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LA QUESTIONE EBRAICA XXIII. Emancipazione

  • Opinioni

LA QUESTIONE EBRAICA XXIII. Emancipazione

Nel suo libro La questione ebraica nella società post-moderna, Emanuele Calò affronta, in pagine di grande profondità, il problema della cd. “emancipazione” degli ebrei nell’era moderna.

Si tratta di un argomento di cruciale importanza, perché tale fenomeno è di grandissimo rilevo sia per l’evoluzione della specifica storia del popolo ebraico, sia per quella più generale del mondo moderno. Fino a quando gli ebrei vivevano una vita prevalentemente separata dalle maggioranze cristiane e islamiche, non solo professando un’altra religione, ma anche limitando i contatti sul piano personale e lavorativo (niente matrimoni misti, niente professioni in comune, niente amicizie e frequentazioni personali, spesso abiti diversi, luoghi di residenza diverse, a volte anche lingue diverse), non si può dire che ciò che accadeva all’interno delle comunità ebraiche esercitasse un’influenza significativa all’esterno. I gojim traevano, certamente, elementi identitari dall’esistenza degli ebrei (in quanto si gratificavano della consapevolezza di essere da loro diversi, di non avere ucciso Gesù, di avere sempre, quando le cose andavano male, qualcuno con cui prendersela a buon mercato ecc.), ma non erano influenzati dalla loro vita e cultura. Si facevano curare da medici ebrei, si facevano prestare soldi da finanzieri ebrei, ma non attingevano da loro scienza, arte, pensiero. Le maggioranze e la minoranza erano prevalentemente impermeabili, separate.

A partire dal Settecento e, soprattutto, dall’Ottocento, le cose cambiano. Questo cambiamento non investe tutto il mondo, ma quasi esclusivamente l’Occidente cristiano, in Europa e in America, perché nella Russia asiatica e nel mondo islamico (in Nordafrica, Anatolia, Medio Oriente) esso è molto marginale, a volte inconsistente.

Il mutamento, com’è noto, viene generalmente indicato con due parole: “emancipazione” e “assimilazione”. Non solo esse non sono sinonimi, ma sono spesso sbrigativamente usate per indicare processi molto diversi.

Col primo termine si dovrebbe fare riferimento alla rimozione degli ostacoli sociali e giuridici che si frapponevano allo sviluppo e alla crescita delle comunità ebraiche, condannate a restare relegate in una situazione di sudditanza e inferiorità. Col secondo si suole indicare l’assunzione, da parte delle comunità ebraiche, di costumi appartenenti precedentemente alle maggioranze cristiane, e che ora vengono condivisi, in modo tale che le differenze esteriori vengono meno, o diminuiscono sensibilmente. Se l’emancipazione è un fenomeno che riguarda solo una parte (chi è inferiore cerca di raggiungere chi è superiore), l’assimilazione è necessariamente un fenomeno bilaterale: se gli ebrei diventano simili ai cristiani, accade specularmente anche il contrario, e la differenza tra le due comunità non si percepisce più, o si percepisce di meno.

Occorre innanzitutto chiarire che i due fenomeni non portano automaticamente a una fine dell’identità ebraica. Un ebreo emancipato o assimilato può benissimo conservare la propria ebraicità, o può anche, addirittura, attraverso tali processi, ritenere di implementarla e promuoverla. Ma, certamente, essi aprono nuove strade, lente e graduali, di possibile fuoriuscita dall’ebraismo, che prima non esistevano. Un ebreo del Medio Evo o del Rinascimento poteva abiurare, convertirsi e “cambiare campo”, ma ciò doveva necessariamente avvenire con un taglio netto e brusco. Era praticamente impossibile restare “in mezzo al guado”, guardato con sospetto o disprezzo da entrambe le parti. Con la cd. haskalah, l’illuminismo ebraico, le cose cambiano. Per molti ebrei l’identità ebraica sarà avvertita come un elemento essenzialmente interiore, mentre la vita pubblica e sociale andrà ad avvicinarsi a quella dei gentili, a volte diventando da essa indistinguibile. Spesso i figli di questi ebrei assimilati sentiranno il loro senso di appartenenza in modo più blando, i figli dei figli ancora di più, finché l’ebraicità sarà solo un lontano ricordo, un mero dato biografico. Nasce quindi la possibilità di uno scolorimento graduale, di una lenta metamorfosi plurigenerazionale, che prima non c’era.

Ma un altro effetto molto importante di questo cambiamento è l’assorbimento, da parte dei gentili, in varie forme, spesso in modo inconsapevole, dell’ebraicità. “Non esagerava affatto Stfean Zweig – nota Calò – quando scriveva che i nove decimi di ciò che il mondo celebra come cultura viennese del diciannovesimo secolo sono stati promossi, nutriti e creati da ebrei”.

La “questione ebraica”, così, diventa qualcosa di molto più grande, “la questione della modernità” (prima di diventare quella della ‘postmodernità’).

Ma – ci si può chiedere – quale ebraismo assorbono i gentili?

 

Francesco Lucrezi, storico

(continua)