialista Italiano, si scagliò contro la “bancocrazia giudaica” che avrebbe cercato di far evadere il “capitano traditore”, “salvo poi diventare innocentista quando si rese palese l’infondatezza delle accuse”.

Naturalmente, l’assoluzione di Dreyfuss non suscitò nessuna vergogna, nessun imbarazzo, nessuna richiesta di scuse in tutti coloro che avevano usato la vicenda per scatenare la campagna di odio antiebraico. Anche se, per un po’, le grida di “morte agli ebrei” non si sarebbero più sentite, non sarebbero mai state dimenticate, la loro eco avrebbe continuato a risuonare a lungo, e nessun fievole bisbiglio “viva gli ebrei” sarebbe mai stato sussurrato da nessuno. Ed è particolarmente interessante, nella ricostruzione di Calò, vedere come la vicenda sia stata minimizzata anche da parte di chi non avrebbe avuto ragione di farlo. Ne Le origini del totalitarismo, per esempio, Hannh Arendt asserì che il caso Dreyfuss sarebbe stato non una tragedia, ma una semplice commedia: asserzioni – nota l’autore – che “gettano una minor luce su Dreyfuss che sulla stessa Arendt, portata da sempre a trascurare la vittima, se non addirittura ad incolparla”.

Ma su questa vicenda restano ancora diverse cose da dire.

Francesco Lucrezi, storico.

(continua)