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LA QUESTIONE EBRAICA XXII. I silenzi.

  • Opinioni

LA QUESTIONE EBRAICA XXII. I silenzi.

 

Concludiamo, con la nota odierna, il problema – affrontato nel libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna – dell’atteggiamento di Pio XII di fronte alla deportazione del 17 ottobre 1943 e, più in generale, alle leggi razziali, all’antisemitismo nazifascista e alla Shoah. Al di là, come abbiamo detto, della questione della santificazione di papa Pacelli, come si possono giudicare la sua posizione e il suo impegno di fronte a questi fenomeni?  Fu un atteggiamento di forte condanna, di massimo sforzo possibile per impedirli? Di riprovazione alquanto blanda o svogliata, e di modesto dispiego di energie nel contrastarli? Di sostanziale indifferenza? Di malcelato compiacimento? O, addirittura, di complicità o di favore?

Il problema è sintetizzato, da sempre, nell’espressione “i silenzi di Pio XII”. Il papa non avrebbe fatto sentire la sua voce contro le efferatezze naziste, non le avrebbe mai condannate. In questo caso, si può anche passare dal condizionale all’indicativo. Non l’ha fatto. Ciò non significa, naturalmente, che le violenze gli siano risultate indifferenti, né, tanto meno, che le abbia approvate, con una forma di “silenzio-assenso”. Ma la condanna, obiettivamente, non c’è stata.

Ci si dovrebbe porre la domanda, questo punto, se egli, come capo della chiesa cattolica, avrebbe avuto l’obbligo religioso o morale di far pesare la sua autorità contro quello che stava succedendo. Se si giudicano i fatti del passato con la coscienza di oggi, la risposta dovrebbe essere senz’altro positiva, ma, se ci si cala – più correttamente – nello spirito di quei tempi, la cosa cambia. La Chiesa non ha mai condannato il fascismo e – almeno fino alla fine della guerra – neanche il nazismo. È un semplice dato di fatto. Perché avrebbe dovuto condannare soltanto quegli specifici fatti – quali le politiche e pratiche antisemite – messi in atto dai due regimi?

Il silenzio, in quegli anni bui, c’è stato. Può essere interpretato in vari modi, ma c’è stato, non può essere negato. E non dovrebbe neanche suscitare alcuno stupore, se si ricorda – come abbiamo fatto nelle scorse puntata – l’atteggiamento nei confronti degli ebrei da parte della Chiesa dei secoli precedenti (che, anzi, non praticava certamente, su questi fatti, alcun “silenzio”). Così come non si può negare che molti conventi cattolici abbiano offerto protezione a dato salvezza a molti ebrei, un gesto nobile e generoso che, ovviamente, merita la più alta gratitudine.

Il discorso potrebbe anche chiudersi qui. Ognuno interpreti quel silenzio come meglio crede.

Vorrei solo, però, obiettare qualcosa a quella che è la più ricorrente difesa dell’atteggiamento di Pacelli avanzata dagli ambienti vaticani. Il papa avrebbe taciuto per non aggravare ulteriormente la situazione, sfidando apertamente il potere nazista. Avrebbe fatto tutto il possibile per difendere gli ebrei, ma sarebbe stato indotto, per prudenza, ad agire dietro le quinte.

Tale spiegazione è quanto meno lacunosa. Hitler si suicidò il 30 aprile del 1945, il capo delle forze tedesche di Berlino, generale Weidling, consegnò la città al russo Vasilij Čukov il 2 maggio, mentre due giorni dopo, il 4 maggio, si arresero le altre armate tedesche. Pio XII morì il 9 settembre del 1958, quindi esattamente tredici anni, sei mesi e cinque giorni dopo la fine del nazismo. Per tutto questo lunghissimo periodo, com’è noto, il vescovo di Roma ha tuonato pressoché ogni giorno contro il comunismo, scomunicando chiunque sposasse, in qualsiasi modo, l’empia ideologia (anche i semplici elettori), senza che il grande potere dell’Unione Sovietica e anche del Partito Comunista Italiano lo frenasse o intimidisse minimamente. Nessun silenzio su quel fronte, anzi, la più martellante e rumorosa delle campagne. Ebbene, quante condanne delle leggi razziali, del nazifascismo, della Shoah e del 16 ottobre sono state pronunciate in quei tredici anni, sei mesi e cinque giorni? Quando, ripetiamo, il nazismo era finito, e non poteva più fare alcuna paura?

È questo, secondo me, il vero silenzio che va interpretato. O, meglio, i due silenzi vanno collegati, e interpretati congiuntamente.

 

Francesco Lucrezi, storico

(continua)